Profughi eritrei detenuti in Libia, si mobilita anche l’ Italia

Amnesty International ha lanciato un appello urgente per chiedere al governo della Libia di non rimpatriare in Eritrea un gruppo di oltre 250 eritrei che si trovano attualmente nel centro di detenzione di Sabha, nel sud della Libia, in condizioni drammatiche. Se rinviate in Eritrea, queste persone rischiano di subire la tortura, punizione riservata ai colpevoli di “tradimento” e diserzione. Secondo informazioni ricevute da Amnesty International, all’alba del 30 giugno un centinaia di soldati e poliziotti libici, pesantemente armati, hanno fatto irruzione nel centro di detenzione di Misratah, situato nel nord del paese. Dopo aver effettuato un pestaggio, che ha costretto al ricovero 14 detenuti, i funzionari libici hanno caricato oltre 200 eritrei su due container e li hanno trasportati a Sabha.

Nelle settimane precedenti, ai migranti eritrei detenuti a Misratah era stato chiesto di compilare un formulario concernente dati biografici, data di partenza dall’Eritrea, lunghezza della permanenza in Libia e l’eventuale desiderio di rientrare nel paese. Quest’ultima domanda aveva messo in allarme molti dei migranti che, temendo che tali informazioni sarebbero state trasmesse alle autorità eritree in vista del rimpatrio, avevano rifiutato di riempire il modulo – afferma Amnesty. “Le condizioni del centro di detenzione di Sabha sono drammatiche: oltre al sovraffollamento, l’acqua e il cibo sono insufficienti e i servizi igienici inadeguati” – denuncia l’associazione.

Ieri il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’ Europa, Thomas Hammarberg, ha reso note due lettere indirizzate il 2 luglio scorso al ministro degli Affari esteri, Franco Frattini (in inglese in .pdf), e al ministro dell’Interno, Roberto Maroni (in inglese in .pdf), a proposito dei maltrattamenti contro un gruppo di migranti eritrei, tra cui dei richiedenti asilo, posti in detenzione in Libia. Secondo quanto riportato, tra questi migranti ci sarebbero persone che avevano precedentemente cercato di raggiungere l’Italia, prima di essere respinti dai militari italiani in Libia.

Il ministro Frattini ha affermato che “l’Italia sta mediando con Tripoli per risolvere la vicenda” e che sarebbero già arrivati da Tripoli “importanti segnali” di “pronta collaborazione”. Secondo Frattini, il Governo italiano si sarebbe mosso sulla vicenda, ma avrebbe preferisto “una strada diversa da quella della pubblicità”. Dal sito del Ministero degli Esteri, l’Inviato speciale per le emergenze umanitarie del ministro Frattini Margherita Boniver afferma “Ci auguriamo che la vicenda – prima di tutto umana – dei cittadini eritrei in territorio libico si concluda positivamente. Per questo obiettivo sono stati attivati tutti i canali utili”.

La Boniver afferma inoltre di aver sollevato nella recente missione del Comitato Schenghen a Tripoli con le autorità libiche “il problema, comune ad entrambi i Paesi ,del contrasto all’immigrazione clandestina” e di una “gestione consapevole” di un fenomeno che investe massicciamente la Libia. La Boniver ha inoltre in quell’occasione visitato un campo per immigrati, alla periferia della capitale e seonco l’inviata del Ministro Frattini gli operatori delle Agenzie umanitarie presenti sul posto avrebbero riferito di un “continuo miglioramento delle condizioni degli immigrati clandestini in queste strutture”.

Di ben altro parere il Comitato Italiano per i Rifugiati (CIR) che ha chiesto che “nell’immediato una delegazione di Enti umanitari non politici sia ammessa ad una visita nel centro di Braq e che senza alcun ritardo vengano fornite le cure di emergenza ai feriti e al numero ogni ora sempre maggiore di eritrei che hanno contratto malattie infettive. Il CIR si appella inoltre a tutte le autorità coinvolte affinché i rifugiati siano rassicurati che non saranno rimpatriati e che la prevista visita dell’Ambasciata Eritrea di Tripoli nel centro non comporti né la deportazione né rappresaglie contro i familiari dei rifugiati rimasti in Eritrea.

Anche le Acli hanno espresso “seria preoccupazione” per la sorte dei rifugiati eritrei reclusi nel centro di detenzione di Braq, e hanno chiesto “un deciso intervento del governo italiano su quello libico”. Per il presidente nazionale delle Acli, Andrea Olivero, “la situazione di assoluta precarietà alla quale questi uomini sono costretti, la impossibilità da parte degli organismi umanitari internazionali di accedere ai campi di detenzione libici e la conseguente impossibilità di verificare le condizioni di salute dei reclusi, impone, un intervento straordinario che liberi i cittadini eritrei dal rischio di dramma umanitario”. Le Acli hanno proposto al Governo italiano, anche al fine di “scongiurare la possibilità di rimpatrio forzato”, di “trasferire momentaneamente in Italia i 245 cittadini eritrei”

Il 23 giugno scorso Amnesty International ha diffuso un nuovo rapporto sulla situazione dei diritti umani in Libia. Il rapporto denuncia il ricorso alle frustate per punire le adultere, la detenzione a tempo indeterminato e le violenze nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati così come i casi irrisolti di sparizioni forzate di dissidenti. Di fronte a tutto questo, le forze di sicurezza restano immuni dalle conseguenze delle loro azioni. Il rapporto fa anche riferimento all’ accordo di Amicizia, partenariato e cooperazione concluso nell’agosto 2008 tra Italia e Libia e agli accordi tecnici di dicembre 2007 sul pattugliamento marittimo congiunto per mezzo di navi della Guardia di Finanza fornite dall’Italia. [GB]

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