Diritti umani, Cina usò mezzi spietati per reprimere rivolta in Tibet dei monaci buddisti

Le forze di sicurezza cinesi usarono una violenza sproporzionata per sedare la rivolta in Tibet nel 2008. È quanto emerge dal rapporto ‘I saw it with my own eyes’ (‘L’ho visto con i miei occhi’) di Human Rights Watch, secondo il quale i militari cinesi pestarono, torturarono e uccisero senza esitazioni la gente che, assieme ai monaci, protestava contro le politiche di Pechino in Tibet.

“Quando i soldati cominciarono a lanciare gas lacrimogeno, fui colpita a una gamba e non riuscivo più a muovermi. Poi sentii gli spari e due giovani caddero davanti ai miei occhi”, ha raccontato a Hrw la ventiquattrenne Pema Lhakyi (i nomi sono di fantasia). Un altro testimone ha parlato del ventunenne Lhakpa Tsering, ucciso da un proiettile sulla soglia di casa. “Si era affacciato per controllare la situazione”, ha detto Tsering Choden, “quando improvvisamente una macchina della polizia attraversò la strada e partirono alcuni spari. Lhakpa si accasciò contro il muro, un suo amico lo trascinò in casa, ma morì quasi subito”.

Il rapporto si basa su oltre 200 interviste a tibetani rifugiati, testimoni oculari e fonti ufficiali cinesi. “Le testimonianze dimostrano la volontà del governo cinese in quei frangenti di ricorrere all’uso illimitato della forza contro manifestanti disarmati”, ha detto Sophie Richardson, portavoce di Hrw Asia. Il governo di Pechino ha sempre detto di avere agito in maniera conforme agli standard internazionali e alle leggi nazionali.

All’ inizio di marzo 2008 centinaia di monaci buddisti uscirono dai monasteri per il 49esimo anniversario della fallita rivolta contro l’occupazione di Pechino: sfilarono per le strade di Lhasa, capitale della regione autonoma, per chiedere il ritorno del Dalai Lama, leader spirituale in esilio in India dal 1959. Il brutale intervento delle forze di sicurezza cinesi fece precipitare il Paese nella rivolta più cruenta degli ultimi vent’anni.

Per far fronte alle proteste divampate in tutto l’altopiano tibetano, il governo cinese, che aveva accusato il Dalai Lama di fomentare gli scontri, lanciò la più grande operazione di sicurezza dalla rivolta di Tienanmen del 1989 e pose Lhasa sotto assedio. Il bilancio delle vittime non è mai stato accertato, anche per la censura imposta da Pechino sulle notizie provenienti dal Tibet. Il governo tibetano in esilio parlò di cento morti, mentre quello cinese di 19, tutti han, l’etnia maggioritaria.

Il governo cinese non ha ancora rivelato la sorte di centinaia di arrestati né quanti di loro sono ancora detenuti o quanti sono in attesa di processo e quanti già giustiziati. Il portavoce del ministro degli Esteri, Qin Gang, ha respinto le accuse contenute nel rapporto, definendole “faziose”.

Molte violazioni dei diritti umani continuano ancora oggi, denuncia Hrw. Le forze di sicurezza arrestano chiunque sia sospettato di simpatizzare con il movimento tibetano e le loro famiglie sono perseguitate. I processi farsa e le sparizioni sono all’ordine del giorno.

NTNN