Etiopia ed Eritrea, sempre più simili ma in guerra tra loro

Un tempo Meles Zenawi (primo ministro dell’Etiopia) e Isaias Afewerki (presidente dell’Eritrea) combattevano insieme. A capo di due movimenti di liberazione nazionale, il fronte di liberazione del Tigray e il Fronte popolare di liberazione dell’Eritrea, i due, che parlano la stessa lingua e provengono da regioni limitrofe, furono compagni di battaglia nella lunga guerra, in particolare tra il 1981 e il 1991, combattuta contro il comune nemico, il regime filosovietico di Mengistu. Fu una lotta di liberazione nazionale culminata nel 1991 con la conquista da parte dei due eserciti, rispettivamente di Addis Abeba e Asmara, e nel 1993 con la proclamazione di indipendenza dell’Eritrea.

Da allora e ininterrottamente fino ad oggi Meles è il primo ministro dell’Etiopia e Isaias è presidente dell’Eritrea: i due, ciascuno nel proprio Stato e con i propri metodi, stanno aumentando in maniera progressiva il loro potere che non si potrebbe definire se non dispotico e dittatoriale.

Ma la loro amicizia è finita da parecchi anni: la guerra tra i due paesi tra il 1998 e il 2000, la tensione permanente lungo i confini, l’opposto posizionamento strategico della cosiddetta guerra al terrorismo e più in generale tra occidente e Cina (Etiopia filo americana e Eritrea vicina a paesi arabi e Cina), li hanno posti su due fronti avversi. Rimangono invece identici i metodi repressivi, i massacri indiscriminati, l’eliminazione fisica degli avversari politici, il bavaglio alla stampa, il disprezzo per i più elementari diritti umani.

Per le cancellerie occidentali però Zenawi è più democratico del collega dittatore Afewerki. Certamente quest’ ultimo ha imposto progressivamente nel suo paese un regime di polizia che trova pochi riscontri in tutta l’Africa e nel mondo intero: nel continente nero l’Eritrea è diventata una specie di Corea del nord. Il governo eritreo ha bandito da anni molte ONG che monitoravano le violazioni dei diritti, ha chiuso le porte a qualsiasi osservatore internazionale, ha cacciato o impedito di operare a numerosi missionari cattolici e non, ha ristretto notevolmente la libertà di movimento degli stranieri nel paese, ha incarcerato o ridotto al silenzio giornalisti di opposizione.

Sono, tuttavia, soprattutto gli eritrei a subire le conseguenze di uno stato sempre più chiuso e militarizzato in cui non si sono mai tenute elezioni. I giovani non possono più uscire dal paese e quelli all’estero non possono più tornarci se non per restarci definitivamente; il servizio militare è a tempo indeterminato: a 18 anni uomini e donne vanno nell’esercito senza sapere se e quando potranno ritornare a casa; infine è limitato pure il commercio con l’estero.

Tutto questo in nome di una guerra permanente con Etiopia e con la necessità di difendere il paese. Il risultato è l’ impoverimento generale, una paura serpeggiante tipica dei regimi di polizia e soprattutto un grande desiderio di fuggire: con ogni mezzo, verso ogni destinazione, rischiando di morire nel deserto o in mare oppure uccisi alla frontiera. Fino a qualche mese fa l’Italia accoglieva molti rifugiati, poi è subentrata la politica dei respingimenti voluta dall’attuale Governo italiano che lascia questi disperati ai “diritti umani” made in Libia, fatti cioè di torture, reclusioni, assassinii indiscriminati.

Zenawi si è sempre presentato invece come il democratico politico africano con il quale si può trattare e si può convivere facilmente. È noto che l’Etiopia, da sempre nazione cristiana, fa da argine all’espansionismo arabo penetrato in Africa anche attraverso i petrodollari sauditi a cui negli ultimi anni si sono affiancate ondate di integralismo wahabita. Infatti nel 2008 proprio le truppe etiopiche sono entrate massicciamente in Somalia a sostegno del governo “legittimo” apparentemente sconfiggendo le milizie fondamentaliste, ritornate in forza pochi mesi dopo e costringendo l’Etiopia a sanguinosi scontri che durano tuttora. Con Zenawi si possono fare lucrosi affari, soprattutto nella costruzione di dighe come è avvenuto con esiti nefasti nella vicenda della serie di infrastrutture finanziate con i soldi della cooperazione italiana. Con Zenawi i cittadini godono di una libertà non paragonabile alla chiusura dell’Eritrea, e nel paese si fanno anche le elezioni. Ma qui casca l’asino.

Il fronte democratico rivoluzionario popolare di Etiopia (Eprdf), il partito quasi unico del paese, guidato da vent’anni da Meles Zenawi, vince ogni elezione con percentuali a dir poco sospette e con brogli sistematici. Il 23 maggio scorso, in elezioni fortemente criticate dalla comunità internazionale e da Human Rights Watch, il partito del primo ministro ottiene 499 seggi su 547 più altri attribuiti a formazioni regionali affiliate. Ma la vera svolta autoritaria è avvenuta nel 2005 a seguito di un buon successo delle opposizioni: dopo giorni in cui la capitale era invasa dalle manifestazioni il governo ha praticato una violenta repressione con circa 200 morti, molti dei quali studenti. In fondo Meles e Isaias, i due amici nemici, stanno diventando sempre più simili.

Piergiorgio Cattani – Unimondo.org