Nucleare, a cosa serviranno le nuove sanzioni contro l’ Iran?

Dopo mesi di intense consultazioni, il Consiglio di sicurezza dell’ Onu ha infine approvato un quarto round di sanzioni contro l’ Iran per persuaderlo a offrire maggiori garanzie sulla natura solo pacifica del suo programma nucleare. Gli Usa e l’Ue si apprestano inoltre ad introdurre ulteriori misure punitive. Funzioneranno queste nuove sanzioni? È possibile, ma solo se integrate in una strategia diplomatica. Altrimenti, rischiano di risultare controproducenti.

Le nuove sanzioni

La risoluzione 1929 del Consiglio di sicurezza Onu vieta all’Iran ogni attività relativa ai missili balistici, espande ed inasprisce le misure in vigore contro persone fisiche e giuridiche coinvolte nei programmi nucleare e balistico dell’Iran, introduce ulteriori restrizioni sulle transazioni finanziarie di una serie di enti coinvolti nel finanziamento dei due programmi, e rafforza i controlli sui carichi sospetti diretti in Iran. In più, introduce un embargo su alcuni sistemi d’arma pesante (compresi i sistemi missilistici).

L’ Ue procederà presto a inasprire ulteriormente il regime di sanzioni, proibendo tra l’altro nuovi investimenti nel settore energetico iraniano. Dal canto loro, gli americani, che già mantengono un embargo pressoché totale sul commercio con l’Iran, sono determinati ad inasprire le misure contro le imprese straniere operanti negli Usa che fanno affari nel settore energetico iraniano (compreso quello dei raffinati); nonché a strangolare finanziariamente le imprese iraniane sospettate di avere qualche parte nei programmi nucleare e balistico, in particolare quelle di proprietà del Corpo dei guardiani della rivoluzione dell’Iran, l’organizzazione paramilitare che controlla larghi strati dell’economia del paese. Per giudicare l’impatto delle nuove sanzioni bisogna farsi tre domande: a) indurranno il governo iraniano a fare marcia indietro sul programma nucleare? b) incideranno sul calcolo strategico che è alla base delle sue scelte in materia nucleare? c) produrranno più danni o benefici?

L’ intransigenza di Teheran

La risposta alla prima domanda è: no. Il governo iraniano ha già dichiarato che non intende fermare lo sviluppo delle attività più sensibili del suo programma nucleare, in primis l’arricchimento dell’uranio (un processo necessario tanto all’industria nucleare civile quanto a quella militare). Il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, ha anzi annunciato (in diretta tv) che sono allo studio piani di espansione delle attività nucleari.

La reazione dell’Iran non ha destato alcuna sorpresa. Gli iraniani considerano le sanzioni, anche quelle decise dall’Onu, come politicamente motivate e non ne riconoscono la legittimità. Ahmadinejad mira a sfruttare propagandisticamente l’immagine di un Iran vittima di macchinazioni internazionali per consolidare il consenso di quella fetta dell’elettorato che lo sostiene (e che rappresenta con ogni probabilità la maggioranza relativa del paese). Del resto il programma nucleare è diventato in Iran una questione di prestigio nazionale e qualsiasi esecutivo rischierebbe di non sopravvivere a lungo se acconsentisse a negoziare da una posizione debole, cioè dopo aver subito queste ulteriori sanzioni.

Teheran ritiene di poter mantenere questa linea di intransigenza fidando sul fatto che non c’è consenso internazionale sull’adozione degli unici due tipi di sanzioni che avrebbero un impatto immediato e devastante sull’economia iraniana: un embargo petrolifero e il divieto di esportare in Iran prodotti petroliferi raffinati. Di questi ultimi l’Iran è importatore netto avendo fatto, negli ultimi decenni, scarsi o nulli investimenti nell’industria di raffinazione.

Credibilità in gioco

Se già tutti sapevano che l’Iran avrebbe fatto spallucce, perché allora gli Usa e l’Ue hanno spinto tanto per ricorrere alle sanzioni? Qui entra in gioco la seconda domanda, se cioè esse servano ad incidere sul calcolo strategico degli iraniani. La risposta in questo caso è: potrebbero.

Per gli americani e gli europei adottare un nuovo round di sanzioni era in primo luogo necessario per mantenere la credibilità dei 3+3, il gruppo formato da Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia e Cina che sta tentando di contenere le ambizioni nucleari iraniane. Sono anni che l’Iran ignora la richiesta del Consiglio di sicurezza Onu di sospendere l’arricchimento dell’uranio e delle attività collegate e di cooperare in modo più completo e trasparente con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), cui spetta verificare che il suo programma nucleare non abbia finalità militari.

Nell’ ottobre 2009 gli iraniani avevano detto sì (in linea di principio) ad un accordo proposto dai 3+3, ma lo avevano rimesso in discussione dopo poco, mostrando così di mirare solo a guadagnare tempo. Ad aggiungere la beffa al danno, l’Iran ha poi tentato di mandare all’aria i negoziati dei 3+3 sulle nuove sanzioni Onu accettando un accordo proposto da Turchia e Brasile che era, a grandi linee, modellato su quello dell’autunno scorso. Con la fondamentale differenza, però, che l’ipotesi di accordo turco-brasiliana era priva degli elementi di garanzia contenuti invece in quello con i 3+3: non apriva nessuna reale prospettiva di negoziato, lasciava all’Iran sufficiente uranio (se ulteriormente arricchito) per la costruzione della bomba e soprattutto non affrontava il problema cruciale, quello delle capacità di arricchimento dell’Iran. Rinunciare all’inasprimento delle sanzioni avrebbe significato per gli Usa e i partner perdere la faccia e, con essa, parte della propria forza negoziale. Con le sanzioni, che hanno ricevuto l’imprimatur anche di interlocutori generalmente riluttanti come Russia e Cina, gli americani hanno dimostrato all’Iran che le sue azioni hanno un costo (politico, se non economico).

L’ altra ragione per cui Usa e Ue hanno spinto per le sanzioni Onu è che in questo modo hanno ottenuto una base di legittimazione politica per poter adottare misure unilaterali. Anche se nemmeno queste sanzioni sono tali da costringere l’Iran ad un immediato ripensamento delle sue strategie, l’idea che siano innocue – diffusa sia tra quelli che vi si oppongono sia tra quelli che le vorrebbero più pesanti – è tutta da dimostrare. L’esperienza degli ultimi anni mostra che l’Iran è costretto di continuo a inventare nuovi espedienti per aggirare le restrizioni, con conseguente perdita di tempo e soldi. In più, l’economia iraniana non naviga in buone acque e necessita di nuovi investimenti nell’unico settore che la traina, quello energetico. Nel medio periodo potrebbe avere bisogno delle tecnologie e dell’expertise delle compagnie Ue, i cui standard sono più alti di quelli offerti dalle compagnie di altri paesi, Cina in primo luogo, che stanno occupando il posto lasciato dagli europei.

Costi e benefici

Questo permette di rispondere alla terza domanda: le sanzioni potrebbero in effetti comportare benefici superiori ai costi, dal momento che potrebbero indurre l’Iran a riconsiderare l’efficacia della sua strategia di ‘resistenza passiva’. Ma ciò può aver luogo solo a condizione che gli Usa e l’Ue usino le sanzioni come merce di scambio nell’ambito di un negoziato in cui si offrano anche incentivi – in particolare in termini di sicurezza – agli iraniani. Se le sanzioni sono incorporate in una strategia negoziale più ampia possono contribuire ad un esito positivo della disputa.

L’ esperienza di stati come l’Iraq di Saddam dimostra che anche un embargo totale è sopportabile, e l’Iran non è isolato come lo era l’Iraq. Russia e Cina non sono disposte a seguire in eterno la linea delle sanzioni, né le compagnie energetiche cinesi resteranno sempre indietro alle europee quanto ad expertise e standard tecnologici. In sostanza, se le sanzioni diventano un surrogato di una politica di coinvolgimento e dialogo, produrranno più danni che benefici. In caso contrario, c’è ancora speranza.

Riccardo Alcaro – AffarInternazionali.it