Strage di via D’ Amelio, pezzi di Stato depistano le indagini sulla morte di Borsellino

    Paolo Borsellino allora come oggi fa da spartiacque. Il suo rigore, la sua dirittura morale, il suo intransigente senso dello Stato erano totalmente incompatibili con il progetto Italia che andava dispiegandosi nel biennio ’92 e ’93.

    Per questo è stato eliminato e per questo la strage di Via D’Amelio è diventata tassello fondamentale di quel golpe, come ormai lo definiscono anche i magistrati, che ha destabilizzato il Paese per stabilizzare un nuovo equilibrio politico, economico e sociale, mafia ovviamente inclusa in fedele linea di continuità con la storia repubblicana.

    Per coloro che, d’accordo con Cosa Nostra, hanno pensato di sbarazzarsi di lui e di Falcone, ingombranti incarnazioni dello Stato possibile, pessimo e pericoloso esempio per l’idealità della gente onesta, questo ultimo anniversario di Via D’Amelio non deve essere stato granché piacevole.

    Borsellino, incurante del tritolo che ha fatto a pezzi il suo corpo, si è ripresentato con tutto il suo fastidioso bagaglio di valori immortali. Non solo nei volti e nelle parole di suo fratello, di sua sorella e dei tanti giovani che a lui si ispirano e ai magistrati che seguono fedelmente le sue orme, ma ancora e sempre come un ostacolo. Questa volta messo di traverso ai piani di svuotamento di alcuni dei punti cardine della Costituzione: indipendenza della magistratura, libertà di informazione e legge uguale per tutti.

    Il suo testimone questa volta è stato preso, non come ci si aspetterebbe dal partito che dovrebbe fare opposizione in questo Paese, non sia mai, ma da quella parte di maggioranza che proprio in nome di Borsellino ha deciso di puntare i piedi.

    Ecco quindi Fabio Granata, esponente del Pdl, o meglio dell’ormai più che definita corrente finiana, con una storia di impegno in materia di legalità, che, finalmente, può alzare la voce e affermare: “Ci sono pezzi dello Stato, del Governo e della politica che fanno di tutto per ostacolare le indagini sulla strage di via D’ Amelio e creare condizioni di delegittimazione della magistratura”.

    Un’ accusa forte e chiara che ha suscitato le ovvie reazioni di certi suoi compagni di partito, tipo La Russa, Gasparri e Cicchitto, che di Borsellino non dovrebbero azzardarsi nemmeno a pronunciare il nome, ai quali non ha esitato a rispondere a tono:

    “Sulle mafie l’azione del governo è stata molto efficace e coerente sul piano repressivo. Sul piano legislativo, grazie al Parlamento e alla spinta di alcuni di noi, altrettanto efficace su Agenzia nazionale beni confiscati (approvata da un odg mio e di Angela Napoli). Sulle intercettazioni l’ azione legislativa sta diventando accettabile attraverso la nostra spinta determinante, mentre sul rapporto con le Procure titolari di inchieste sulle stragi è piena di contraddizioni e di molti atteggiamenti pregiudizialmente ostili. Su Spatuzza le decisioni sono state gravi e da rivedere con senso di responsabilità”.

    L’ affaire Spatuzza, dopo il goffo tentativo dei Berluscones tramite i canali televisivi di regime, in testa TG1, di far passare la condanna di Dell’ Utri a sette anni come un’ assoluzione, è diventato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il non aver concesso il programma di protezione al collaboratore che ha permesso di rivedere una parte della ricostruzione della fase preparatoria della strage Borsellino, aprendo ad inquietanti scenari di depistaggio di Stato, è stato un eclatante boomerang della maggioranza. Ha dimostrato senza più alcun dubbio che quella verità non la vogliono sapere, anzi che la vogliono proprio nascondere.

    E su questo i finiani stanno facendo leva, mandando su tutte le furie il sottosegretario Mantovano che, con una reazione scomposta, si è addirittura rivolto al Csm per punire Lari, il capo della procura di Caltanissetta, magistrato di noto riserbo e rigore, perché ha osato esprimere perplessità su quella pretestuosa decisione che non ha nessun precedente nella storia.

    In sua difesa è intervenuto proprio Granata:

    “Che sulle stragi – aggiunge – ci sia il coinvolgimento pieno di pezzi dello Stato e che la decisione di non concedere il regime di protezione a Spatuzza siano elementi conclamati di difficoltà nell’accertamento di verità e giustizia è una verità oggettiva. Le mie, quindi,- replica ai suoi franchi tiratori – sono state parole non solo ampiamente ‘entro le righe’, ma doverose e comunque coerenti con la cultura politica che ha caratterizzato la mia militanza nella destra italiana”.

    Non è l’unico soggetto distonico, Granata, rispetto alle mire dei berlusconiani sempre più invischiati nei soliti intramontabili intrecci tra massonerie e malaffare. Ci si è messo pure Pisanu, il presidente della commissione antimafia, con un passato certo meno coerente di Granata, ma a quanto pare, determinato nel suo ruolo, al punto da indurre all’ottimismo uno dei grandi nemici additati del regime: il magistrato Antonio Ingroia.

    “Dopo anni di afasia della politica – ha dichiarato il procuratore – qualcosa sta cambiando. La visita della Commissione Antimafia a Palermo, le domande rivolte in audizione, il contenuto della relazione del presidente Pisanu, la sensibilità dimostrata dal presidente Fini, che ha sottolineato che Mangano non è un eroe, sono segnali positivi”. Per il procuratore, le indagini della procura di Caltanissetta “stanno consentendo di rilevare scenari agghiaccianti che, purtroppo, danno ragione a chi come me, già nell’estate del ’92, ebbe la certezza che quella di Via D’Amelio non era strage di sola mafia”. “Depistaggi di tipo istituzionale – conclude Ingroia – sarebbero incomprensibili se destinati a coprire uomini di mafia. Possono avere senso solo se destinati a coprire responsabilità di pezzi dello Stato”.

    Eccolo qui allora Paolo Borsellino in molte carni e in molte ossa, questa volta quale grimaldello in mano ai dissidenti che, almeno per dignità, non ci stanno a passare alla storia come complici del peggiore tentativo di sfascio della democrazia che si ricordi.

    Chiaramente se questo governo dovesse crollare a colpi di legalità davvero sarebbe un inedito per questo Paese, anche se ciò non è sufficiente garanzia di tranquillità per ciò che potrebbe riservarci il futuro. Comunque, un passo alla volta. Per adesso ci basta sapere che per mettere in crisi un Governo pieno di corrotti, intrallazzatori e amici dei mafiosi ci sono ancora e sempre Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

    Anna Petrozzi – Antimafiaduemila