Dossier BP, multinazionale petrolifera è colpevole del golpe in Iran

La BP è attualmente accusata della distruzione della fauna e della costa dell’America, ma se si guarda al passato si scopre che la BP ha fatto qualcosa di ancora più grave ai danni dell’ America.

La BP ha dato al mondo l’ Ayatollah Khomeini.

Ovviamente ci sono molti fattori che hanno portato alla Rivoluzione iraniana, ma nel 1951 la Anglo-Iranian Oil Company (AIOC) – che sarebbe poi diventata la British Petroleum (BP) – e il suo azionista di maggioranza, il governo britannico, cospirarono per distruggere la democrazia e instaurare in Iran un regime controllato dall’Occidente. La collera che ne risultò e la repressione che ne seguì furono tra le cause principali della Rivoluzione iraniana del 1978-79 – dalla quale emerse il regime islamista dell’Ayatollah Khomeini.

Per di più, la BP e il governo britannico gestirono la crisi in maniera così arrogante e con una tale maldestra inettitudine che essi dovettero persuadere gli americani ad aiutarli. Essi li persuasero ricorrendo al pretesto di una presunta minaccia comunista in Iran. Il governo americano, guidato dal presidente Eisenhower, credette ai britannici e la CIA ricevette l’ordine di architettare un colpo di stato che destituisse il primo ministro iraniano, Mohamed Mossadegh.

La rabbia che il colpo di stato suscitò tra gli iraniani fu molto profonda. Essa è la ragione per cui in Iran l’America è ora conosciuta come “il Grande Satana”, e il motivo per cui l’ambasciata americana, nel 1979, fu odiata dai rivoluzionari perché considerata un “nido di spie”.

Una puntata del 1984 di Timewatch (un programma di documentari storici della BBC (N.d.T.) ) sulla crisi che portò al colpo di stato, racconta della decisione di Mossadegh di nazionalizzare l’AIOC – e illustra il successivo comportamento sia della compagnia che del governo laburista dell’epoca – e in particolare del segretario agli esteri, Herbert Morrison, che voleva invadere l’Iran.

Solo un breve riassunto sulla storia dell’AIOC. Essa fu creata nel 1901 ed aveva il monopolio sul petrolio persiano. Il contratto era ampiamente iniquo. La compagnia pagava all’Iran solo il 16% di ciò che guadagnava dalla vendita del petrolio del paese. Ma probabilmente la cifra corrisposta era ancora più bassa. Nel solo 1950, i profitti della compagna britannica furono nettamente superiori alla quantità di denaro che essa aveva complessivamente corrisposto all’Iran per i diritti di sfruttamento a partire dal 1901.

La compagnia aveva promesso di costruire infrastrutture per gli operai iraniani – scuole e ospedali. Ma non fece niente di tutto ciò. I lavoratori vivevano in un inferno contaminato, una baraccopoli chiamata Kaghazabad, o la “Città di Carta”. I lavoratori percepivano la paga minima e, come sottolinea il documentario, la compagnia decise di tagliare le loro indennità per il lavoro svolto in condizioni avverse, nel pieno della crisi.

Ho apprezzato molto la parte del documentario in cui si afferma che solo la compagnia petrolifera britannica ha la capacità di gestire i disastri – in particolar modo le fughe di gas e le esplosioni nei pozzi petroliferi. Gli iraniani non avrebbero saputo come contenerle, dice il documentario. I britannici, invece, ne hanno la capacità e dunque dovrebbe essere permesso loro di restare in Iran perché in mani inglesi il paese sarebbe al sicuro.

Come viene messo in chiaro nel documentario, i britannici convinsero gli americani a mettere in piedi un colpo di stato informandoli sulle presunte intenzioni di Mossadegh di portare l’Iran verso il comunismo – rappresentato nel paese dal partito comunista Tudeh. Ciò non era vero. Uno degli storici iraniani più importanti, Maziar Behrooz, ha affermato semplicemente: “La minaccia comunista del Tudeh, così come era percepita dai fautori del colpo di stato, non era reale”.

Ma la CIA, guidata da Allen Dulles, ci credette. A capo della cosiddetta “Operazione Ajax”, Dulles nominò il migliore agente della CIA in Medio Oriente, Kermit Roosvelt. Il piano, progettato dai britannici e dagli americani, consisteva nel corrompere le bande criminali di Teheran affinché creassero il caos, e poi mettere a capo del governo un generale dell’esercito, il generale Zahedi.

L’unico problema era lo Shah dell’Iran – Mohammed Reza Shah – che non volle prendere parte al complotto. Così gli americani inviarono al palazzo dello Shah il generale Norman Schwarzkopf (il figlio di Schwarzkopf avrebbe condotto molti anni dopo l’Operazione Desert Storm in Iraq). Senza mezzi termini egli disse allo Shah che non aveva scelta, dato che la Gran Bretagna e l’America avevano già deciso di andare avanti con il colpo di stato.

Schwarzkopf padre è un personaggio affascinante. Organizzò un’unità operativa di motociclette per colpire la mafia nell’America degli anni ’30. Successivamente fu la voce narrante della serie radiofonica “Gang Busters”. Ed avrebbe finito con il contribuire alla creazione ed all’addestramento della famosa polizia segreta dello Shah – la SAVAK (l’Organizzazione nazionale per la sicurezza e l’informazione).

Il colpo di stato andò a buon fine e Mossadegh fu rovesciato.

Ma il prezzo da pagare per i britannici fu alto. L’AIOC dovette iniziare a condividere il petrolio: con gli americani. Si costituì un nuovo consorzio. Le principali compagnie petrolifere americane acquisirono il 40% delle quote, altrettanto fece l’AIOC. E nel 1954 essa cambiò il suo nome in British Petroleum.

Ma anche per gli americani il prezzo fu alto. Essi ottennero il petrolio, e instaurarono un arrendevole dittatore in Iran. Ma la rabbia contro la loro spietata cospirazione non si era placata – non solo nella sinistra, ma neanche nel ceto mercantile conservatore. Questi due gruppi si sarebbero uniti sotto la leadership dell’Ayatollah Khomeini nel 1978 – e ciò che li legava era la collera persistente che nutrivano nei confronti dell’America e della Gran Bretagna.

Ma la British Petroleum non smise di tentare di capovolgere e di eludere le decisioni dei governi democratici – in particolare dello stesso governo britannico.

Nel 1965 il governo della minoranza bianca della Rhodesia dichiarò la propria indipendenza dalla Gran Bretagna per porre fine all’imposizione di quello che era definito il “dominio della maggioranza”. Il governo laburista impose sanzioni per tentare di rovesciare il regime. Diversi paesi violarono le sanzioni – compreso l’Iran. Ma lo stesso fecero alcune compagnie britanniche – soprattutto due delle grandi compagnie petrolifere – la Shell e la BP.

Esiste un reportage del 1978 in cui Frank Bough illustra tutti i sotterfugi a cui la Shell e la BP fecero ricorso per 10 anni allo scopo di infrangere le sanzioni. Egli usa una grande mappa in 3D per spiegare come sono riuscite a far entrare il petrolio in Rhodesia.

Contemporaneamente, però, la BBC decise di produrre un’epica serie di documentari, divisa in 9 episodi, sulla British Petroleum. E nel 1980 essi furono trasmessi in prima serata sulla BBC-2.

I documentari erano piuttosto adulatori. A quel tempo la BP era ancora di proprietà del governo britannico – e quello che si vede nei documentari è una grande organizzazione statale che ne incensa un’altra.

Ma, alla luce dell’attuale crisi della BP, uno dei documentari è interessante. Parla di come si seleziona la nuova generazione di manager della BP, i diversi modi in cui vengono istruiti, e come fanno carriera nella compagnia.

L’episodio fu girato nel 1980, due anni prima che Tony Hayward (l’attuale direttore generale della compagnia (N.d.T.) ) entrasse nella BP. E il documentario offre un quadro preciso dell’ambiente in cui egli (così come molti altri che oggi gestiscono la compagnia) si è formato.

Ma prestate attenzione alle voci dei dirigenti – e al loro tono. Vi si può sentire l’eco dell’arroganza post-imperialista e della pigra diffidenza che portò all’inetta e spietata gestione della crisi di Abadan del 1951 (dove, in seguito alla nazionalizzazione, i britannici chiusero la loro imponente raffineria petrolifera; il precipitare degli eventi avrebbe poi portato al colpo di stato del 1953 (N.d.T.) ). E forse anche all’inetta e arrogante risposta all’attuale crisi che ha colpito il Golfo del Messico.

Adam Curtis è un noto documentarista, produttore e scrittore britannico

Traduzione a cura di Medarabnews.com