G20 Toronto, si al taglio del deficit ma nessun accenno alla tassa sulle banche

Erano i grandi temi della vigilia e, puntualmente, sono stati il cuore delle discussioni del G20 e della bozza del comunicato finale: la riduzione del deficit, gli stimoli all’ economia per puntellare una ripresa ancora fragile, le riforme del sistema finanziario e l’ eventuale imposizione di una tassa a carico del sistema bancario. Dopo gli accesi dibattiti e le divergenze tra Stati Uniti e Unione Europea proprio sulla strada da seguire per rilanciare la ripresa, i paesi del G20 si sono impegnati a dimezzare il deficit entro il 2013, incoraggiando una disciplina fiscale “growth-friendly”, favorevole alla crescita. Nessun accenno invece alla tassa sulle banche: gli approcci possibili sono tanti e diversi da paese a paese.

“Le economie avanzate si sono impegnate a favore di piani fiscali che, come minimo, dimezzeranno i disavanzi entro il 2013 e stabilizzeranno o ridurranno, entro il 2016, il rapporto debito pubblico-prodotto interno lordo”, si legge nella bozza del comunicato, in cui si ribadisce tra l’altro la volontà di procedere sulla strada di azioni comuni per sostenere la ripresa, la creazione di posti di lavoro e una più bilanciata crescita sostenibile. Proprio questo punto, introdotto su proposta del primo ministro canadese Stephen Harper, ha ricevuto il plauso del cancelliere tedesco Angela Merkel, che si è detta “molto felice” della chiarezza con cui il G20 si è espresso sul tema: “questo significa avere bilanci equilibrati e portare avanti la questione della riduzione dei livelli complessivi di debito”.

Mentre la ripresa economica globale è ancora “fragile e non omogenea” ed esiste il timore che la crisi di debito in Europa possa allargarsi, mettendo a repentaglio il ritmo della crescita globale, i leader del G20 si sono concentrati su piani credibili, calibrati sulle esigenze delle singole nazioni e da mettere in atto con la tempistica adeguata, in modo da non provocare effetti controproducenti. Proprio su questo si è espresso il presidente cinese Hu Jintao, secondo cui abbandonanre troppo presto i programmi di stimolo all’economia potrebbe ripercuotersi in modo dannoso sulla ripresa. “Penso che il comunicato riconosca in modo esplicito che i Paesi con più gravi problemi fiscali dovranno accelerare le azioni volte a risolverli”, ha detto il ministro del Tesoro britannico George Osborne, precisando che “si sta lavorando insieme su problemi comuni e su come produrre una ripresa sostenibile”.

I leader del G20 si sono trovati d’accordo sui piani di medio termine, con molte delle economie avanzate che si sono già impegnate a dimezzare il deficit (gli Stati Uniti, per esempio, nella finanziaria dell’anno fiscale 2011 hanno segnalato la volontà a tagliare il disavanzo a 727 miliardi di dollari nel 2013, contro i 1.600 miliardi del 2010, il massimo di sempre).

Tra i punti di disaccordo, – soprattutto tra Stati Uniti e le economie più forti dell’Unione Europea, Francia e Germania, – c’è stata la questione degli stimoli all’economia e la revoca dei programmi di emergenza nell’arco dei prossimi 18 mesi. Gli Stati Uniti ritengono che i passi avanti di una ripresa ancora fragile non dovrebbero essere messi a repentaglio da repentini tagli delle spese e incrementi fiscali, mentre paesi come Gran Bretagna, Germania, Canada e Giappone hanno invece sottolineato che proprio la riduzione di deficit monumentali deve essere la priorità assoluta.

Il compromesso è arrivato nella forma di un linguaggio non particolarmente stringente: per sostenere la ripresa, bisogna continuare a mettere in atto “piani di stimolo esistenti, adoperandosi al contempo per creare le condizioni per una vigorosa domanda privata, anche attraverso “piani di sostenibilità fiscale credibili, graduali e favorevoli alla crescita, che rispondano alle specifiche esigenze nazionali”, mentre “i paesi con gravi problemi fiscali devono accelerare il ritmo del consolidamento”.

Per quanto riguarda la riforma del sistema finanziario, la via per la ripresa si fonda su “quattro pilastri”: un vigoroso quadro normativo, una supervisione efficace, una valutazione internazionale trasparente e la ristrutturazione e la risoluzione di “qualsivoglia tipologia di istituzione finanziaria in crisi”. Ma, mentre i leader del G20 sono d’accorso sul fatto che “il settore finanziario debba farsi carico di qualunque onere associato agli interventi pubblici, per risanare il sistema finanziario, finanziare la risoluzione e ridurre i rischi derivanti”, gli approcci politici possibili sono diversi tra loro. Nessun accenndo dunque ai vincoli sull’eventuale imposizione di una tassa a carico delle banche, con il gruppo dei venti che si limita a prendere atto del fatto che “alcuni paesi hanno scelto la via degli oneri fiscali, altri invece hanno adottato un’impostazione diversa”.

Stefania Arcudi – America24