Geologia, dai fossili, il futuro dei nostri oceani

Conoscere il passato per prevedere il futuro: dalla ricostruzione di una “crisi” geologica avvenuta 120 milioni di anni fa è stato possibile scoprire quello che il prossimo futuro potrebbe riservare all’ecosistema oceanico, tra cambiamento climatico e acidificazione delle acque. Ad ‘interrogare’ dei microscopici resti fossili risalenti a 120 milioni di anni fa è stato un gruppo di geologi della Statale di Milano in uno studio svolto in collaborazione con colleghi di Zurigo che è stato pubblicato oggi – 23 luglio, ndr.- su Science.
Inserendosi nel complesso scenario dei cambiamenti ambientali legati all’emissione di gas serra, lo studio si è occupato in particolare delle variazioni che si potranno produrre a seguito dei cambiamenti climatico-ambientali sull’Oceano, il più grande e antico ecosistema della Terra. L’agenzia intergovernativa sui cambiamenti climatici (Ipcc) ha previsto che gli attuali cambiamenti globali possano risultare in importanti alterazioni della vita sul pianeta. Le maggiori preoccupazioni riguardano la possibile perdita di biodiversità derivante dall’incapacità degli organismi a sostenere i cambiamenti ambientali legati all’emissione di gas-serra.
Oltre ai noti effetti sul riscaldamento globale, l’instabilità climatica e l’aumento del livello del mare, l’attuale eccesso di CO2 sta anche causando il cosiddetto “other CO2 problem”, ossia l’aumento dell’acidità degli oceani, che hanno già assimilato il 48% di tutta la CO2 emessa dal 1800, con conseguente riduzione del pH attuale a 7,9-8,1 unità. Con i tassi d’emissione di CO2 e di acidificazione attuali, il pH degli oceani dovrebbe scendere di altre 0,3-0,5 unità entro il 2100: prima che l’oceano ritorni naturalmente ai livelli d’acidità precedenti al1’800 occorrerebbero almeno 10.000 anni. Capire come i cambiamenti globali attuali influiscono, e soprattutto influiranno, su abbondanza, diversità e produttività delle popolazioni marine, da quelle planctoniche a quelle delle scogliere coralline, è una sfida – spiegano i ricercatori – da non mancare per cercare di contrastare in tempo effetti che potrebbero rivelarsi estremamente gravi per l’intero Sistema Terra. L’influenza esercitata su un ecosistema da cambiamenti ambientali come quelli attualmente in atto opera a lungo, lunghissimo termine: è per questo motivo che all’osservazione dello scienziato che si occupa dell’ambiente attuale, va affiancato lo studio dei geologi, che lavorano su scale temporali ben diverse, decodificando le “impronte” lasciate nelle rocce da eventi sviluppatisi migliaia-milioni di anni fa e ricostruendo quindi le variazioni ambientali del passato. Il nostro pianeta ha sperimentato condizioni simili alle attuali più volte nella sua storia geologica: l’analisi delle successioni sedimentarie permette di analizzare in dettaglio episodi che possono presentare analogie con il presente.

(Roma, 23 lug. Apcom)