Caso Verdini, allontanato l’assessore che spiava Caldoro. Pdl napoletano nel caos

NAPOLI – L’esecutore del complotto si dimette. L’assessore regionale Ernesto Sica è fuori, dopo appena cinquanta giorni, dalla giunta Caldoro. Ma la resa dei conti interna al Pdl campano è appena cominciata. “Primo scoglio, archiviato. Però era ovvio. Resta tutta aperta la questione dentro il partito”, commenta Stefano Caldoro, comunicando agli altri colleghi di giunta che da oggi “dobbiamo mettere il turbo, si riparte. Senza farci frenare dallo squallore”.

Tuttavia, alle sette di un’afosa domenica, il governatore sotto attacco dei nemici interni non ha certo un’espressione serena mentre si chiude alle spalle l’ufficio in cui ha trascorso, praticamente asserragliato, un lungo e duro weekend. L’inizio di una partita che non si sa ancora quanto durerà.
Il faccia a faccia tra Caldoro e l’assessore regionale Ernesto Sica si è consumato invece in dieci minuti. Sufficienti ad incassare le sue dimissioni. Sica, coinvolto nell’inchiesta romana sulla banda specializzata in campagne diffamatorie, interferenze su giudici e appalti dell’eolico, aveva offerto in queste ore la versione della vittima: “Anche io sono stato travolto”.

Poi, lo sfogo di un attimo: “Guarda che io sono il più fesso, là in mezzo”. Raccogliendo solo il gelido consiglio di Caldoro: “Suggerirei di dirlo al magistrato. Questo non è argomento che può interessare un governatore”.
Eppure Sica, sindaco di Pontecagnano (Salerno), ha sperato fino all’ultimo di restare in sella, grazie anche all’assordante silenzio dei vertici romani del Pdl sull’opportunità che un “congiurato” restasse in giunta. Singolare anche che l’ex assessore abbia convocato una conferenza solo per venerdì prossimo: tra cinque giorni. Un tempo necessario a inviare o ricevere segnali?

Per ora l’ex enfant prodige della politica salernitana – guascone amante di mondanità e scorribande in Sardegna, e a Pontecagnano regista delle brillanti feste dell’allora Margherita, prima che il vecchio De Mita lo scaricasse – deve difendersi dall’ipotesi di “violenza privata”. L’uomo ombra voluto dal premier Berlusconi nella giunta Caldoro compare in decine di telefonate mentre, per il giudice, cura l’attività di dossieraggio su uno scandalo sessuale, fatto “di incontri con trans e coperture di camorra”, che avrebbe dovuto mettere fuori gioco Caldoro, insieme con il faccendiere Flavio Carboni, e i “soci” Pasquale Lombardi ed Arcangelo Martino.
Sulla posizione di Nicola Cosentino, il coordinatore Pdl che ascoltava al telefono e vedeva agire la banda, invece, si attendono ulteriori valutazioni.

Già lo scorso mese, i pubblici ministeri di Napoli, Giuseppe Narducci ed Alessandro Milita, titolari dell’inchiesta che ha portato all’ordinanza di custodia in carcere per Cosentino con l’accusa di associazione mafiosa, si erano incontrati con i magistrati romani per valutare le vicende collegate alle pressioni esercitate dalla banda per l’accoglimento del ricorso avanzato in Cassazione dai legali di Cosentino. Circostanza che richiama una precisa mossa del travagliato inverno di Cosentino. “Aspettiamo gennaio. Se la Cassazione accoglie il ricorso, sono in pista di nuovo”, era la strategia indicata a Roma. Richiesta esaudita. Fino al verdetto, infausto, della suprema Corte. E allo scandalo costruito “alla Marrazzo”: per affossare l’uomo che gli aveva usurpato un futuro da governatore.

Repubblica.it