Vertice G20 a Toronto, l’ economia mondiale in mano ai Paesi più ricchi

Durante l’ ultimo vertice di Pittsburgh, il G20 si è auto-nominato il coordinatore dell’ economia mondiale. Il processo che riunisce le venti maggiori economie del Pianeta è rapidamente diventato centrale per comprendere e decidere le politiche dei governi, gli indirizzi dati all’economia e alla finanza internazionale, le risposte del pubblico alla peggiore crisi degli ultimi decenni.

D’ altra parte, non molto si sa nel concreto su come funziona il G20 e quali siano le principali tematiche in agenda. In occasione dell’appuntamento del G20 di Toronto, proviamo a pubblicare alcune brevi schede per riassumere le questioni più importanti all’attenzione dei governi che partecipano al vertice e lo stato dell’arte sulle diverse proposte. La speranza è che questo nostro sforzo possa aiutare a meglio comprendere il funzionamento di un organismo le cui decisioni, volenti o nolenti, impattano direttamente sulle vite di tutti noi.

Nota: i membri del G20 sono: Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, India, Indonesia, Italia, Messico, Russia, Sud Africa, Turchia, Usa, e l’Unione Europea (tramite la Commissione UE). Partecipano inoltre ai lavori i rappresentanti di FMI, Banca mondiale, Financial Stability Board, Ocse e OIL. Il Paese organizzatore può inoltre estendere l’ invito ad altre nazioni selezionate.

Storia e governance

Il G20 nasce all’ indomani della crisi che colpisce il Sud–Est Asiatico nel 1997–-98. La crisi si estende rapidamente a Paesi anche molto lontani (Brasile, Messico, Russia). Emerge la necessità di un coordinamento in materia economica e finanziaria che vada ben al di là del G8.

Il G20 non ha uno status o un mandato definito, né un suo segretariato. Fino a pochi anni fa le riunioni sono state essenzialmente tecniche e a livello ministeriale. Con lo scoppio della recente crisi finanziaria, il processo subisce una brusca accelerazione. Dal 2008 i vertici coinvolgono direttamente i capi di stato e di governo, e si moltiplicano: Washington a novembre 2008, Londra aprile 2009, Pittsburgh a settembre 2009, Toronto a giugno 2010, per poi spostarsi a Seul a novembre e in Francia nel 2011.

Se il G8, spesso chiamato “il club dei ricchi”, è sempre stato al centro delle critiche delle reti della società civile per la mancanza di legittimità e di democrazia, è generalmente riconosciuto che il G20 rappresenta un passo in avanti. Partecipano ai lavori le più importanti economie emergenti, tutti i continenti sono presenti almeno con uno Stato, nel loro complesso i Paesi del G20 rappresentano circa i due terzi della popolazione mondiale e oltre l’80% del PIL del Pianeta.

Nello stesso momento, rimangono alcune questioni cruciali riguardo la legittimità, lo status internazionale, la rappresentanza. Il G20 non ha ricevuto nessun mandato dalla maggioranza delle nazioni del pianeta. Diversi osservatori sottolineano come l’unico forum internazionale legittimato a prendere decisioni dovrebbe essere il “G192”, ovvero l’ONU. Al contrario, in maniera esplicita nel documento finale del summit di Pittsburgh, il G20 si auto-nomina in qualche modo controllore dell’economia mondiale, affidando compiti specifici alle principali istituzioni internazionali, dal FMI in poi.

Lo stesso ruolo centrale affidato dal G20 alle istituzioni di Bretton Woods e al FMI in particolare hanno suscitato notevoli critiche, visto che gli stessi Paesi del G8 da sempre guidano le decisioni e le politiche di queste istituzioni. Negli ultimi anni è stato avviato un timido processo di riforma della loro governance, ma lo spostamento del 3% dei voti dalle nazioni del Nord a quelle del Sud nella Banca mondiale e del 5% nel FMI appaiono del tutto insufficienti. La maggioranza delle nazioni del pianeta continua a essere totalmente esclusa, tanto dal G20, quanto da FMI, Banca mondiale, e dagli altri luoghi chiamati a decidere il futuro assetto della finanza mondiale,

L’ agenda del vertice

Da due anni a questa parte il G20 si riunisce a livello di capi di Stato e di governo per elaborare delle proposte comuni in risposta alla crisi finanziaria. All’interno di questa ampia cornice ricadono moltissime questioni. Non tutte sono prese in considerazione dal G20, e non tutte vengono trattate in ogni vertice. Non esistendo ad oggi un mandato preciso, né un segretariato che coordina i lavori, la decisione su quali questioni includere e quali siano quelle prioritarie viene lasciata in massima parte al Paese ospitante di turno.

Un’ altra questione rilevante riguarda la divisione dei compiti tra il G20 e il G8. A Toronto i due vertici si svolgeranno in giorni successivi, e non è chiara la suddivisione di compiti e mandati tra due raggruppamenti.

Se il documento finale dello scorso vertice di Pittsburgh era stato molto lungo e dettagliato, il Canada sembra intenzionato a restringere l’agenda del G20 di Toronto a poche questioni. In particolare le priorità identificate sono:

– assicurare la ripresa e a rimettere in equilibrio le finanze pubbliche;

– la riforma del sistema finanziario globale;

– rafforzare le istituzioni finanziarie internazionale

– costruire per il futuro mediante liberalizzazioni del commercio e degli investimenti.

Dei punti che suscitano più di una perplessità, considerando che le istituzioni finanziarie internazionali che si intende rafforzare sono spesso sul banco degli imputati per il contributo alla costruzione di un sistema finanziario fuori controllo, e soprattutto che proprio la completa liberalizzazione di commercio e investimenti ha spesso avuto impatti estremamente negativi, in particolare per i Paesi più poveri.

I vari punti in agenda si inseriscono nel quadro dell’obiettivo generale di creare una crescita forte, bilanciata e sostenibile. Lo scopo del G20 è quello di coordinare i lavori e le decisioni dei diversi membri del G20 in modo da arrivare a regole comuni, e come minimo fare in modo che le decisioni di politica economica prese in un Paese non ostacolino o danneggino altre nazioni o regioni.

Di massima il processo del G20 è fondato su interventi successivi del FMI, che elabora delle possibili proposte, che vengono successivamente esaminate e tradotte in pratica dai ministri delle Finanze dei diversi Paesi, durante il G20 Finanze. Si passa poi al vertice dei capi di stato – il G20 vero e proprio – che modifica e accetta queste proposte. Si verifica quindi lo stato dell’arte e si torna al FMI per un nuovo studio e per proseguire il processo.

Le valute

Durante la conferenza di Bretton Woods del 1944 furono creati la Banca mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, a cui venne affidato, tra gli altri, il compito di assicurare la stabilità delle valute mondiali. Il sistema prevedeva di legare il valore delle diverse valute al dollaro, il quale a sua volta era scambiabile in ogni momento con oro (il Gold Exchange Standard). Questo sistema di scambi fissi è andato avanti fino all’inizio degli anni ’70, quando gli Usa lo abolirono unilateralmente, dando di fatto il via a un sistema di libera fluttuazione delle valute sui mercati mondiali.

Negli ultimi anni questa fluttuazione è stata spesso accusata di provocare forti instabilità per diverse valute e per i corrispondenti Paesi. Il mercato delle valute ha superato i 3.000 miliardi di dollari al giorno. Per fare un confronto, il totale dei beni e servizi esportati nel mondo è dell’ordine dei 10 – 15.000 miliardi di dollari l’anno. Questo significa che in una sola settimana circolano sui mercati finanziari più soldi di quelli legati a un anno di economia reale. In altre parole, la grande maggioranza delle transazioni valutarie non ha alcun rapporto con l’economia reale, ma riguarda speculatori che comprano e vendono diverse valute per guadagnare sulle oscillazioni dei prezzi.

Il G20 non ha fino a oggi preso in considerazione questa tematica, se non nell’ambito più ampio di porre un freno alla speculazione. Le reti della società civile internazionale hanno avanzato alcune proposte, che vanno dal reintrodurre dei vincoli alla fluttuazione internazionale delle valute, all’introduzione di una piccola imposta sulle transazioni valutarie in grado di frenare le attività speculative senza colpire l’economia reale (cosiddetta Tobin Tax, vedi anche il punto sulla tassa sulle transazioni finanziarie).

La questione delle valute va però ben al di là delle pur gravi problematiche legate direttamente alla speculazione. Il dollaro continua a essere la valuta di riserva a livello mondiale, e quasi tutte le merci sui mercati internazionali vengono scambiate in dollari. La crisi ha reso evidente come questo privilegio per gli Usa non sia più sostenibile e come causi enormi problemi. Diverse proposte sono state elaborate. Tra le più interessanti quella in sede ONU dalla commissione guidata dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz e che prevede l’utilizzo di una moneta artificiale fondata su un paniere di diverse valute e che possa sostituire il dollaro quale valuta di riserva a livello globale. Purtroppo ad oggi i suggerimenti elaborati dal sistema delle Nazioni Unite non hanno trovato il sostegno dei maggiori governi del Pianeta, impegnati in incontri nell’esclusivo quanto informale G20.

Gli squilibri internazionali

Una parte del mondo, il Nord, vive da decenni al di sopra delle proprie possibilità, consumando e spendendo più di quanto potrebbe. Questo è stato in parte possibile grazie a diversi meccanismi economici, commerciali, finanziari pesantemente sbilanciati in favore delle nazioni più ricche e in parte grazie a un continuo accumulo di debiti di questi stessi Paesi.

Negli ultimi anni questo squilibrio è diventato sempre più evidente. Il caso più lampante riguarda i rapporti commerciali e le tensioni tra Usa e Cina. Il gigante asiatico è diventato il fornitore di prodotto industriali del mondo intero, e in particolare dei maggiori consumatori del pianeta, gli Usa. Questi ultimi hanno una bilancia commerciale enormemente negativa nei confronti della Cina, il che significa che contraggono un debito sempre maggiore. Per pagare questo debito emettono dei buoni del Tesoro (l’equivalente dei nostri Bot e Cct), che vengono acquistati dalla banca centrale di Pechino. Lo stesso meccanismo avviene con molti altri Paesi, e in particolare con quelli esportatori di petrolio.

Il risultato è l’ accumulo di enormi riserve valutarie da parte di alcuni Stati emergenti, e un debito crescente e sempre più insostenibile per altri. Uno squilibrio che genera enormi tensioni su scala internazionale, e che il G20 ha dichiarato di volere affrontare. Diversi governi e gli stessi mercati finanziari hanno salutato positivamente la decisione di questi giorni dell’esecutivo cinese di volere rivalutare lo Yuan rispetto in particolare al dollaro, ma al momento non sono state elaborate delle soluzioni definitive per risolvere la questione nel lungo periodo.

E’ da notare che, se il caso Usa–Cina è probabilmente il più evidente, sono molte altre le situazioni di squilibrio tra i Paesi con un forte surplus e quelle in deficit. Tensioni che in maniera sempre più forte stanno interessando l’Europa e la zona Euro, guidata da una Germania che fonda la sua economia sulle esportazioni e un conseguente surplus commerciale, e diversi altri Paesi in situazione di forte deficit nello stesso settore.

Se nel caso della Cina una delle proposte per riequilibrare la situazione è legata alla rivalutazione della moneta locale, le difficoltà possono essere ben diverse per Paesi legati dalla stessa valuta, come avviene all’interno della zona euro.

Le misure economiche

L’argomento centrale di tutti gli incontri del G20 che si sono svolti fino a oggi è stato come uscire dalla crisi, come rilanciare le economie nazionali, come assicurare una crescita stabile e duratura all’economia. La quasi totalità delle nazioni del G20 ha promosso negli ultimi due anni degli enormi piani pubblici di stimolo alle economie, anche se con modalità, finalità e importi molto diversi.

Uno dei problemi maggiori è ora legato alla “exit strategy”: come uscire progressivamente da una situazione in cui il pubblico, tramite stimoli di vario tipo, sussidi, misure fiscali o altro, deve sostenere un privato in crisi profonda? Come farlo senza deprimere ulteriormente la già debole e insicura ripresa economica?

Fino a oggi il FMI ha giocato un ruolo centrale nell’elaborare le misure di stimolo e di intervento nelle economie nazionali. Da oltre un trentennio l’istituzione di Bretton Woods è duramente criticata per le condizionalità che impone invariabilmente a ogni Paese su cui interviene. Queste condizionalità riguardano tagli alla spesa pubblica, misure di austerità e obiettivi di riduzione dei deficit. Misure che hanno avuto impatti estremamente negativi su moltissimi Paesi del Sud, e che hanno spinto diverse nazioni ad accumulare delle riserve proprie per potere fare fronte a eventuali crisi senza doversi più rivolgere allo stesso FMI.

Con lo scoppio della crisi, molti tra i Paesi più poveri del mondo hanno nuovamente dovuto rivolgersi al FMI, e le condizioni per accedere a prestiti o altri interventi sono state le stesse. L’aumento dei prestiti di FMI e Banca mondiale, tra le altre cose, potrebbe comportare per diversi Paesi una nuova crisi del debito.

La novità degli ultimi mesi è che per la prima volta anche Paesi occidentali hanno dovuto seguire lo stesso percorso. La Grecia è stata la prima nazione della zona euro a dovere accettare un intervento del FMI, e le condizionalità connesse.

Secondo diversi economisti, le misure di austerità previste, i tagli agli stipendi pubblici, allo stato sociale e al welfare rischiano di acuire la crisi e non di risolverla, deprimendo la domanda. La Lettonia ha visto il proprio PIL crollare del 18% dopo avere promosso misure analoghe a seguito della crisi. Una situazione che rischia seriamente di coinvolgere molte altre nazioni nella “ricca” Europa, dall’Ungheria e Romania a Est ai “PIGS”, ovvero Portogallo, Irlanda, Spagna e forse Italia, oltre alla Grecia, in occidente.

Dei costi enormi, e, forse in maniera ancora più inaccettabile, delle misure in completa antitesi con quelle adottate dalle potenze del G20 allo scoppiare della crisi, quando sono stati approvati degli enormi piani pubblici di sostegno alle rispettive economie.

I flussi di capitali

La liberalizzazione dei flussi di capitale è stata una delle maggiori innovazioni degli ultimi decenni. Sulla spinta neoliberista e sotto la guida del FMI moltissimi Paesi hanno abbattuto i loro controlli sui flussi di capitali in entrata e in uscita.

Questo ha causato instabilità e impedito a diverse nazioni di attuare delle politiche economiche adeguate o di proteggersi in caso di attacchi speculativi. L’esempio più evidente viene probabilmente dalla crisi che ha colpito il Sud-Est asiatico nel 1997 – ’98. Allo scoppiare della crisi, e nel giro di due sole settimane, oltre 100 miliardi di dollari sono fuggiti dai Paesi interessati, aggravando pesantemente una situazione già critica. La Malesia, l’unico Paese della regione che aveva mantenuto una qualche forma di controllo sui flussi di capitale, è quello che ha subito meno gli impatti della crisi rispetto ai vicini.

Con lo scoppio della recente crisi finanziaria, la necessità di introdurre delle forme di controllo sui flussi di capitali è tornata nell’agenda di diversi governi, anche se non ancora in quella del G20. Lo stesso FMI ha clamorosamente pubblicato una ricerca nella quale, per la prima volta da decenni, ha riconosciuto che alcune forme di controllo sui flussi di capitale può essere positiva e anche necessaria in particolari situazioni. Una prima timida ammissione che però non ha comportato fino a oggi un mutamento delle politiche perseguite dall’istituzione.

Alla vigilia del G20 di Toronto la Corea del Sud ha annunciato l’intenzione di introdurre dei controlli sui flussi di capitali, e su quelli più a breve termine e speculativi in particolare. Pochi giorni dopo anche l’Indonesia ha annunciato un’intenzione simile.

Un’indicazione sul mutato clima politico internazionale, ma anche una conferma che fino a oggi il G20 non ha ricoperto il ruolo di “coordinatore dell’economia internazionale che si è auto-assegnato, e che i suoi diversi membri, per non parlare delle nazioni che non partecipano al G20, continuano ad andare avanti con politiche autonome.

La tassa sulle transazioni finanziarie

La FTT è un’imposta con un tasso molto ridotto (tra lo 0,01% e lo 0,1%) da applicare su ogni compravendita di titoli e strumenti finanziari. Un’imposta sufficientemente piccola da non scoraggiare le “normali” operazioni di investimento realizzate sui mercati finanziari con un’ottica di lungo periodo. Al contrario, gli speculatori che realizzano moltissime operazioni di compravendita per guadagnare su minime oscillazioni dei prezzi, dovrebbero pagare la tassa per ogni operazione, il che la renderebbe sconveniente.

Si tratta quindi di uno strumento estremamente mirato ed efficace per contrastare la speculazione senza impattare sulle attività produttive, sull’economia reale e sugli investimenti di lungo termine. Una tassa in grado di generare un gettito di oltre 650 miliardi di dollari su scala globale, in un momento di crisi nera per i conti pubblici. Una proposta in grado di ridare finalmente alla politica una forma di controllo sui mercati finanziari.

Se le reti della società civile internazionale sostengono da tempo la necessità di introdurre forme di tassazione internazionale sugli strumenti finanziari, a partire dalla Tobin Tax che riguardava unicamente le valute, negli ultimi tempi il sostegno si è allargato in maniera sostanziale.

Grazie al lavoro delle reti della società civile internazionale, il documento del summit di Pittsburgh conteneva una richiesta al FMI di elaborare un documento per valutare come il settore finanziario possa contribuire a pagare una giusta parte dei costi della crisi. Il FMI presenterà la versione finale di questo studio al G20 di Toronto. Nella prima bozza circolata, il FMI non boccia la tassa sulle transazioni finanziaria, ma esamina diverse altre opzioni, tra cui quella di un’imposta sulle banche.

Dietro la spinta di Francia e Germania, il Consiglio UE ha deciso all’unanimità di chiedere al G20 di Toronto di muovere dei passi in avanti sulla tassa sulle transazioni finanziarie, e ha anche dato il proprio sostegno per l’applicazione su scala europea della tassa sulle banche. Quest’ultima presenta alcune caratteristiche interessanti, ma non è uno strumento in grado di frenare la speculazione e il rischio eccessivo, il gettito sarebbe molto ridotto e non colpirebbe alcuni degli attori a maggiore carattere speculativo, quali gli hedge funds. Tutte cose che la tassa sulle transazioni finanziarie sarebbe in grado di assicurare.

In ambito ONU, la commissione guidata dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, tra le diverse proposte avanzate per rispondere alla crisi, ha formulato anche la richiesta di una tassa sulle transazioni finanziarie. A livello europeo, oltre al Consiglio UE, anche il Parlamento ha approvato recentemente una risoluzione in suo favore. Malgrado il rinnovato sostegno internazionale e il perdurare di una forte speculazione sui mercati, il Canada non sembra intenzionato a mettere la questione nell’agenda del vertice. Secondo diversi analisti, se il G20 non riesce a trovare il necessario consenso, l’Europa potrebbe e dovrebbe andare avanti da sola, anche per dare un segnale forte in vista dei successivi vertici.

I paradisi fiscali

Il paragrafo sui paradisi fiscali del documento finale del G20 di Pittsburgh si apre con l’auto-elogio secondo cui “il nostro impegno con le giurisdizioni non-cooperative ha dato dei risultati impressionanti”. Se alcuni passi in avanti sono effettivamente stati fatti, un recente studio di una delle maggiori società di consulenza nel mondo segnalava che i soldi detenuti nelle giurisdizioni offshore sono passati dai 6.800 miliardi di dollari del 2008 ai 7.400 del 2009. Più in generale la questione dei paradisi fiscali sembra tutt’altro che risolta, e a vedere il continuo prosperare di flussi illeciti e operazioni al limite della legalità, la situazione appare “impressionante” principalmente per la dimensione del fenomeno, non certo per i risultati raggiunti.

Come per diverse altre tematiche, e a dispetto del fatto che il G20 si è auto-nominato il coordinatore dell’economia mondiale, quello che manca per ottenere risultati efficaci è proprio un maggiore coordinamento a livello internazionale. Da tempo le reti della società civile e gli studiosi hanno elaborato delle proposte che potrebbero segnare un deciso cambio di passo nel contrasto ai paradisi fiscali, ma queste proposte, che pure raccolgono il favore di alcuni governi, non sono state portate all’agenda del G20.

La stessa lista dei territori considerati paradisi fiscali, la famosa “lista nera” elaborata dall’OCSE, sembra decisamente influenzata dai membri del G20. I criteri scelti per decidere se un Paese è un paradiso fiscale o meno fanno sì che territori come le Isole del Canale o le Isole Cayman, che rispondono alla Gran Bretagna, Macao, nell’orbita della Cina, o il Delaware, negli Usa, siano stati esclusi dalla stessa lista nera. Al contrario, la rete della società civile internazionale Tax Justice Network ha elaborato un proprio indice, il “Financial Secrecy Index”, nel quale prende in considerazione parametri più completi, e nel quale questi stessi territori figurano ai primi posti in termini di segretezza in ambito fiscale, flussi finanziari illeciti e via discorrendo.

E’ ad esempio necessario un accordo multilaterale per uno scambio automatico di informazioni a livello fiscale, e non il semplice moltiplicarsi di accordi bilaterali, basati inoltre su scambi di informazioni unicamente su richiesta di uno dei Paesi coinvolti.

Una delle proposte più efficaci per contrastare i flussi illeciti, l’evasione fiscale e la corruzione sarebbe quella di chiedere alle imprese multinazionali di pubblicare i loro dati fiscali e contabili per ogni Paese in cui operano, e non solo aggregati per regioni, come avviene oggi (Country by Country reporting). Una proposta di buon senso, semplice da implementare e che avrebbe degli enormi impatti positivi a livello globale, ma sulla quale fino a oggi il G20 non si è pronunciato.

La regolamentazione delle banche

La questione di come evitare il rischio di nuovi fallimenti di istituti bancari e di come rafforzare il sistema bancario per evitare che si assumano rischi eccessivi è centrale nell’agenda del G20. In seguito alla crisi sono stati necessari degli enormi piani di salvataggio pubblici per salvare il sistema finanziario, tra i maggiori responsabili della crisi stessa. Questo è vero in particolare per le banche “too big to fail” ovvero di dimensioni troppo grandi per essere lasciate fallire senza il rischio concreto di trascinare l’intero sistema economico. Considerato il livello di integrazione dei mercati finanziario e bancario, però, questo rischio sussiste ancora oggi e non riguarda unicamente gli istituti di maggiori dimensioni.

Una delle misure maggiormente discusse per rafforzare il sistema bancario riguarda l’aumento dei requisiti di capitale, ovvero della quantità e della qualità di risorse proprie che le banche devono tenere da parte per ogni finanziamento che fanno. Questi requisiti sono oggi discussi in primo luogo nel Comitato di Basilea, un organo che riunisce rappresentanti di diverse banche centrali. L’accordo attualmente in vigore, Basilea II, prevede alcuni vincoli sul capitale proprio per le banche. Questi vincoli si sono dimostrati insufficienti e inefficaci con l’esplodere della crisi, in primo luogo perché la moderna ingegneria finanziaria ha messo a punto una serie di strumenti, più o meno leciti, che hanno consentito alle banche di portare fuori bilancio le loro attività più rischiose, sottraendole a qualunque controllo.

Lo studio di un nuovo accordo di Basilea III deve quindi andare di pari passo con l’elaborazione di regole più generali per limitare il “settore bancario ombra” o “shadow banking sytem” dove si svolgono tali operazioni. Tali regole riguardano ad esempio il funzionamento delle agenzie di rating, che danno un voto a imprese e stati e sul cui giudizio si basa in buona parte la misura del rischio di chi chiede un finanziamento a una banca.

La comunità finanziaria, tramite le proprie potenti lobby, sostiene che criteri più stringenti in materia di capitali propri significherebbe maggiori vincoli per finanziare le imprese e i cittadini, con la conseguenza di un aumento del costo del credito che frenerebbe l’uscita dalla crisi e l’auspicata ripresa. Su questo aspetto è di grande importanza la posizione della finanza etica, che sottolinea come la quasi totalità dei clienti delle banche etiche e alternative sia costituita da realtà considerate a massimo rischio. Questo significa penalizzare fortemente la finanza etica e le attività con le maggiori ricadute positive dal punto di vista sociale e ambientale. All’estremo opposto, attori quali gli hedge fund, che pure lavorano con i soldi delle banche, non hanno praticamente alcun vincolo in base ai criteri di Basilea. Da queste considerazioni è nata la proposta di includere dei criteri sociali, ambientali e sui diritti umani nella valutazione del rischio di un richiedente un prestito. Come ha mostrato il recente disastro della BP nel golfo del Messico e le conseguenze finanziarie per l’impresa, tenere in considerazione criteri ambientali e sociali permetterebbe di diminuire anche il rischio complessivo di credito per il settore bancario. Purtroppo non sembra che al momento questa sia una priorità nell’agenda del G20, né in quella dello stesso Comitato di Basilea.

Cambiamenti climatici

Non è tutt’ora chiaro se e in che modo il G20 includerà nell’agenda il tema dei cambiamenti climatici, né se al contrario lo dovrebbe fare il G8, o se piuttosto tali questioni saranno completamente escluse. Il governo canadese ha dichiarato di non volersi occupare di clima, quello della Corea del Sud, al contrario, che ospiterà il prossimo G20 a Seoul a novembre, vorrebbe farlo.

Non è nemmeno detto che tale inserimento sia auspicabile, anzi. Da una parte potrebbe apparire opportuno cercare di legare la crisi finanziaria ed economia a quella ambientale. Per fare un esempio, la Corea del Sud ha dichiarato che l’80% delle risorse messe a disposizione come piano di stimolo dell’economia nazionale sono state destinate alla “green economy”. Non è però al momento ben chiaro cosa questa “green economy” contenga e i dettagli degli interventi.

In maniera ancora più evidente, al momento la questione dei cambiamenti climatici e delle risorse necessarie per contrastarli viene trattata in diversi luoghi. Il processo centrale è quello che va avanti in sede ONU, con la creazione di un fondo apposito. Dall’altra, la Banca mondiale in particolare sta cercando di accreditarsi come soggetto centrale in tutta la partita dei fondi contro i cambiamenti climatici. Considerando quanto il G20 affidi un ruolo centrale alle istituzioni di Bretton Woods e, al contrario, la mancanza di attenzione verso i processi che si svolgono in sede ONU, c’è il rischio concreto che un’eventuale inclusione della questione clima nell’agenda del G20 possa rafforzare ulteriormente il ruolo di Banca mondiale e FMI.

Lo stesso G20 ha fino a oggi discusso unicamente alcuni punti molto specifici, quale la proposta di rimuovere progressivamente i sussidi pubblici ai combustibili fossili. A una dichiarazione di principio non ha però finora fatto seguito un’agenda concreta che espliciti tempi e modalità

In conclusione, potrebbe essere giusto e condivisibile trattare come un tutt’uno le molteplici crisi che stanno affliggendo il pianeta, molto meno condivisibile che ciò venga fatto con l’ottica che ha contraddistinto il G20 fino a oggi

Cosa manca nell’ agenda?

Una delle maggiori critiche rivolte al G20 è il fatto che si sia auto-nominato coordinatore dell’economia mondiale e abbia assunto un ruolo centrale nel definire i futuri assetti dell’economia e della finanza globali, in assenza di un mandato chiaro conferito dall’insieme delle nazioni del mondo, e al di fuori del consesso dell’ONU. Secondo queste critiche, il G20 non dovrebbe avere alcuna legittimità nel prendere decisioni che di fatto interessano direttamente tutte le nazioni e le popolazioni del pianeta.

Poniamo però per un momento che il G20 sia davvero il luogo legittimo per coordinare l’economia globale e per cercare di uscire dalla crisi. Guardando l’agenda dei vertici che si sono succeduti dallo scoppio della crisi finanziaria ad oggi, colpisce l’assenza di alcune questioni, o comunque il fatto che queste siano state relegate in posizione marginale. Nel momento in cui la crisi ha provocato l’aumento della povertà a livello mondiale, di fronte all’emergenza climatica, all’aumento della disoccupazione, alle molteplici crisi che affligono il pianeta, per quale motivo l’agenda è interamente centrata su questioni finanziarie? Gli scorsi G20 hanno proposto un “Global Jobs Pact” per mettere al centro il lavoro in collaborazione con l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro, agenzia specializzata dell’ONU), ma questo processo ha rapidamente perso interesse e spazio nell’agenda dei leader. Il FMI, inoltre, conserva nel processo un ruolo centrale, relegando la stessa OIL a compiti secondari, malgrado sia l’istituzione più accreditata per trattare la questione.

Ancora, perché l’agenda dei vertici del G20 non è centrata sulla tutela e il rispetto dei diritti umani? Dove sono le questioni di genere? Perché non sono mai state considerate seriamente le alternative regionali (iniziativa Chang Mai in Asia, Banco del Sur in America Latina e altre) che stanno cercando di sviluppare alternative al modello economico dominante? Che spazio hanno le politiche sociali, e il welfare? Può essere sufficiente qualche vago riferimento alla questione dei cambiamenti climatici per affrontare in maniera corretta l’emergenza ambientale globale?

Tutte domande che rafforzano le critiche mosse al G20 e alla sua stessa legittimità. Tutti concordano che a problemi ed emergenze globali sono necessarie risposte globali. E’ però tutto da dimostrare che il G20 abbia la capacità di affrontare tali questioni, e appaiono sempre più fondate le voci di chi sostiene che, tanto nel merito quanto nel metodo, il processo del G20 sia stato di fatto fino ad oggi un fallimento, e che sia necessario tornare al G192, ovvero all’ ONU, unica istituzione che possa garantire un processo democratico e partecipativo che coinvolge l’insieme dell’umanità.

Luca Manes – Crbm.org