Iraq, crisi politica e nessun nuovo governo: e il ritiro delle truppe Usa?

Mentre l’Iraq rimane preda di una profonda crisi politica e di un crescente livello di violenza, gli Stati Uniti hanno ribadito questa settimana la loro intenzione di iniziare a ridurre il numero delle truppe da combattimento nel paese entro settembre.

Domenica scorsa, il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ha detto che i lunghi negoziati con il governo iracheno sulla spartizione del potere non saranno interessati dal programmato ritiro delle truppe statunitensi.

“C’è un governo di transizione. C’è un governo in carica che funziona. La sicurezza irachena viene assicurata dagli iracheni, con la nostra assistenza. Stiamo per avere, e avremo ancora, 50.000 soldati laggiù”, ha detto Biden al canale statunitense ABC News in un’intervista.

Nel frattempo, l’amministrazione Obama ha intensificato la pressione sui leader iracheni per superare un impasse politico di ormai cinque mesi, che ha impedito la formazione di un nuovo governo.

Il segretario di Stato USA Hillary Clinton ha detto che Washington è sempre più preoccupata per la situazione di stallo, mentre il ritiro delle forze americane si fa imminente. I politici iracheni devono anteporre gli interessi nazionali a quelli personali e costituire rapidamente un governo – ha affermato.

I partiti politici iracheni sono rimasti bloccati dopo le inconcludenti elezioni parlamentari di marzo, rimanendo in disaccordo su chi dovrebbe formare il nuovo governo e servire come primo ministro, e su chi dovrebbe essere il nuovo presidente. Le elezioni non hanno assicurato la maggioranza a nessun partito all’interno del parlamento composto da 325 membri.

La scorsa settimana, i parlamentari iracheni hanno prorogato di due settimane la sessione inaugurale del parlamento per dare ai leader politici la possibilità di formare un governo. Molti politici si aspettano ora che il parlamento non si riunirà molto presto, mentre i gruppi rivali rimangono impantanati sulla nomina del nuovo primo ministro.

Il paese dilaniato dalla guerra ha raggiunto una fase di stallo politico dopo che la coalizione Iraqiya, guidata dall’ex primo ministro Iyad Allawi, aveva vinto le elezioni di marzo con un esiguo margine assicurandosi 91 seggi, solo due in più rispetto all’Alleanza per lo Stato di Diritto guidata dall’attuale primo ministro Nuri Al- Maliki.

Non è ancora stata formata una coalizione di governo, in quanto nessun raggruppamento è riuscito a raggiungere la maggioranza assoluta necessaria per formare un governo funzionante.

Nel frattempo, la violenza in Iraq è cresciuta questa settimana, quando i ribelli hanno intensificato i loro attacchi e approfittato della situazione di stallo politico nel tentativo di destabilizzare ulteriormente il paese in vista del ritiro americano.

Domenica 18 luglio, attentatori suicidi hanno ucciso circa 50 persone in due distinti attacchi contro le milizie sunnite appoggiate dagli USA. Decine di membri della milizia sunnita dei Consigli del Risveglio sono stati uccisi da un attentato suicida mentre erano in coda per ricevere il salario davanti a una base militare a Baghdad.

Alcune ore dopo, un secondo attentatore suicida ha preso di mira altri membri della milizia nella città di Al-Qaim, alla frontiera occidentale. L’attentatore ha dapprima aperto il fuoco con un fucile, per poi far detonare una bomba, uccidendo 7 persone e ferendone altre 11.

Il sabato precedente, un leader dei Consigli del Risveglio e due suoi figli sono stati uccisi da una bomba nel sobborgo meridionale di Dora, a Baghdad , mentre un secondo leader regionale è stato ferito da una esplosione a Baquba, 65 chilometri a nord della capitale.

I Consigli del Risveglio, forti di circa 80.000 uomini, sono milizie sunnite organizzate dai militari americani per combattere al-Qaeda in Iraq. La maggior parte dei loro membri sono essi stessi ex-ribelli; è opinione diffusa che al-Qaeda stia prendendo di mira le milizie sunnite al fine di attirarle nuovamente tra le file della ribellione.

Finora, nulla indica che la violenza crescente, lo stallo politico, o l’imminente ritiro americano, stiano spingendo i leader iracheni ad impegnarsi per giungere a un accordo. Invece, le loro dispute hanno fatto emergere voci relative a diversi scenari per risolvere la crisi, nessuno dei quali è molto appetibile.

Lunedì 19 luglio, il quotidiano al-Sharq al-Awsat di proprietà saudita ha riferito che il blocco Iraqiya aveva suggerito che dovrebbe essere eletta una nuova leadership, in base alla quale Allawi sarebbe primo ministro, il leader curdo Jalal Talabani rimarrebbe presidente, e Humam Hamoudi del Supremo Consiglio Islamico Iracheno (SIIC) verrebbe nominato presidente del parlamento.

Un altro resoconto giornalistico suggeriva che l’Iran stesse esercitando pressioni sul leader sciita Muqtada al-Sadr affinché si unisse ad al-Maliki ed all’alleanza curda, al fine di formare il nuovo governo. I seguaci di al-Sadr hanno 40 seggi in parlamento, e insieme all’Alleanza per lo Stato di Diritto di al-Maliki ed ai partiti curdi, avrebbero una larga maggioranza per formare un nuovo gabinetto.

Eppure altre voci hanno suggerito che i siriani starebbero cercando di convincere i sadristi a unirsi ad Allawi, al SIIC ed ai curdi per creare un governo che emarginerebbe al-Maliki. Quest’ultimo è stato boicottato dai siriani dopo aver accusato Damasco di ospitare ex seguaci di Saddam Hussein, ritenuti responsabili degli attentati in Iraq.

Coloro che appoggiano questo scenario sottolineano le visite compiute da al-Sadr e da Allawi a Damasco questa settimana e le loro discussioni con il presidente siriano Bashar al-Assad. Sabato scorso, parlando in un incontro con al-Sadr, Assad aveva espresso la sua preoccupazione per le conseguenze della mancata formazione di un nuovo governo in Iraq.

Non tutte queste voci possono essere vere, soprattutto perché la politica irachena è caotica, grazie alla cosiddetta “formula del consenso” imposta dagli americani dopo l’invasione del 2003, ed alle ambizioni delle potenze regionali, molte delle quali sono felici di interferire negli affari interni iracheni.

Da un lato, i leader politici iracheni, che sono privi di un retroterra democratico e sono sostenuti da milizie, sono nettamente divisi secondo linee etniche e confessionali, e non sono disposti a trovare un compromesso che potrebbe escluderli dal potere e privarli dell’enorme ricchezza della nazione.

Dall’altro, non ci si aspetta che gli attori regionali rinunceranno al loro ruolo in Iraq; essi continueranno a cercare di proteggere i loro interessi nel paese.

La persistente situazione di stallo relativa alla formazione di un nuovo governo in Iraq ha sollevato interrogativi circa le strategie dei paesi vicini, mentre l’Iraq scivola in una crisi sempre più profonda.

Le ingerenze di Teheran in Iraq sono un modo per affrontare Washington in un contesto estero, mentre i paesi arabi sunniti e la Turchia sono allarmati dalla prospettiva di una dominazione iraniana e sciita sull’Iraq, e stanno sfruttando i loro legami con i sunniti iracheni per giustificare le loro ingerenze nel paese.

Non è un segreto che gli attori regionali si stiano preparando alla fase finale della partita e siano pronti ad usare tutti i mezzi possibili per colmare il vuoto di potere che sarà prodotto dal ritiro americano.

Nel frattempo, gli stessi Stati Uniti stanno inviando segnali contrastanti. Mentre i funzionari americani hanno ribadito la loro intenzione di tener fede al programma di ritiro, essi hanno anche detto che tale ritiro non implica in alcun modo una diminuzione del coinvolgimento americano in Iraq o dell’impegno degli Stati Uniti nei confronti degli iracheni.

E’ su questo sfondo che i gruppi iracheni rivali stanno continuando il loro braccio di ferro politico, dimostrando che sono pronti a tener duro per tutto il tempo necessario ad assicurare loro la vittoria.

Un pericolo che tutti stanno ignorando è che una simile politica del rischio calcolato potrebbe esporre l’Iraq a un pericoloso vuoto politico mentre il paese tenta di uscire dalla guerra civile e di contenere le sue divisioni settarie.

Salah Hemeid è corrispondente dall’Iraq per il settimanale egiziano ‘al-Ahram Weekly’

Traduzione a cura di Medarabnews