L’Isola dei Cassintegrati: gli operai della Vinyls occupano l’Asinara da 150 giorni

Adesso sono passati centocinquanta lunghi giorni. Erano partiti con l’idea di occupare una banca, gli operai della Vinyls di Porto Torres. Hanno fatto molto di più. Sono saliti sulla cima di una torre aragonese, e poi l’hanno occupata. Si sono auto-reclusi in un carcere, e ci sono rimasti. Hanno piantato croci bianche nei prati, per disegnare nella vita di tutti i giorni, il cimitero del loro disagio.
Chiedono solo lavoro, ma continuano a restare in cassintegrazione. Hanno i mutui sospesi, come le loro vite. Per rompere la cortina dell’indifferenza hanno occupato aeroporti, strade regionali, piazze. Hanno traversato il mare. Sono andati davanti a Montecitorio. Hanno protestato in ogni modo. Hanno assaltato la piazzetta di Portocervo, hanno bruciato la bandiera delle Cayman (quella degli evasori che fingono di non possedere i propri yacht), hanno duellato con i ministri in televisione, dimostrando di saperne di più. Sono diventati famosi: Tino, Andrea, Gianmario, Pietro e naturalmente tutti gli altri.
Ma adesso sono centocinquanta giorni. Centocinquanta infiniti giorni. Qualcuno di loro – come Andrea Spanu, non si è mosso nemmeno un minuto dall’isola dell’Asinara, e adesso ci ha portato anche la sua famiglia. Qualcun altro come Tino Tellini, ha girato l’Italia e ha scritto un libro. Il più simpatico e tosto, Pietro Marongiu ha parlato dal palco di Piazza Navona, applaudito come un leader. In quattro si sono candidati. Tutti hanno posto all’opinione pubblica del nostro paese una semplice domanda: è giusto che l’Italia rinunci al proprio patrimonio industriale? È possibile che si riduca a comprare all’estero la plastica che continua a consumare (sempre di più, e sempre più cara, da quando la loro fabbrica ha cessato di produrla?).

Ai cassintegrati dell’Asinara, che hanno scelto di andare in carcere per spiegare a tutti che senza lavoro la loro vita è un carcere hanno detto tutti belle parole. Non gli ha risposto nessuno. Non Silvio Berlusconi, che un tempo prometteva grandi miracoli con la sua diplomazia Certosa, non il ministro Scajola, che ha pensato bene di iniziare la ricerca del lestofante che gli ha comprato la casa a sua insaputa (non risulta ancora che lo abbia trovato) dimettendosi proprio il giorno prima dell’incontro fissato al ministero per risolvere la crisi della chimica. Non è stata una grande perdita: parlando dei cassintegrati li aveva collocati a Nuoro, invece che a Porto Torres: quando si dice la conoscenza dei problemi.
Adesso, nell’Italia della crisi e delle vertenze che tengono appese le vite, nell’Italia in cui si sale sui tetti per salvare il proprio lavoro, era stato nominato un ministro per l’Attuazione del federalismo, ma non un sostituto al ministero dello Sviluppo economico. È come avere una nave senza capitano, mentre infuria la tempesta. Adesso, nell’Italia in cui la Fiat ricatta i suoi lavoratori e minaccia delocalizzazioni, gli operai della Vinyls sono rimasti impressi nei nostri cuori come una metafora, come un ammonimento, come una profezia. Forse alla fine saranno sconfitti. Ma intanto non mollano. Non a caso hanno recuperato un bellissimo slogan di Ernesto Che Guevara: “Chi lotta può perdere. Ma chi non lotta ha già perso”. Centocinquanta giorni, tre stagioni, qualcuno è ormai diventato un frammento dell’isola dimenticata, un’attrattiva turistica, una curiosità per le scolaresche: “Ecco, guardate, bimbi: gli operai cassintegrati”. Centocinquanta giorni, se li stanno dimenticando tutti, gli operai dell’Asinara.

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