Appalti e corruzione, l’ Italia e la politica delle tangenti

È ormai uno dei pochi elementi capaci di unire l’ Italia. È la corruzione nel settore degli appalti. Quello dove, secondo quanto riferito nella relazione annuale dall’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, «si concentra una parte molto significativa della spesa pubblica. A fronte di tale spesa complessiva – sottolinea l’Authority – si assiste però a una polverizzaziione della domanda, avente spesso ad oggetto lavori di modesta entità».

Un mercato, quello dei contratti pubblici di servizi, lavori e forniture, che ammonta al 6,6 per cento del prodotto interno lordo. Soldi pubblici che fanno ancora più gola in tempi di crisi economica. Senza evocare spettri nemmeno troppo lontani nel tempo, si può tranquillamente affermare che la corruzione come fenomeno ha seguito le sorti della politica. Se durante le inchieste su tangentopoli erano i partiti al centro delle tangenti, ora è il singolo politico «attorno al quale si forma un sistema di relazione e anche, almeno potenzialmente, di dazioni».

Come ha affermato il pubblico ministero della Procura di Firenze Luca Turco al termine dell’udienza del tribunale di Firenze che ha disposto il trasferimento degli atti a Roma per il processo per corruzione sulla nuova scuola marescialli dei carabinieri di Firenze. Il pm Turco ha osservato tra l’altro che «ormai da tempo il finanziamento ai partiti è un tema scomparso dal dibattito politico». «Credo che l’ indagine fiorentina abbia evidenziato un sistema di corruttela molto esteso che riguarda diversi imprenditori, non solo Fusi e Anemone, e diversi funzionari pubblici, un segmento della burocrazia, quello più vicino al governo dello Stato, e singoli esponenti politici». In Toscana, sempre ieri, è emersa l’esistenza di «una piccola cricca alla massese».

Così è stata definita dal procuratore facente funzione Federico Manotti la vicenda degli appalti pilotati all’interno del carcere di Massa. Funzionari pubblici, tra cui il direttore del carcere Salvatore Iodice e il suo contabile Salvatore Cantone, favorivano, secondo l’accusa, un gruppo ristretto di aziende. Stessa tecnica a Napoli, dove in cambio del pagamento di tangenti da parte delle società appaltatrici, venivano pilotate le gare e l’affidamento ad imprese private (per lo più della zona di Napoli) di appalti e commesse relative alla manutenzione, alla rottamazione e, in generale, a tutti i lavori riguardanti carri e locomotive di Trenitalia spa.

Un sistema di corruzione, delineato dai pm partenopei Francesco Curcio e Henry John Woodcock, che coinvolge ex dirigenti della società e imprenditori. Secondo l’accusa, al centro dei «fatti criminosi» vi sarebbero la società “Fd Costruzioni srl” di Napoli, dei fratelli Giovanni e Antonio De Luca, che operano proprio nel settore ferroviario, ed altre aziende alle quali i due dirigenti di Trenitalia destinatari delle misure cautelari – Raffaele Arena e Fiorenzo Carassai – avrebbero indebitamente affidato gli appalti. Nell’inchiesta a sorpresa spunta anche il nome dell’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, anche se in questo caso l’alto prelato è solo citato in una intercettazione e non è in alcun modo coinvolto nelle accuse. Ma gli sviluppi dell’inchiesta potrebbero anche non limitarsi qui.

Altri gruppi opererebbero «in modo illecito nel settore delle commesse ferroviarie» e il sistema di «cartelli illegali» sarebbe «diffuso», si legge nell’ordinanza del Gip. «Dagli spunti che sono affiorati nel corso delle investigazioni sembra che (…) il sistema dell’accordo fra imprese che si costituiscono in cartelli illegali e fra queste e la dirigenza ferroviaria sia diffuso perchè genera arricchimento agevole per tutti tranne che per la generalità dei cittadini-utenti-contribuenti».

Vincenzo Mulè – Terranews