Ibernazione, studi in corso per intervenire in caso di infarto emorragie gravi o traumi

    Bloccare i processi cellulari per guadagnare tempo prezioso nei casi di infarto, emorragie gravi o traumi.

    (Focus)Nell’inverno del 2001 una bambina canadese di pochi mesi, Erica Nordby, uscì di casa con addosso solo il pannolino. La ritrovarono ore dopo, ma il suo cuore non batteva più e la sua temperatura corporea era scesa a 16°.
    Qualcosa di analogo accadde anche nel 2006 a Mitsutaka Uchikoshim, un alpinista giapponese che durante una scalata venne sorpreso da una tormenta, perdendo conoscenza. I soccorritori lo ritrovarono 23 giorni dopo, il cuore non batteva più e la sua temperatura interna era di 22°. Rianimato dai medici, alimentato e riscaldato, oggi sta benissimo.

    Una ricerca condotta da Mark Roth del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, chiarisce che l’animazione sospesa impedisce l’avvio di quella serie di eventi negativi che nei casi di congelamento porta gli organismi all’instabilità biologica e alla morte: blocca per esempio il cliclo vitale delle cellule, evitando così errori di crescita fatali.
    L’obiettivo dello studio di Roth è quello di trovare un sistema clinicamente valido per rallentare, temporaneamente e in modo reversibile, il metabolismo umano fino a bloccare i processi cellulari. Questo permetterebbe ai medici di guadagnare tempo prezioso nei casi di infarto, emorragie gravi o traumi, dando loro il tempo di intervenire prima che siano compromesse le funzioni vitali.

    Luca Bagaglini