Eclipse, il terzo atto della saga vampiresca Twilight

Robert Pattinson e Kristen Stewart in una scena del film

Solo Breaking Dawn – ultimo capitolo del ciclo Twilight, che uscirà suddiviso in due film – potrà dirci se la saga, come il vino, sarà migliorata invecchiando. Intanto questo terzo atto, Eclipse, è una spanna sopra i precedenti.

Ha giovato l’ innesto in regia di David Slade, comprovata sintonia con l’universo vampiresco (suo era 30 giorni di buio), spiccata versatilità per l’azione, buona lettura cinematografica del testo letterario. Il romanzo stavolta si è fatto film grazie a una maggiore compattezza narrativa, una minore dipendenza dalle musiche (comunque intrigante la colonna sonora di Shore), fluidità di movimento, disinvolto equilibrio tra le innumerevoli fughe del racconto (il triangolo amoroso tra Bella, Edward e Jacob; la rivalità tra vampiri e licantropi; la solita minaccia che incombe dall’esterno; i flashback “dal” passato; le dinamiche adolescenziali; l’album di famiglia).

Ma la maturazione è all’origine probabilmente, nella crescita speculativa della saga della Meyer, che lambisce – meglio: ci prova- temi più seri e discorsi più alti delle consuete emo-fobie e paranoie di una pur rispettabile horror soap per teenager. Ad esempio, se da un lato si continua a rilanciare la metafora sessuale insita nella “trasformazione” di Bella in vampiro (esplicitamente dirottata qui sulla perdita della verginità della ragazza), questa stessa metamorfosi autorizza un approccio quasi heideggeriano al problema, una specie di declinazione di “Essere e tempo” in salsa fantasy. Cosa resta dell’essere quando cadono i vincoli del tempo, ma non quelli della morte? D’altra parte, meglio un’immortalità immutabile o una finitezza in divenire? Interrogativo addirittura kierkegaardiano, ma il sostrato culturale è schizofrenico, duale, incerto tra una vita agostinianamente intesa – un percorso di ascese e cadute, di bivi e risoluzioni, di libertà e destinazioni – e un’ altra protratta ad libitum, nell’estasi egoica del corpo incorruttibile e nei sogni di una felicità borghese finalmente imperitura.

La cifra rimane il kitsch, la sensibilità barocca, ma è innegabile come Eclipse sappia giocare con differenti registri simbolici, contaminando mitologemi e figure archetipiche, filosofia e spazzatura, generi narrativi e strutture valoriali. Dal melò al trash, dall’horror al western e, specularmente, dai licantropi e i vampiri ai nativi e i wasp. Senza dimenticare il conflitto pagano che aleggia riconoscendo in Edward una dimensione apollinea, asessuata ed eterea, e in Jacob (Taylor Lautner per presenza scenica divora sia Pattinson che la Stewart) una dionisiaca, terragna, erotica. Esemplare il lungo dialogo tra i due antagonisti nella tenda, in cui ciascuno esplicita la funzione eidetica del proprio personaggio tanto nei confronti di Bella, quanto della saga.

In termini esegetici ci si può sbizzarrire insomma, il terzo episodio nasconde una ricchezza simbolica più o meno consapevole, mai rigorosa, culturalmente indifferente e indifferenziata, comunque filtrata da un’attitudine psicologica che, contrariamente ai problemi che affronta, non è mai cresciuta.

E’ il limite congenito di un prodotto per ragazzi. E il paletto merceologico che solo una critica sciocca può pensare di eludere.

Gianluca Arnone – Cinematografo.it