G20 Toronto, nessuna soluzione alla crisi economica mondiale

Concluse le chiacchierate del G8 (ovvero i sette ladroni imperialistici più la Russia) è in corso il G20, o “vertice dei grandi” (i venti paesi capitalistici di peso globale che da soli fanno l’87,9% del Pil mondiale). Noi azzardiamo quali saranno le sue conclusioni: la fuffa, il niente.

Il G8, fatta salva la comune decisione di bastonare più duramente l’ Iran, si è concluso registrando il totale disaccordo sul punto focale della cosiddetta “exit strategy”, sul che fare per venir fuori dalla crisi. Non c’è un solo analista sistemico (nel senso di interno al sistema) che non abbia sottolineato la totale inutilità di questi summit. L’impossibilità in seno al G8 di giungere ad una politica comune viene attribuita, dai summenzionati analisti, alla divergenza tra l’asse Obama-Sarkozy (“sviluppista”) e quello capeggiato dalla Merkel (“rigorista”). C’è molto di più.

Alle divergenze in seno al G8 si aggiungeranno di sicuro quelle con la Cina, come pure con Brasile e Turchia. Ogni grande e media potenza, davanti alla crisi mondiale, pensa anzitutto ai fatti suoi, non si fida degli altri, tutela i suoi propri interessi, non è disposta a sacrificarli sull’altare della agognata “ripresa globale”. Non esiste infatti, per i capitalismi nazionali, alcun “bene comune” sovranazionale a cui doversi sottomettere. Così è stata presentata per anni la globalizzazione da futurologi di varia parrocchia. Era finita per essi l’epoca degli stati-nazione, delle vecchie rivalità, e si era aperta quella che un Toni Negri ha descritto come Impero: un sistema nel quale il capitale, giunto al suo massimo grado di sviluppo, diventato oramai pura forza-produttiva (immateriale e cognitiva), si stava autoestinguendo, abbattendo, assieme alle barriere di natura politica, le oramai consunte categorie del politico. Ora sappiamo che si trattava di una mediocre narrazione postmoderna.

Scomparso lo spettro del comunismo come nemico globale (la minaccia terroristica, checché se ne dica, viene considerata solo uno spauracchio) e sopraggiunta una crisi storico-sistemica, è ritornata la paura: ogni regime pensa alla sua conservazione, ritenendo che il pericolo potrebbe venire non solo da sconquassi sociali interni (vedi l’assalto al palazzo presidenziale di Bucarest), ma pure da minacce esterne. Dove, per minaccia esterna, si intende la trasformazione della fisiologica competizione inter-capitalistica, tra monopoli e oligopoli, in conflitto aperto. Ogni governo sente di essere sull’orlo del precipizio, capisce che gli equilibri internazionali, economici e politici, sono fragili, che ogni nuova seria perturbazione potrebbe farli saltare per aria. Al fondo dei fallimenti di questo come degli altri summit ci sono dunque, nei panni di divergenze sulle politiche anti-crisi, gli spettri di nuovi conflitti geopolitici e quelli di incontenibili rivolgimenti interni.

Questi summit non sono quindi altro che sedute esorcistiche, riti apotropaici (vedi le frasi contro il protezionismo). Si ostenta una sicurezza tranquilla, la quale nasconde la verità. E la verità è che né politici né economisti, né banchieri, hanno la più pallida idea di come venir fuori dal pantano in cui s’è ficcata l’economia capitalistica mondiale. Parliamo anzitutto dei sette ladroni imperialistici più uno, i quali si affidano alla Divina provvidenza, che essi chiamano mercato e altri, non a caso, spiriti animali del capitalismo. Il fatto è che questi spiriti, nel frattempo, non sono più gli stessi di un tempo, si incarnano in una vorace finanza speculativa, questa sì globale, che si ingrassa oramai a spese del capitale produttivo succhiandogli come un vampiro plusvalore senza la cui riproduzione il capitale stesso è destinato a perire. E non basta. Come la crisi greca e quella dell’euro hanno mostrato, questa finanza speculativa divora come un Moloch tutto ciò che trova sul suo cammino, azzanna stati, valute, fondi sovrani, banche, società quotate in borsa.

I vecchi spiriti del capitalismo hanno già portato l’ umanità sull’ orlo dell’apocalisse, dove potranno condurre quelli nuovi? I tecnici del dominio politico, li temono ma, pur temendoli, non possono fare altro che rassegnarsi alla buona sorte. La “grande riforma” dei mercati finanziari e creditizi adottata dal Congresso USA, le misure restrittive sui derivati prese da Berlino, i tentativi di regolamentare i mercati finanziari over the counter e di porre dei limiti a hedge fund, private equity e al capitalismo-casinò, non sono che palliativi. I tecnici del dominio politico (intendiamo ancora una volta i sette ladroni più uno) sono consapevoli che se non si chiude la bisca si va tutti verso l’abisso, ma data l’ampiezza stratosferica delle cifre che in questa bisca clandestina vengono giocate, la sua chiusura equivarebbe già ad una catastrofe rispetto alla quale il recente credit crunch apparirebbe una bazzecola. Non ci sarà alcuna “ripresa” se non coi quattrini della super-finanza predatoria, non si vuole dunque punirla, bensì lisciargli il pelo, convincerla a redimersi tornando al gioco di una volta. Ma per convincerla si deve allettarla che lauti guadagni possono essere ottenuti alla vecchia maniera, ovvero a spese del proletariato, che dovrà, supinamente, accettare di lavorare molto di più e con più bassi salari.

Eccola qui, dunque la magica ricetta, la pietra filosofale. Altro che keynesismo! Da questo punto di vista paesi come Cina, India e Brasile stanno apparentemente messi molto meglio, e indicano a quelli che stanno messi peggio quale cura debbano adottare. E’ sempre il paese più avanzato quello che indica a quello più arretrato la via da seguire, solo che le parti si sono invertite, con buona pace dei cantastorie del lavoro immateriale e cognitivo.

Last but not least. Ad uno sguardo superficiale sembrerebbe che gli “sviluppisti” (che propongono, per facilitare la “ripresa”, di andare avanti con una politica di bilancio espansiva nonostante la montagna di debito pubblico) siano keynesiani, mentre gli altri, i “rigoristi” (che ritengono che siccome la crisi sia oggi anzitutto causata da un eccesso di indebitamento pubblico si debba adottare una politica di rigore fiscale e monetario) siano liberisti.

Sbagliato!

Siamo in verità di fronte a due varianti del medesimo pensiero unico liberista che non si sa quale sia la peggiore. Entrambi i fronti, infatti, non si azzardano nemmeno a sostenere, né che vadano messe robuste briglie al mercato, né che lo Stato e la politica debbano svolgere una funzione regolatoria o d’indirizzo, né tantomeno quella di motori o agenti centrali dello sviluppo economico. Il keynesismo alberga oramai solo nei cantucci della decotta sinistra tradizionale, che ha infatti, e da molto tempo, rimpiazzato il comunista Marx col liberale Keynes. Obama o Merkel, Trichet o Geithner, non fanno che ripetere il mantra dei mercati che chiedono, dei mercati che recalcitrano, dei mercati che premono, dei mercati che insistono, e così via all’infinito. Ma i “mercati” non sono “spiriti” o metafisiche entità quanto, invece, ben precisi e giganteschi soggetti detentori di enormi capitali, i quali fanno capo ad ancor più precisi agglomerati finanziari i cui colpi di tosse possono far prendere la polmonite anche alle più grandi potenze. Quando i tecnici del dominio dicono che occorre “dare retta ai mercati”, non stanno dicendo altro che essi ubbidiscono a quegli agglomerati. Obama o Merkel, Sarkozy o Zapatero, sono figli del pensiero unico liberista e sono stati portati al potere da quegli agglomerati, e terranno fede al patto stipulato coi loro committenti. Le probabilità che adottino politiche keynesiane sono le stesse che i comunisti di una volta ridiventino marxisti. Prossime allo zero.

CampoAntimperialista