Iran, sanzioni Onu sul nucleare inutili: Turchia e Brasile possono fornire uranio

Il mese di giugno si è aperto con l’ adozione della risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza dell’ Onu con la quarta tornata di sanzioni in quattro anni che mira a colpire le attività ritenute sospette della Repubblica islamica sul nucleare. Sanzioni giudicate dalle autorità americane come “le più severe” con cui Teheran si sia mai confrontata e tali da “costringere” gli iraniani al tavolo dei negoziati. Ma la realtà appare ben diversa.

Benché la risoluzione abbia avuto l’ avallo di Cina e Russia, ha avuto anche il voto contrario, annunciato, di Turchia e Brasile, fermamente contrari ad un nuovo giro di vite dopo l’accordo trilaterale con l’ Iran per il trasferimento all’ estero di gran parte della sua riserva di uranio in cambio di una quantità mediamente arricchita utile a fini civili.

Il ministro degli Esteri turco e l’ omologo brasiliano hanno dichiarato di volere comunque proseguire sulla linea dell’ accordo con Teheran nonostante il voto all’Onu. Se davvero i tre paesi procedessero nella volontà di scambio dell’ uranio, si avrebbe la certificazione del fallimento della risoluzione 1929 che potrebbe davvero “finire nella spazzatura” come sprezzantemente pronosticato da Ahmadinejad.

Anche il monarca saudita Abdullah si è mostrato scettico circa l’esito delle misure, dicendosi “non convinto dell’efficacia delle sanzioni economiche sull’Iran” e dunque desideroso di conoscere dalla Casa Bianca “quale sia l’alternativa in possesso dell’amministrazione”.

Sulla stessa linea la gran parte dei commentatori ed analisti delle maggiori testate mondiali. Secondo il New York Times “si può stare sicuri che Teheran starà già pensando al modo per eludere le sanzioni”. Il Washington Post, pur evidenziando l’appoggio diplomatico di Cina e Russia, sottolinea: “queste misure non impediranno loro di continuare a commerciare con l’Iran”. Per l’israeliano Haaretz “le sanzioni approvate non sono certo sufficienti per spingere l’Iran ad interrompere il suo programma nucleare, solo un ulteriore aggravio imposto da Stati Uniti e suoi alleati potrebbe riuscirci”. Gli fa eco il Jerusalem Post che deplora come le misure non riguardino “esportazioni di prodotti petroliferi raffinati” ciò che avrebbe davvero colpito il regime di Ahmadinejad. Secondo il britannico Guardian: “Piuttosto che indurre mutamenti diretti nella politica iraniana, questa tornata di sanzioni può al massimo sottolineare per il regime il costo per il mantenimento del suo programma nucleare”. Un esperto in questioni strategiche interpellato dal francese Le Figaro dichiara: “Nell’insieme queste sanzioni non sono particolarmente handicappanti […] La sola misura capace di portare un reale colpo all’economia iraniana sarebbe stata un embargo sul petrolio. Ma ciò rappresenterebbe un rischio enorme in un periodo di crisi mondiale e forti tensioni internazionali. Dunque, finché l’Iran avrà del petrolio, nulla rischia di cambiare”.

Le reazioni iraniane, pur con motivazioni opposte, vanno nella stessa direzione. Il responsabile delle politiche atomiche e ambasciatore presso la AIEA, Ali Soltanieh, ha dichiarato nella immediatezza delle sanzioni: “È un passo sbagliato che complica ancora di più la situazione […] Nulla cambierà. Continueremo le nostre attività di arricchimento senza alcuna interruzione”.

Le dichiarazione del presidente Ahmadinejad hanno poi assunto caratteri tragicomici. “L’Iran è pronto a riprendere i negoziati coi paesi del 5+1 ma solo dalla fine di agosto. Questo rinvio è una punizione per l’arroganza delle potenze occidentali in modo che imparino come ci si rivolge alle altre nazioni e come si dialoga col nostro popolo”. Oppure inquietanti, come riportato da Adnkronos, secondo cui “il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad [in visita in Bahrein, 29 giugno, n.d.r.] ha detto che l’Iran interverrà a difesa dei Paesi della regione nel caso di un eventuale attacco contro di loro”. Questo significa che se Israele tentasse oggi l’operazione Piombo Fuso a Gaza, o l’invasione del Libano come nel 2006, o nel caso di conflitto con la Siria, Teheran sarebbe pronto a scendere in armi contro Tel Aviv?

Dichiarazioni semplicemente avventuriste o ridicole se non inquadrate nell’odierno contesto. Ahmadinejad è conscio di non aver più spazio di manovra per influenzare in un modo o nell’altro le decisioni strategiche già prese, o in procinto di farlo, da Stati Uniti e Israele. Esterna dunque toni propagandistici, ostentando sicurezza, per lo più ad uso interno o al massimo verso le opinioni pubbliche della regione. Ma scherza col fuoco. I leaders iraniani ripetono continuamente che i nemici non si azzarderanno mai a compiere un attacco verso la Repubblica islamica. E se ciò avvenisse, nel breve periodo, si potrebbe assistere ad un compattamento popolare col regime, ma nel medio-lungo periodo, magari in uno stato di durissimo embargo post-bellico, il popolo iraniano potrebbe mai perdonare a questa dirigenza di aver esposto il paese al rischio della guerra senza averla saputa impedire?

Se, dunque, il panorama internazionale indica come probabile il fallimento delle sanzioni contro l’ Iran, la domanda centrale per tentare di orientarsi diventa quella posta del monarca saudita: quale sarà l’alternativa?

I segnali delle ultime settimane sembrano essere convergenti.

Alcuni riguardano proprio da vicino l’Arabia Saudita. Il londinese Times, nella sua edizione on-line, ha diffuso nuovamente una notizia già apparsa nei mesi scorsi. «I sauditi hanno concesso a Israele l’autorizzazione a sorvolare il loro territorio, in accordo con il Dipartimento di Stato statunitense», ha detto una fonte delle difesa americana che ha chiesto di rimanere nell’anonimato. Le forze armate arabe avrebbero già effettuato test per verificare che lo stretto corridoio aereo, aperto per permettere ai bombardieri israeliani di colpire con un raid chirurgico l’Iran, funzioni senza che i jet o la contraerea interna li possa intercettare. Di più. L’agenzia di stampa iraniana Fars, citata da Irib Italia, annuncia che “a 8 km da Tabuk, in pieno deserto, l’Arabia Saudita ha prestato un eliporto alle squadriglie da combattimento dell’aviazione israeliana”.

Le autorità saudite hanno smentito tutte queste indiscrezioni e non poteva essere altrimenti. E potrebbe benissimo trattarsi di disinformazione proveniente dall’intelligence occidentale per rendere problematico ai sistemi di difesa iraniani comprendere pienamente come e da dove possa arrivare l’attacco. Ma sia in caso di verità, di verosimiglianza, o di disinformazione, il risultato non muta. La preparazione militare si trova in uno stato avanzato di accuratezza.

Nel medesimo contesto va letta la notizia dell’apertura di un altro possibile fronte caldo: la frontiera azero/iraniana. Traduciamo dalla testata on-line transalpina Slate.fr alcuni stralci di un articolo di Jacques Benilluche intitolato “Americani, israeliani e iraniani si fronteggiano al confine dell’Azerbigian” :

“In un precedente articolo avevamo sottolineato l’attivismo del ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman […] circa i dubbi sulla solidità dell’alleanza con la Turchia e, in questo contesto, il tentativo di colmarla con una apertura verso i paesi del Caucaso, in particolare il musulmano Azerbaigian. […] I dirigenti azeri, tra le cui fila è possibile annoverare una élite politico-intellettuale sensibile ai valori occidentali, si sono mostrati inquieti circa l’avvento del regime islamico in Iran. Le peripezie nucleari del regime [iraniano] hanno esacerbato le relazioni tra i due paesi. La frontiera comune, che si estende per 560 chilometri, è divenuta una barriera ideologica di cui si è servita Israele per aprire nuove alleanze e un nuovo fronte. […] Il regime di Teheran ha inviato le sue truppe migliori, i Guardiani della Rivoluzione, per fronteggiare, secondo le dichiarazioni iraniane, le forze americane ed israeliane che sarebbero concentrate sulla sua frontiera nord. […] Il generale di brigata Mehdi Moini ha annunciato il 22 giugno che erano state prese misure per contrastare «un attacco di forze congiunte americane e israeliane basate in Azerbaigian che si preparano a lanciare una offensiva contro le installazioni nucleari sul territorio iraniano». I servizi di sicurezza iraniani lasciano intendere che Israele ha trasferito in Azerbaigian, via Georgia, diverse squadriglie di bombardieri mentre le truppe speciali americane si sarebbero dislocate sulla frontiera con l’intenzione di supportare un eventuale attacco. […] Gli iraniani prendono molto seriamente Uzi Arad, capo del Consiglio israeliano per la sicurezza nazionale, che il 22 giugno ha dichiarato: « L’ultima serie di sanzioni del Consiglio di sicurezza sull’Iran è insufficiente per opporsi ai suoi progressi nucleari. Un attacco militare preventivo potrebbe rivelarsi necessario».

A questo quadro si deve aggiungere l’ aumento della presenza navale statunitense nel Golfo persico ed Oceano indiano con la portaerei USS Nassau, che imbarca il 24° gruppo anfibio dei marines, che raggiunge le portaerei USS Truman (che guida una flottiglia di altre dodici navi da guerra) e la USS Eisenhower, a concentrare nello stesso teatro d’azione una formidabile forza d’attacco congiunta.

Ultimo tassello, ma probabilmente il più importante. Il direttore della CIA, Leon Panetta, in una intervista alla emittente televisiva ABC ha dichiarato: “L’ Iran dispone di uranio sufficiente a fabbricare due armi atomiche. Riteniamo che abbiano un quantitativo di uranio arricchito bastante per costruire due ordigni. Impiegheranno sicuramente un anno per la fabbricazione e in seguito un altro anno per sviluppare un sistema operativo per utilizzare l’ordigno stesso. […] Israele è più convinto di noi che Teheran ha deciso di procedere con la bomba atomica [ma] sanno che le sanzioni avranno un impatto, sanno che se continuiamo a spingere l’Iran dal punto diplomatico avremo un impatto e ci vogliono lasciare il tempo di cambiare l’Iran diplomaticamente, culturalmente e politicamente anziché cambiarlo militarmente”.

Si tratta di una inversione totale rispetto l’assessment risalente al dicembre del 2007 quando l’ ammiraglio John Michael McConnell, direttore nazionale della comunità dell’intelligence (National Intelligence Board, dove siedono i sedici presidenti dei diversi servizi di sicurezza), ovvero l’autorità a più alto livello per le questioni di sicurezza nazionale, rese pubblico il documento di sintesi secondo cui l’Iran aveva abbandonato qualsiasi programma nucleare militare e sarebbero occorsi molti anni se, riavviandolo, avesse di nuovo mostrato l’intenzione di ottenere l’arma atomica.

Che i servizi si sbagliassero allora, oppure oggi, appare evidente che in queste analisi sia preponderante una valutazione di tipo politico. E questo significa una cosa sola. Qualcuno ha il dito sul grilletto e attende solo il momento opportuno per poterlo premere.

Simone Santini