Il calcio italiano in mano ai signori del cemento e alle banche

    Banche e mattone. È la regola per molte società di calcio. Un settore che spende sempre oltre le proprie possibilità, con poche eccezioni. E alla fine i proprietari sono costretti alla resa, a meno che non abbiano le spalle robuste come Massimo Moratti o come Silvio Berlusconi, il quale però, su pressione dei figli, da un paio d’anni è poco propenso ad aprire il portafoglio per tappare i buchi di bilancio del Milan.

    Così, i protagonisti sono le banche – non c’è solo il caso Unicredit con l’As Roma – o i costruttori e immobiliaristi, che vedono nel pallone un veicolo per ottenere permessi di costruire e realizzare progetti che altrimenti resterebbero al palo.

    Va di moda citare le ricerche sullo sviluppo dei ricavi da stadio. Proventi che – al contrario dei club inglesi, Real Madrid, Barcellona e Bayern Monaco – in Italia sono ancora bassi, perché nessuna squadra ha la proprietà dello stadio.

    Solo la Juventus lo sta costruendo, con un diritto di superficie concesso dal Comune (una proprietà a tempo, 99 anni) quando la squadra era ancora guidata da Antonio Giraudo e con un mutuo di 50 milioni dall’istituto (pubblico) del Credito sportivo firmato nel 2009, su un progetto dal costo stimato in 105 milioni, che dovrebbe essere ultimato a giugno 2011.

    Lo stadio piace: soprattutto se accompagnato da un comodo finanziamento pubblico a costo zero e da generose varianti ai piani regolatori che consentano di costruire ampie cubature, parcheggi, centri commerciali.

    Era di questo tenore l’idea lanciata l’anno scorso da Rosella Sensi. Erigere, insieme al nuovo stadio della Magica sulla via Aurelia, 800mila metri cubi di commerciale e 3mila appartamenti su un’area agricola di 130 ettari “offerta” dall’immobiliarista Sergio Scarpellini, noto per l’abilità nel concludere lucrosi contratti di affitto di alcuni palazzi nel centro di Roma alla Camera dei deputati. Presentato a Trigoria il 29 settembre 2009, con il plauso bipartisan del sindaco Gianni Alemanno e dell’allora presidente della Regione Piero Marrazzo, il «progetto stadio» non ha fatto passi avanti. Ma resta lì, pronto ad essere risfoderato.

    Potrebbe tornare in auge insieme alla corsa dei pretendenti alla Magica. La squadra sta per essere messa in vendita, dicono le intese preliminari tra la famiglia Sensi e il grande creditore Unicredit. Per la costruzione dell’impianto, Scarpellini aveva ipotizzato di coinvolgere i principali costruttori e immobiliaristi romani, da Francesco Gaetano Caltagirone ai fratelli Toti, senza trascurare Alfio Marchini di area Pd e i più trasversali Angelucci. Esponenti, in particolare gli Angelucci, inclusi nella lista dei pretendenti alla società giallorossa, nella quale ci sarebbe anche un’iniziativa che ruota intorno a Giovanni Malagò. Unicredit però ha fatto trapelare che cercherà compratori fino in Estremo Oriente.

    Su questa scia si è mosso Claudio Lotito. L’imprenditore delle pulizie, che il 19 giugno 2004 ha conquistato il controllo della Ss Lazio nella trattativa con Capitalia, vuole cementificare un’area agricola di sua proprietà lungo la via Tiberina. Non è superfluo chiedersi cosa ne sarà dell’Olimpico, se i due club potranno costruirsi altrove un proprio impianto.

    L’obiettivo stadio è ben presente a un altro costruttore capitolino, Massimo Mezzaroma, proprietario della squadra di pallavolo M. Roma, che in gennaio ha conquistato l’Ac Siena, rilevando la squadra da un altro uomo d’affari romano, Giovanni Lombardi Stronati. Il venditore ha attraversato Siena come una meteora, è una figura controversa, ampiamente sovvenzionato da Banca Italease, travolta dalle perdite, è stato toccato da alcune indagini giudiziarie. Nella città del Palio i cambiamenti nel libro soci del pallone sono seguiti con attenzione dalla banca locale, il Monte dei Paschi, vicina alla squadra, che aveva 82,5 milioni di debiti lordi nel bilancio al 30 giugno 2009 e una perdita netta di 7,85 milioni.

    Il gruppo Mps è anche la banca di riferimento di Massimo Moratti, il mecenate del calcio italiano, oltre un miliardo di euro investito dal 1995 per pagare le perdite dell’Inter, che «ha perso 809,5 milioni di euro negli ultimi cinque bilanci» pubblicati, fino al 30 giugno 2009, gli ha ricordato Adriano Galliani all’assemblea dei soci del Milan il 23 aprile.

    L’Inter paga i debiti, le tasse e gli stipendi senza ritardo. Ma non può fare a meno delle banche. A fine 2005 l’Inter ha scorporato il marchio e l’ha ceduto a una società controllata costituita appena due mesi prima, la Inter Brand Srl, per 158 milioni. Un’operazione di cosmesi contabile, che ha generato una plusvalenza (cartacea) nel bilancio civilistico, per coprire le perdite derivanti dall’esaurimento degli effetti della legge salvacalcio del 2003. Per pagare il “suo” marchio Inter Brand si è fatta prestare 120 milioni da Banca Antonveneta il 9 giugno 2006. E la casa madre Inter ha garantito il finanziamento dando in pegno alla banca il 100% delle quote di Inter Brand, per un valore di 40 milioni. Oggi Antonveneta è stata assorbita da Banca Mps. Il gruppo senese nel 2009 ha anche concesso un fido di 35 milioni alla Cmc, la capogruppo di Moratti, il quale quest’anno non ha incassato dividendi dalla Saras.

    Al Milan, che a fine 2009 aveva 300,9 milioni di debiti finanziari netti e 422 milioni di debiti complessivi, una delle banche di riferimento è Intesa Sanpaolo (ex Cariplo), con la quale vi sono tra l’altro dei mutui.

    La spinta di Unicredit ha accelerato l’uscita dal Bologna di Renzo Menarini, che ha raggiunto un accordo per vendere la maggioranza a Sergio Porcedda, imprenditore di Cagliari. Menarini manterrà il 20% del capitale, nell’ipotesi di poter costruire il nuovo stadio rossoblu con il suo gruppo di costruzioni, Cogei.

    La serie A italiana, che secondo l’analisi Deloitte nella stagione 2008-2009 con l’aumento a 1.093 milioni di euro degli stipendi dei calciatori (+12%) ha avuto l’incidenza più alta in Europa degli stipendi sui ricavi (il 73%, contro il 69% in Francia, il 67% della Premier League inglese, il 63% della Spagna, il 51% in Germania), continuerà a ricevere ossigeno dalle banche. Unicredit, come anticipato da Antonio Quaglio sul Sole 24 Ore del primo luglio, ha offerto a tutti i club di farsi prefinanziare l’intero pacchetto di diritti tv, alle stesse condizioni, per i prossimi due campionati, per un valore stimato tra 1,6 e due miliardi.

    IlSole24Ore