Egitto, salari minimi bloccati: operai poco qualificati come pretesto

Mesi di lotta contro i licenziamenti indiscriminati e per chiedere l’ aumento del salario minimo non hanno rotto il muro dell’ intransigenza delle associazioni degli industriali e degli imprenditori egiziani. Alla richiesta dei lavoratori di migliori condizioni di lavoro e dell’ aumento del salario minimo fermo al 1984, manager e proprietari delle imprese replicano innalzando il totem della produttività.

Operai e manovali egiziani, dicono, sono poco qualificati e poco produttivi ed elevare il salario minimo avrebbe come effetto solo quello di portare al fallimento di imprese e industrie non in grado di sopportare il costo del lavoro. Argomenti non nuovi, ben noti anche nei paesi occidentali a cosiddetta industrializzazione matura e che, per citare un esempio recente, sono stati ripetuti con forza dalla Fiat per annullare non pochi dei diritti dei lavoratori dello stabilimento di Pomigliano D’Arco.

Le «riserve» degli industriali ed imprenditori egiziani sono paradossali se si tiene conto che una legge del 1984 consente ad un datore di lavoro la possibilità di offrire ad un suo dipendente un contratto mensile di soli 35 pound, pari ad appena 5 euro. Una situazione che in un paese con una popolazione di quasi 80 milioni di abitanti, con una manodopera sterminata, permette abusi e ricatti senza limiti. E a pagare il costo più alto di tutto ciò sono, come spesso accade, le donne costrette ad accettare impieghi per poche decine di pound al mese pur di poter lavorare.

Il regime del presidente Hosni Mubarak, messo da parte per sempre il socialismo post-rivoluzionario, dimentica i diritti delle classi lavoratrici. Le sue forze di polizia sono state impegnate in questi ultimi mesi a contenere, e in qualche caso a reprimere con la violenza, le proteste di operai e di dipendenti pubblici e privati contro i licenziamenti e gli stipendi da fame. A nulla sono servite le manifestazioni dei lavoratori per esortare il governo a dare attuazione alla sentenza emessa lo scorso 30 marzo dal Tribunale del Lavoro che chiede l’aumento del salario minimo.

Teorico dell’innalzamento delle retribuzioni è l’economista Ahmed al Naggar (del centro studi strategici Al-Ahram) che ha stabilito in 1.200 pound (circa 200 euro) il salario minimo per i lavoratori egiziani. Un aumento significativo ma ancora inadeguato di fronte al costo della vita in Egitto spinto in alto, in questi ultimi anni, dalla liberalizzazione dell’economia e dal massiccio programma governativo di privatizzazione delle imprese pubbliche. In ogni caso il salario minimo suggerito da al Naggar è decisamente migliore rispetto ai 900 pound proposti dal presidente della Federazione dei Sindacati, Hussein Megawer, durante i negoziati con il governo.

Le associazioni di industriali ed imprenditori, per impedire che il salario minimo salga a 900 o a 1.200 pound, insistono sulla produttivà e la mancanza di manodopera qualificata. «La produttività dei lavoratori e gli aumenti salariali devono essere strettamenti legati, altrimenti si provocheranno soltanto licenziamenti e l’aumento del costo della vita», avverte il vice presidente di “Electrostar Egypt” Khaled El-Monoufi. Peggiore è lo scenario che minaccia Omar El Abd, amministratore delegato delle “El-Abd Companies”. «Non avremo solo licenziamenti e inflazione – ammonisce il manager – ma anche un massiccio ricorso alla trattativa privata tra datore di lavoro e dipendenti, con la conseguenza che i lavoratori perderanno i benefici collettivi».

Posizioni giudicate insostenibili da Mohamed El-Trabelsi, dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che certo non può essere accusata di avere un orientamento socialista. «I lavoratori sono più produttivi quando ricevono un salario adeguato e il loro impegno quotidiano si svolge in condizioni soddisfacenti e senza tensioni con l’imprenditore», spiega Trabelsi. Il suo collega, Luca Azzoni, specialista di formazione del lavoro, aggiunge che «la richiesta degli imprenditori di una maggiore qualificazione dei lavoratori è valida ma non deve essere collegata al diritto all’aumento del salario minimo».

L’economista Mona Said, docente all’Università americana del Cairo, da parte sua insiste nella revisione se non nella sua abolizione totale di quella sorta di «contratto» esistente tra il mondo del lavoro e lo Stato – riconfermato nel 2003 – che prevede in cambio della «pace sociale» l’impegno delle autorità nell’assicurare una esistenza decente ai lavoratori.

Si tratta di una intesa imposta agli egiziani dai sindacati controllati dal regime e dalle imprese e che si dimostra ogni giorno che passa lontana dalla realtà dell’Egitto dove, specie in questi ultimi mesi, migliaia di lavoratori sono scesi in strada a reclamare il loro diritto ad una vita dignitosa.

Nena News