Crisi finanziaria, l’ ideologia turbocapitalista con l’ alibi dei conti pubblici

Riduzione dei confini dello Stato sociale, meno regole per le imprese, superamento delle garanzie per i lavoratori dipendenti. Ma è davvero necessaria una risposta del genere per superare la crisi, come sostiene il governo italiano, in questo solo in parte in linea con il resto d‟Europa? La ricetta prende lo spunto da alcuni problemi che oggettivamente vanno risolti, come la sostenibilità futura del sistema previdenziale. Ma ne amplia gli obiettivi, fino a ottenere risultati che vanno ben oltre, fino a riguardare il futuro assetto della società secondo una visione tipicamente di destra.

Di fatto, la ricetta italiana è oggi il frutto della convergenza tra due ideologie per altri versi notevolmente antitetiche: da un lato, la stabilità dei prezzi a qualsiasi costo, obiettivo propugnato e fortemente perseguito dalla Germania in Europa; dall‟altro, il liberismo spinto, senza regole, lacci e laccioli, ideologia non solo italiana, ma qui sposata senza remore dalla maggioranza del Pdl.

Ma, appunto, è inevitabile? E‟ proprio l‟unica ricetta possibile? Per rendersene conto vale la pena di ricordare alcuni dati e alcune analisi, a cominciare da quella appena fatta (ma già dimenticata) dal governatore della Banca d‟Italia, Mario Draghi. “Un anno e mezzo fa il fallimento di Lehman Brothers apriva scenari gravi per la finanza e l‟economia del mondo” ha raccontato Draghi nelle considerazioni finali lette il 31 maggio scorso. Ed ha aggiunto: “L‟azione di autorità monetarie e governi arginava il collasso della fiducia di operatori finanziari, risparmiatori,

investitori, consumatori. Nell‟insieme dei paesi del G7 il sostegno dei bilanci pubblici all‟economia superava nel 2009 i 5 punti percentuali del PIL. I tassi reali d‟interesse a breve termine divenivano negativi, le banche centrali fornivano liquidità in misura senza precedenti. Il prodotto si riduceva del 2,4 per cento negli Stati Uniti, del 4,1 nell‟area dell‟euro, del 5,0 in Italia; continuava a espandersi nelle economie emergenti, pur rallentando al 2,4 per cento”.

La colpa? “La radice della crisi che investe il mondo da quasi tre anni sta in carenze regolamentari e di vigilanza nelle piazze finanziarie più importanti. La politica monetaria espansiva condotta negli Stati Uniti dalla fine degli anni novanta ha contribuito a creare un ambiente finanziario favorevole all‟aumento esplosivo dell‟indebitamento privato e all‟aggravarsi degli squilibri globali; questi fattori hanno acuito gli effetti della crisi e ne hanno favorita la trasmissione”.

Insomma, l‟assenza di regole e la politica monetaria in Usa hanno prodotto un disastro, obbligando gli Stati a mettere a disposizione migliaia di miliardi di dollari e di euro per salvare l‟economia, sfasciando così i conti pubblici.

Ora bisogna rientrare. Ma attenzione: quel che non si capisce è per quale motivo dovendo rientrare della massa di moneta messa a disposizione dell‟economia per evitare il fallimento di banche che avevano tradito la fiducia dei risparmiatori non si debbano imporre vincoli e regole stringenti a quelle stesse banche o all‟attività finanziaria e invece ci si debba limitare a tagliare lo Stato sociale in Europa ed a colpire il lavoro dipendente. E ancora. Non è ben chiaro che cosa c‟entri la necessità di stabilizzare età ed equilibrio finanziario dei sistemi previdenziali a ripartizione, tipici dell‟Europa, che pure sono un problema da affrontare, con la questione dell‟exit strategy dallo sbilancio prodotto dai salvataggi imposti dalla cattiva finanza.

Più in concreto: perché è necessario mettere al sicuro gli evasori fiscali, garantendo loro il salvacondotto dello scudo, o evitare di allineare all‟Europa la ritenuta italiana sulle attività finanziarie, mentre è indispensabile bloccare gli stipendi dei dipendenti pubblici? Perché, se si conosce l‟ubicazione delle case fantasma, non si decide semplicemente di agire, colpendo gli evasori e facendoli pagare, e invece ci si limita a proporgli una stabilizzazione? Perché, se la crisi finanziaria è nata dall‟eccesso di sregolatezza, e se la violazione delle regole in Italia è una delle

regioni per le quali gli investimenti stranieri non arrivano sul nostro territorio, l‟abbattimento delle regole qui e subito dovrebbe essere la panacea di tutti i mali per l‟Italia? E non solo. In Europa il divario sociale si è allargato meno che negli Usa negli ultimi anni. La coesione sociale ha retto. L‟economia reale non ha sbandato tanto quanto negli Usa. Perché dunque, se la crisi è nata dalla sregolatezza Usa, gli europei devono sentirsi in colpa per un sistema di vita che non piace ai liberisti, ma che da decenni garantisce qualità e gentilezza della vita?

Non è senza ragione porsi questo tipo di domande. E non è nuovo e avanzato chi le considera con insofferenza. Perché la qualità dell‟economia non è un problema a se stante: non ha senso se non è collegato alla qualità della vita dei cittadini. E perché porsi queste domande significa rendersi autonomi dalla pressioni delle lobby del pensiero, che ogni volta ti devono fare la lezione, anche se la realtà ha appena dimostrato che le idee che propugnano sono disastrose. Per essere più espliciti, si potrebbe dire che nell‟ondata speculativa contro l‟euro e le economie dell‟Unione è assai probabile che fin dall‟inizio vi sia stato un obiettivo ideologico, oltre che l‟attesa di un ingente guadagno: l‟attacco allo stato sociale, condotto anche grazie ad uno straordinario ribaltamento della realtà. All‟improvviso la crisi nata dall‟incoscienza e dalla sregolatezza dei colossi della finanza, i campioni del capitalismo d‟assalto, è diventata nella narrazione corrente il prodotto del Welfare state. Quello europeo in prima battuta, ma poi, per estensione, anche quello a cui ha cominciato appena a pensare il presidente Usa, Barack Obama.

I conti pubblici della Grecia e degli altri paesi latini, Italia compresa, così come l‟egoismo dei principali popoli del Vecchio Continente di fronte alla necessità di una decisione di responsabilità collettiva, hanno certamente fornito ai fondi di investimento statunitensi ed ai principali operatori finanziari internazionali l‟occasione di un incasso straordinario attraverso un attacco speculativo senza precedenti. Ma l‟avvio di una così vasta offensiva e le dichiarazioni a mercati aperti di tanti economisti, guru e perfino di politici Usa ed europei sarebbero stati almeno in parte irragionevoli, se in questi comportamenti non vi fosse stata anche una spinta di natura diversa, culturale prima che politica.

Da molto tempo è noto che i conti pubblici degli Stati uniti e della Gran Bretagna non stanno meglio di quelli greci. Secondo il Congressional Budget Office, il deficit pubblico degli Usa nel 2009 ha toccato gli 1,4 trilioni di dollari, pari all‟11,2 per cento del Pil. Il buco prodotto dalla differenza tra le entrate e le spese pubbliche scenderà, se tutto andrà per il meglio, al 9,6 per cento del Pil nel 2010, al 6,1 nel 2011 e al 3,7 nel 2012. Il debito pubblico statunitense è inoltre passato da un ammontare pari al 41 per cento del Pil Usa nel 2008 al 68 per cento. Ma soprattutto, tra i diversi scenari disegnati per il futuro l‟ufficio studi sul bilancio Usa ne ha previsto uno particolarmente pessimistico: se vi saranno altri intoppi, si rischia che nel 2039 il debito pubblico Usa possa essere pari al 215 per cento del Pil.

Perché dunque non sono stati messi nel mirino anche gli Usa? Perché Moody‟s non ha declassato le emissioni di Usa e Uk? Sarebbe stato ragionevole, almeno a giudicare da come le agenzie di rating si sono comportate nei confronti degli europei. Se la spesa pubblica era il parametro della paura, lo doveva essere per la Gracia e la Spagna come per la Gran Bretagna. A meno che nelle iniziative dei principali operatori finanziari del pianeta, dalle grandi banche d‟affari Usa ai fondi trasnazionali di cultura e di ispirazione anglosassone, non fosse implicito anche un attegiamento di tipo appunto ideologico: l‟idea che in fondo un‟economia non può essere solida se, come quelle europee, si basa sul Welfare state.

Basti ricordare in proposito le difficoltà che ha dovuto superare il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, per far approvare la riforma sanitaria nel proprio paese, l‟allarme sul rischio di una crescita eslosiva del deficit e del debito pubblico negli States, il grido di dolore dei repubblicani e di molti democratici per la discesa in campo dello Stato in un mercato che per decenni ha garantito enormi ricavi ai colossi privati delle assicurazioni e della finanza nordamericana, e anche il richiamo alla necessità di mantenere intatte le risorse finanziarie per difendere la leadership Usa.

Niall Ferguson, professore alla Università di Harvard, su questo punto ha scritto un lungo e cristallino articolo su Aspenia, rivista dell‟Aspen Institute Italia: “Ecco come si verifica il declino di

un impero. Inizia con l‟esplosione del debito e termina con una inesorabile riduzione delle risorse per le forze armate. E‟ per questo che gli elettori fanno bene a preoccuparsi per la crisi del debito Usa”. Più chiaro di così non poteva essere.

Per queste ragioni il moltiplicarsi dei commenti sulla necessità (ineluttabilità) di superare l‟impasse della crisi finanziaria “solo” o soprattutto con nuovi e decisivi tagli allo Stato sociale andrebbe considerato con qualche diffidenza. Perché è necessario tagliare gli sprechi. E‟ sano pensare di ripulire la spesa pubblica, evitando clientele, trucchi, mazzette. E‟ giusto mantenere in ordine i conti pubblici e rilanciare la produttività. E‟ un „idea sacrosanta quella di fare in modo che lo Stato sociale non abbia un costo superiore alle proprie, concrete possibilità. Ma non è sano venir meno così facilmente e docilmente alla propria cultura, alle proprie idee e tradizioni, al proprio mondo, in questo caso quello dell‟Europa che è stata costruita nel secondo dopoguerra.

Repubblicani e democratici Usa, contrari alla riforma sanitaria, non hanno abbassato le proprie bandiere dopo l‟approvazione della legge. La Gran Bretagna che pure è nei guai per la dissennatezza dimostrata dalle grandi centrali finanziarie, non ha cambiato idea sul fatto che non vuole regole troppo stringenti. Non solo. Diffidente dei partner continentali, ha ribadito che dell‟euro non vuol nemmeno sentir parlare.

Perché dunque dovremmo essere noi europei ad abbandonare le nostre idee, la tradizione di un‟economia per quanto possibile “gentile”? Perché lo vuole la Goldman Sachs o Warren Buffet, impauriti dalle scelte compiute da Barack Obama? Perché gli Usa temono di non farcela a fronteggiare le loro prossime scadenze se l‟euro fosse ancora un temibile concorrente? Ricordare qualche dato in proposito può chiarire le idee: per finanziare il debito in scadenza gli Usa dovranno emettere titoli per 1.800 miliardi di dollari nel 2012 e 1.400 miliardi di dollari per ciascuno degli anni successivi. E‟ in questo contesto che va vista la spinta contro l‟euro, anche da parte di illustri economisti. D‟altra parte, non si dimentichi che l‟euro è stato accolto fin dall‟inizio con scetticismo e contrarietà dagli Usa. Non era ancora nata la moneta unica e già dai centri di potere nordamericani, consapevoli del rischio di declino relativo del dollaro e del peso concorrenziale di un‟Europa unita anche politicamente, arrivavano picconate quotidiane. Il governo Bush ha brigato con i migliori alleati europei, gli italiani di Berlusconi ed i polacchi, per evitare il consolidarsi di una vera politica comune nel Vecchio Continente. E adesso perfino negli Usa multipolari di Obama, molti finanzieri sono convinti che una debolezza dell‟euro possa continuare a far affluire investimenti finanziari negli Usa e dunque guardano con soddisfazione alle nuove traversie di una moneta che stava trovando ampio spazio all‟interno delle riserva valutarie di tutto il mondo. Tanto forte è l‟esigenza di puntellare l‟egemonia politica del gigante americano da rischiare la tempesta sui mercati dei cambi.

E dunque: perché dobbiamo così docilmente fare nostra (almeno a leggere gli editoriali dei principali quotidiani italiani) la spiegazione della crisi che ci stanno fornendo i turbocapitalisti che hanno portato il mondo al disastro a causa della propria bulimia? E‟ venuto il momento di rimettere la realtà con i piedi per terra: lo stato sociale va reso compatibile con le risorse finanziarie disponibili, ma non è stato il welfare la causa della drammatica crisi che stiamo vivendo. E toglierlo di mezzo significa cambiare la natura sociale dell‟Europa.

Roberto Seghetti – Nens