Reportage Cina, riti e modernità del mondo occidentale

Un viaggio a Shanhaiguan tra turisti, traffico automobilistico e ragazzi con l’Ipod mostra come la società edificata nell’arco di lunghe generazioni è stata spazzata via da una modernità d’importazione.

Fin troppo facile raccontare la Cina con gli occhi di un turista occidentale. Basta mettere in fila, uno dietro l’altro, gli spiedini di scorpioni e di larve offerti ai passanti in certi quartieri di Pechino, i vecchietti che vanno in giro battendo le mani per riattivare la circolazione e le donne elegantemente vestite che scaracchiano senza pudore per strada. Strappare sorrisi al lettore medio non è difficile, di cose strane ai nostri occhi qui ce n’è in abbondanza. Ed è anche giusto che sia così. Rispetto all’Europa, la Cina è un grande Paese. Nel senso che misura di superficie ben oltre il doppio dell’intera Unione europea, ha una popolazione 3 volte più numerosa, raduna solo ufficialmente 56 etnie e vede coesistere 870mila milionari in dollari con 250 milioni di poveri. Generalizzare su una popolazione talmente eterogenea, ridurre tutto ai pantaloni dei bambini completamente tagliati tra le gambe, così da poter fare i bisogni per strada senza doverli calare, o ai barbieri installati sotto un ombrellone ai crocevia, è una semplificazione inaccettabile. Così come parlare indistintamente di cultura cinese, cibo cinese, stile di vita cinese, sembra a volte un vero e proprio paradosso. Come mettere insieme i cacciatori lapponi con i contadini calabresi, le gentildonne inglesi in gita al Derby con gli immigrati turchi che friggono felafel negli imbiss di Berlino.

Un racconto diverso di questo Paese immenso e lontanissimo, invece, potrebbe partire da Shanhaiguan, cittadina circa 300 chilometri a Est di Pechino. Qui, a qualche metro appena dalle onde del Mar giallo, comincia un tratto della Grande muraglia, meraviglia del turismo mondiale concepita a partire dal V secolo a.C per contenere le invasioni dei barbari dal Nord. In altre parole per respingere le ondate migratorie che, a quei tempi, avvenivano armi in pugno. Nei secoli le politiche securitarie della dinastia Ming estesero quest’immensa barriera in pietre e mattoni a tutto il confine nord, con torrette di avvistamento e gallerie scavate nella terra ripiene di soldati armati fino ai denti. Ecco sulla spiaggia di questa cittadina del Nord, al chilometro zero della paura dei Ming, due novelli sposi corrono sorridenti a espletare il rito delle foto di nozze. Lui è elegante nel suo completo nero, lei indossa l’abito bianco col velo e tutti i pizzi desiderati da qualsiasi sposa occidentale. Sulla strada il traffico automobilistico arranca dietro agli autobus a kerosene mentre nelle acque della baia si rinfrescano giovani fanciulle in bikini. I venditori di rinfreschi affollano l’ingresso alla spiaggia e i bagnanti assetati si accalcano a comprare. La stessa scena, identica in mille particolari, potrebbe svolgersi in un qualsiasi lido sull’Adriatico o sulle spiagge della Florida, a Cancùn come a Malindi. Una donna vestita del tradizionale qipao che passa pedalando sulla sua bicicletta sembra il personaggio di un’altra storia. Dov’è la Cina dei film e dei nostri libri di scuola?

Proprio qui dove comincia il maggior monumento alla storia di questa civiltà così antica e lontana da noi, cose e persone si presentano indistintamente col volto dell’Occidente, con alcuni dei suoi pregi e con quasi tutti i suoi grandi errori. I ragazzi che ciondolano intorno vestono in jeans e T-shirt Robe di Kappa, ascoltano musica pop e giocano in strada con le carte da poker. Le case del circondario sono tutte in cemento armato, le insegne luminose degli internet shop offrono decine di giochini deficienti online, i negozietti che affacciano sui marciapiedi scalcagnati in mattonelle di cemento vendono coca cola e nescafé. L’acqua del mare, a Shanhaiguan, ha il colore degli enormi impianti industriali che si vedono al di là della baia, fronteggiati da un certo numero di navi commerciali di grossa stazza ancorate al largo. Un’anziana signora, piccola e storta, attraversa la strada portando a cavalcioni il nipotino, come si faceva secoli fa. In quanti anni il suo mondo arcaico è stato stravolto dalla modernità occidentale?

L’ostilità al kebab e al velo che contagia le nostre province è in fondo una forma di resistenza alla diversità, al contagio della diversità. Non tutti in Europa sono felici di toccare ogni giorno l’altro lato del mondo attraverso il moltiplicarsi di ristoranti e negozietti etnici, attraverso la moltitudine di oggetti made in China che riempiono le nostre case, che siano pomodori pelati o telefonini Nokia. Molti non vogliono stare a guardare mentre il loro mondo diventa rapidamente diverso da ciò che era. Non necessariamente migliore. Ma qui, in questa cittadina dove cominciano a correre gli 8mila e passa chilometri della più grande barriera mai costruita dall’uomo, è andata esattamente allo stesso modo. La società tradizionale, edificata nell’arco di tante lunghe generazioni, è stata spazzata via in pochi decenni da una modernità tutta d’importazione che ha trasformato la vita in qualcosa di diverso da ciò che era. Non necessariamente migliore. Qualcuno ne è stato affascinato, altri hanno resistito. Il risultato finale è comunque un Paese molto più simile al nostro di quanto non sia diverso.

Il fatto è che non c’è originalità nel descrivere la Cina parlando di semafori, finestre in alluminio anodizzato, pasticceria francese, pentole Ikea e scarpe Nike. Certo si attira di più l’attenzione additando uno dei rari ristorantini che ancora servono carne di cane, anche se le città sono costellate di Mc Donald’s e Kfc. Oppure, fermandosi a Shanhaiguan, si può scrivere una storia sulla moltitudine di persone attempate che all’alba si raduna nel parco di fronte alla stazione per camminare, correre, partecipare a gruppi di tai chi oppure fare esercizi con l’aiuto dei tanti attrezzi da palestra in ferro, tutti in buono stato, montati in strada a disposizione del popolo. In fondo è lo stesso che fare jogging o nordic walking da noi, ma che notizia è se una qualsiasi signora Maria esce di casa alle 6 del mattino per portare il suo cane a passeggio nel parco? Qui invece tutto è pittoresco, esotico, inusuale, le cose strane ai nostri occhi abbondano. Basta mettere il giusto accento sulla diversità e il gioco è fatto.

Gino Fusco – Terranews