Medio Oriente, Obama delude le aspettative del mondo arabo: rapporto privilegiato tra Usa e Israele

Quando il presidente americano Barack Obama si è insediato alla Casa Bianca ha dichiarato chiaramente di voler ristabilire la credibilità degli Stati Uniti dopo i danni provocati dal suo predecessore. Obama si é impegnato a rinnovare le relazioni americane con il mondo arabo e musulmano, suscitando una forte speranza in un cambiamento decisivo nella politica americana.

Purtroppo, le azioni finora compiute dalla sua amministrazione non sono state il riflesso delle sue eloquenti parole. In Medio Oriente le persone sono ormai abituate ad una retorica che non porta a nulla. Vi é un’utile espressione per descrivere ciò: haki fadi – vuote parole.

Più di un anno dopo il tanto celebrato discorso del Cairo, la linea di Obama é pericolosamente vicina ad essere nient’altro che haki fadi. Egli non é riuscito a tener fede a quanto promesso su una questione cruciale: promuovere la democrazia ed i diritti umani nel mondo arabo.

Mentre Obama ha rifiutato di credere che l’Islam e la democrazia siano incompatibili, la sua amministrazione ha scelto di perseguire la stabilità regionale a scapito delle riforme democratiche. L’amministrazione é soprattutto riluttante a compromettere le sue alleanze con i molti capi di stato autoritari della regione poiché si augura che questi autocrati possano aiutare a mediare un accordo di pace tra Israele e i palestinesi dopo decenni di fallimenti.

Obama ha detto cose giuste sulla promozione della democrazia nel suo discorso del Cairo. “L’America non presume di sapere ció che é meglio per tutti, proprio come non presumiamo di conoscere l’esito di elezioni pacifiche”, ha detto. “Eppure credo fermamente che tutte le persone aspirino a certe cose: la possibilità di dire ció che si pensa, e di dire la propria su come si é governati; nutrire fiducia nello stato di diritto ed in una amministrazione equa della giustizia; un governo che sia trasparente e che non rubi denaro alle persone; la libertà di vivere come si desidera.”

Eppure Obama ha scelto di inviare questo messaggio proprio dall’Egitto. Il presidente Hosni Mubarak é in carica dal 1981 anche grazie a leggi d’ emergenza che permettono al regime di imprigionare i dissidenti senza accuse precise e senza processo, e di soffocare le attività politiche pacifiche. In quanto alleato strategico di Washington, l’Egitto riceve circa 1,8 miliardi di dollari l’anno in aiuti, cosa che lo rende il secondo paese, dopo Israele, per quantità di aiuti americani ricevuti (escludendo le spese americane in Iraq e in Afghanistan).

Nel mese di maggio, l’Egitto ha prolungato lo stato d’emergenza per altri due anni. Nel 2005 aveva promesso di sostituire lo stato d’emergenza con specifiche leggi anti-terrorismo. Dopo l’ultima proroga, il Dipartimento di Stato americano ha semplicemente dichiarato di essere “deluso”.

L’amministrazione Obama ha ereditato una politica, vecchia di decenni, di sostegno a regimi autocrati in cambio della loro acquiescenza politica. Molti governi nella regione fanno affidamento sui numerosi corpi di polizia segreta che li mantengono al potere usando la “guerra al terrorismo” come scusa per mettere a tacere ogni opposizione. Tali regimi si adornano di una vernice di stabilità per l’Occidente, ma in realtà i loro sistemi politici sono deboli, corrotti e calcificati.

Sono queste contraddizioni fra le parole e le azioni americane che spingono le persone in Medio Oriente a non fidarsi degli Stati Uniti e a diffondere teorie della cospirazione sulle motivazioni alla base delle azioni americane.

Se gli Stati Uniti continueranno a sostenere gli autocrati contro il volere dei cittadini da essi governati, perderanno il loro potere contrattuale nel chiedere le riforme ad altri regimi come Siria e Iran.

Washington teme che il sostegno alle riforme nella regione possa portare al potere gruppi islamisti. Senza alcuno spazio democratico che permetta l’emergere di movimenti politici con una base popolare, gli islamisti come i Fratelli Musulmani possono avere un’enorme influenza attraverso la loro rete di servizi sociali. Tali gruppi ben organizzati potrebbero vincere in ogni libera competizione elettorale – così i governanti autocratici hanno un utile spauracchio per evitare le elezioni.

Ma la democrazia non é solo votare. É un lento processo di promozione dei diritti individuali e di formazione della società civile, di una stampa libera, di un sistema giudiziario e di altre istituzioni statali indipendenti. Tali sforzi richiedono tempo ed hanno meno appeal rispetto a una rapida competizione elettorale.

Dopo il discorso di Obama al Cairo, la sua amministrazione é rimasta insolitamente silenziosa sulla promozione della democrazia, e riluttante nel criticare gli alleati dell’America. L’amministrazione ha anche bloccato le minacce da parte di alcuni deputati di vincolare i futuri aiuti all’Egitto a riforme democratiche o a un miglioramento della sua situazione relativa ai diritti umani. Il presidente ed i suoi collaboratori considerano tali azioni un’espressione di “realismo politico”. Le persone nella regione mediorientale le percepiscono come l’ennesimo esempio che dimostra come gli Stati Uniti preferiscano l’opportunismo ad un vero cambiamento.

Non é ancora troppo tardi per Obama per cambiare tale andamento. L’Egitto ha due importanti elezioni alle porte: un voto parlamentare in novembre ed un’elezione presidenziale l’anno dopo. L’amministrazione americana deve insistere affinché il regime permetta elezioni libere e trasparenti, in cui i gruppi dell’opposizione possano schierare i loro candidati senza intimidazioni o minacce di arresto.

Obama ha un’enorme capacità di suscitare empatia. Egli ha un’opportunità per cambiare profondamente la percezione che il mondo arabo ha degli Stati Uniti. Se riuscisse a rendere l’America una potenza più comprensiva e amichevole – una nazione che difende il più debole e non tollera la repressione – riuscirebbe a garantire la sicurezza e gli interessi americani nel lungo periodo. Ma l’ultima cosa di cui il Medio Oriente ha bisogno sono altre parole vuote.

Mohamad Bazzi è un giornalista americano-libanese; è membro del Council on Foreign Relations, con sede a New York, ed insegna giornalismo alla New York University

Traduzione a cura di Medarabnews