Haiti, dopo il terremoto è ancora emergenza

“Si cominciano a spegnere i riflettori, ma i senza tetto sono ancora qui, i poveri continuano a bussare alle porte dei paesi dell’opulenza. Il loro grido non può essere confinato nel dimenticatoio della storia. Ad oggi, il popolo vittima del terremoto vive ancora sotto tende e ripari provvisori, mentre la stagione ciclonica si fa minacciosa. La gente è come abbandonata nella natura, senza padri, senza punti di riferimento…” È uno dei passaggi salienti di una riflessione di monsignor Pierre André Dumas, vescovo della diocesi meridionale di Anse-à-Veau e Miragoâne, nonché direttore della Caritas haitiana, condivisa con la MISNA a quasi sei mesi dal devastante sisma del 12 Gennaio scorso, causa nella capitale Port-au-Prince e dintorni di circa 230.000 morti e oltre un milione di sfollati.

“Le famiglie sono destabilizzate, travolte dagli eventi, non si possono fare progetti. Le condizioni igienico-sanitarie sono orribili – prosegue monsignor Dumas – quasi indicibili. Manca una leadership, una visione a lungo termine, tutto viene trattato nella ‘gestione dell’emergenza’ e gli sfollati temono che la condizione provvisoria nella quale si trovano adesso possa diventare definitiva”. Dopo uno slancio di solidarietà quasi senza precedenti, anche da parte di “volontari e benefattori, noti o sconosciuti” ricordato con enfasi, gratitudine e simpatia dal presule haitiano, nella fase attuale, quella della riabilitazione e della ricostruzione, i problemi non mancano. “Nella rimozione delle macerie – riferisce monsignor Dumas – si procede a passo lento, senza orientamento o obiettivi ben definiti. Tutto si fa in maniera artigianale e senza regole, provocando il blocco di alcune strade e disagi alla circolazione. E siamo alla mercé delle aziende private che chiedono una fortuna per fare il lavoro, anche per quanto riguarda la ricostruzione di edifici pubblici” sottolinea monsignor Dumas. “Il governo haitiano – dice ancora – sostenuto dall’Onu, si lamenta per la lentezza nell’erogazione dei fondi internazionali; d’altro canto, i ‘paesi amici’ esitano a versare i fondi considerato che il clima politico, ma anche la sicurezza, si sono deteriorati con l’annuncio del calendario elettorale adottato senza il consenso di tutti. Molti analisti – riferisce ancora il vescovo haitiano alla MISNA – pensano che si dovrebbe creare un clima di dialogo e di concertazione per arrivare a elezioni oneste, trasparenti, credibili e democratiche. In ogni caso – sottolinea ancora – i poveri non possono aspettare oltre”.

Secondo il presule, nonostante un misto tra diffidenza, impazienza e rassegnazione “il popolo haitiano possiede ancora risorse nascoste e si sta organizzando per non diventare presto un’emergenza dimenticata. Ogni giorno siamo testimoni di grande creatività, della scoperta di nuovi talenti e d’inventiva da parte di artisti, artigiani, e commercianti nel settore informale”. A sostenere le fasce più deboli della popolazione, anche attraverso un canale alternativo a quello delle grandi organizzazioni non governative internazionali, è la Caritas nazionale, attraverso le antenne diocesane e parrocchiali. Accoglienza dei senza tetto, cura degli ammalati e degli sfollati, creazione di piccoli lavori temporanei (il cosiddetto “cash for work”), approvvigionamento di acqua, ma anche sostegno morale attraverso attività pastorali, sono i principali ambiti di intervento dell’organizzazione caritativa delle Chiesa cattolica. “Una seconda fase, in collaborazione con la Caritas internationalis, riguarda la pianificazione a lungo termine, per la riabilitazione in senso ampio delle persone, delle famiglie, delle comunità decentralizzate, da organizzare secondo il concetto di ‘sviluppo integrale’ proposto da Papa Benedetto XVI nella sua enciclica ‘Caritas in Veritate’” precisa monsignor Dumas. Che cita altre parole del Pontefice: “Il rischio della nostra epoca sta nel fatto che l’interdipendenza tra i popoli non sempre coincide con un’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, il cui frutto dovrebbe invece essere l’emergenza di uno sviluppo davvero umano”. “Il nostro appello è semplice – conclude monsignor Dumas – : il popolo di Haiti, che vive il suo calvario, vuole, anche attraverso la fede, rimettersi in piedi e costruire il suo destino. Ma non può farlo da solo. Ha bisogno di una mano amica, perché la resilienza ha i suoi limiti e le riserve di speranza devono essere alimentate, le promesse mantenute. Questa tragedia potrebbe essere una lezione per tutti. Potrebbe diventare una nuova scuola d’ Umanità, un microcosmo che faccia da culla allo sviluppo integrale dei popoli”.

Misna