Valle del Giordano, la resistenza nonviolenta dei palestinesi

Nella Valle del Giordano, luogo che rievoca gigantesche forze della natura assopite nella Rift Valley e il piu’ lontano passato della civilta’ umana, per resistere e continuare a vivere, si ricorre a conoscenze e tecniche del passato.

Secondo gli Accordi di Oslo, la maggior parte del territorio di questa regione – che appartiene ai governatorati di Tubas e Gerico – e’ stata definita “area C” (sotto totale controllo israeliano, sia amministrativo che militare). Dai palestinesi che la abitano, e’ chiamata “la striscia dimenticata”. Rappresenta circa il 30% della Cisgiordania, ma di tutta l’area ai palestinesi resta solo una piccolissima percentuale.

Le piu’ vaste sono le zone dichiarate militarmente chiuse , insieme ad altre ampie aree destinate a fini militari; una trentina di colonie israeliane (illegali secondo il diritto internazionale) occupano buona parte dei terreni rimasti agricoli, mentre le aree assegnate all’Autorita’ Nazionale Palestinese (ANP) sono quelle dei centri abitati: le citta’di Gerico e Tubas con i territori circostanti. Sono cinque le “zone B” (pieno controllo civile palestinese e controllo di sicurezza congiunto israelo-palestinese) di una certa consistenza, se pur piccole, dove le forze di occupazione spingono gli abitanti isolati a trasferirsi, sovraffollandole.

Pochi e piccolissimi agglomerati sparsi, sono oggetto d’incursioni e demolizioni da parte dell’esercito israeliano, distruzioni a cui non sfuggono neanche le altre aree, come e’ accaduto il 19 luglio nei villaggi di Al Farisiya (Tubas), dove sono state demolite 79 strutture (di cui 26 abitazioni) perche’ costruite in zone dichiarate militarmente chiuse da Israele; e di Fasayil al Fouq, sulla cui scuola pendeva un ordine di demolizione (zona B).

Oggi in tutta la parte occidentale della Valle del Giordano vivono all’incirca 56.000 palestinesi, erano piu’ di 300.000 prima della naksah (1967). Questa riduzione non e’ un risultato casuale, ma il frutto della politica attuata dagli occupanti, che ha come ultimo fine, come a Gerusalemme est e nel resto della Cisgiordania, l’espulsione dei palestinesi, con piena convergenza delle pratiche dei coloni e di quelle dell’esercito. La frammentazione del territorio attuata dalle colonie e dalle aree militari, la conseguente politica di “sicurezza”, i cui corollari sono le demolizioni delle case palestinesi, insieme al sequestro delle fonti idriche, sono all’origine dell’assenza totale di prospettive future, di enormi difficolta’ per condurre attivita’ economiche, di inverosimili limitazioni della liberta’ prima fra tutte quella di movimento. Della spinta espulsiva della popolazione palestinese, che e’ poi il vero obiettivo di questa giungla di misure di espropriazioni e vessazioni.

Rendere la vita impossibile e’ infatti la via per attuare un’espulsione o un “trasferimento” in modo “pulito”.

Le autorita’ israeliane hanno il pieno controllo sui servizi e le infrastrutture: strade, scuole, acqua, elettricita’.

L’acqua scarseggia nelle terre lasciate ai palestinesi, a cui e’ impedita dagli occupanti l’utilizzazione anche delle sorgenti, presenti in abbondanza nella zona. Gli israeliani hanno distrutto 162 pozzi e sorvegliano le pozze sorgive affinche’ gli abitanti non le utilizzino, rendendoli dipendenti dai rifornimenti esterni. La Mekorot, compagnia idrica israeliana, controlla il 98% delle acque (il 52% in tutta al West Bank) e offre alla popolazione locale prezzi molto piu’ elevati di quelli che propone ai coloni. Nel distretto di Tuba il consumo di acqua per i circa 48.000 residenti palestinesi, e’ pari a 30 litri al giorno; mentre i coloni del vicino insediamento illegale di Beka’ot (solo 12 km a sud di Tubas) ne consumano 401 litri.

A colpo d’occhio e’ possibile distinguere le aree coltivate dei palestinesi da quelle ad essi sottratte (illegalmente) dalle colonie israeliane, che le coltivano per proprio conto. Le seconde hanno il colore brillante della vegetazione che gode di abbondanti irrigazioni, arse quelle dei palestinesi.

Sul suolo arido, s’innalzano ogni tanto cellette verticali di reti metalliche che imprigionano collettori di tubi per l’ossigenazione dell’acqua, chiuse con lucchetti, le reti in alto si ripiegano all’esterno perche’ non siano scavalcate. Le tubature portano acqua agli insediamenti attraversando in lungo ed in largo tutta la Valle del Giordano.

Obiettivo per i palestinesi che abitano questa terra e’, come nel resto della Cisgiordania, resistere. La loro lotta nonviolenta consiste nel riparare e ricostruire case, rendere minimamente vivibile e coltivabile la terra. Dal 1996 la potenza occupante ha cominciato a demolire le case. Fa parte del modo di resistere il ricostruirle secondo le tecniche e con i materiali tradizionali: fango e paglia che si trovano sul posto. Anche perche’ in molte in area C l’impiego di materiali da costruzione non e’ consentito dalle autorita’ israeliane.

La popolazione che vive fuori dai grandi centri abitativi segue uno stile di vita beduino, abita in tende, nuclei di costruzione molto essenziali o baracche in lamiera contornati da altri piccoli nuclei, spesso tende o baracche per ospitare attivita’ connesse con la vita domestica (cucina, preparazione dei formaggi freschi) o per il ricovero di animali (mucche e cavalli, pecore, galline). L’utilizzo di materiali e tecniche tradizionali per la ricostruzione delle case abbattute, permette di essere autonomi tanto per le materie prime quanto per le tecnologie impiegate e ciascuno puo’ essere in grado di farlo, dopo una breve formazione, di cui si occupa il “Comitato Popolare di Solidarieta’ della Valle del Giordano” (http://www.jordanvalleysolidarity.org) organizzazione di base, nonviolenta, non partitica e non religiosa, attiva da 7 anni, che aiuta la gente a resistere ed a vivere nella Valle del Giordano.

In questo modo si puo’ riedificare ad ogni distruzione e si e’ indipendenti dalle importazioni; inoltre le costruzioni cosi’ realizzate sono adatte al clima, sono economiche ed ecologiche. L’organizzazione di base tende ad accrescere le competenze e capacita’ di tutti in un’orizzontalita’ che non si lascia sedurre da “carriere” in ruoli d’aiuto: ciascuno continua a svolgere anche il proprio consueto lavoro – se puo’- e ad esso aggiunge l’impegno solidale nella ricostruzione di alloggi e nella risoluzioni del problema idrico.

Il permanere delle abitazioni sparse evita il definitivo restringimento degli spazi dei palestinesi alle poche aree assegnate all’Autorita’ Nazionale Palestinese (Anp) di Abu Mazen ed il loro totale accerchiamento in un territorio omogeneamente sotto il controllo esclusivo israeliano. Tuttavia gli abitanti si sentono soli: pochi aiuti stranieri e poche ONG sono attive in “area C”. E’ pericoloso intervenire in queste vaste aree sotto totale controllo israeliano, dove possono risultare “illegali” eventuali azioni in aiuto della popolazione.

L’organizzazione di base che tende ad accrescere le competenze e capacita’ di tutti attraverso pratiche solidaristiche, elaborata dalla societa’ locale come risposta all’occupazione, e’ agli antipodi del gigantismo guidato dall’alto e del dispendio di professionalita’, tecnologie e denaro del progetto internazionale di pompare acqua dal Mar Rosso nel Mar Morto e che mette in allarme la popolazione locale.

Nonostante la parsimonia forzata dei palestinesi nell’uso delle loro acque, il Giordano ne porta quantita’ molto scarse al Mar Morto, il cui livello e’ in pauroso calo. Tuttavia gli abitanti della Valle non sono affatto rassicurati dal progetto internazionale che prevede di arricchirle con quelle del Mar Rosso. I motivi della loro opposizione sono innanzitutto politici ed ambientali: non vogliono che questo progetto serva di fatto a coprire l’occupazione israeliana e la sua distruzione dell’ambiente del Mar Morto, a causa del trasporto delle acque del Giordano nel deserto del Negev per “trasformarlo in un giardino”. Inoltre, essi sono contrari al progetto perche’ questo, realizzato con fondi internazionali, potrebbe porre ipoteche estere sul possesso e controllo del Mar Morto e del Giordano.

S’interrogano infatti su come mai nessun paese o Ong abbia mai cercato di realizzare neanche un serbatoio di 100 mc per la popolazione dei piccoli villaggi, mentre si progetta un intervento tanto costoso e non certo destinato ai locali.

Altro motivo di rifiuto del progetto e’ dato dal fatto che esso condurrebbe ad una sorta di cooperazione con gli occupanti, ritenuta inaccettabile. Inoltre, esso appare privo di logica: la Valle del Giordano e’ tra le regioni piu’ ricche di acque e non meno importante e’ il fatto che il progetto del pompaggio di acque dal Mar Rosso non e’ oggetto

dei negoziati israelo-palestinesi, ne’ ha coinvolto in alcuna misura gli abitanti della Valle.

Con esso si prospetta un controllo totale dell’area che, oltre per l’abbondanza delle acque, e’ strategica perche’costituisce il confine con la Giordania. Il suo controllo significa la riduzione del resto della Cisgiordania in una prigione a cielo aperto suddivisa in tanti ghetti. (Nena News)