Somalia, l’Unione Africana invia altri soldati contro integralisti islamici

L’Unione Africana (UA) ha deciso di rafforzare la missione di peacekeeping Amisom in Somalia composta attualmente da 6mila militari, con l’invio di altri 4mila soldati, di cui 2mila subito. I rinforzi arriveranno per la metà dal blocco dei Paesi del Corno d’Africa aderenti all’Igad -Autorità intergovernativa per lo Sviluppo- che pose la questione qualche settimana fa.

Le regole di ingaggio non cambiano, come aveva invece auspicato l’Uganda, dove l’11 luglio due attacchi terroristici rivendicati da al Shabab fecero almeno 70 morti. Il mandato resta quello di non attaccare per primi. Lo ha ribadito Augustine Mahiga, direttore dell’ufficio politico Onu per la Somalia (Unpos): “C’è grande preoccupazione tra i Paesi africani e c’è bisogno di rinforzi. Le Nazioni Unite forniscono supporto logistico e ci sono Stati pronti a inviare soldati, in particolare gli Stati Uniti, l’Unione europea e l’Algeria. In base alle nostre possibilità, potrebbe avvenire nei prossimi 30-40 giorni”. Intenzione confermata da Washington.

L’assistente del segretario di Stato, Johnnie Carson, ha giudicato positivamente la decisione di inviare rinforzi alla missione Amisom, con mandato Onu, e si è impegnato per un ulteriore sostegno. Dal 2007, riporta il sudafricano ‘Mail&Guardian’, gli Stati Uniti forniscono al contingente supporto logistico, addestramento ed equipaggiamenti per una spesa totale di oltre 176 milioni di dollari (oltre 133 milioni di euro).

Il cambiamento delle regole d’ingaggio resta in agenda nell’Unione africana, ma, ha detto il presidente della commissione Jean Ping, per farlo ci sarebbe bisogno di più equipaggiamenti e risorse. Intanto l’UA ha chiesto ai Paesi occidentali elicotteri militari da impiegare contro i gruppi islamisti, in particolare al Shabab, che controllano quasi tutta la Somalia meridionale e gran parte di Mogadiscio, imponendo la sharia (legge islamica) alla popolazione.

La questione del mandato della missione è stata sollevata anche dal portavoce dell’Amisom, il maggiore Barigye Ba-Huko. Giusto inviare i rinforzi, ma per essere efficaci le regole di ingaggio vanno modificate, ha detto sul sito ‘Voice of America’: “Il limite posto nel 2006 al numero di militari del contingente era 8.000. Con l’invio di rinforzi si raggiunge per la prima volta quel limite”.

Intanto, il fronte dell’Unione Africana e del governo di transizione somalo è minato dalla diffidenza reciproca, secondo un rapporto interno di un esperto militare dell’Igad su cui ha messo le mani l’agenzia ‘Associated Press’ (AP). Nel documento l’esecutivo somalo guidato da Ali Sharmarke è ritenuto “privo di spessore, coerenza e coordinazione”, un intralcio all’efficacia della stessa missione. Inoltre, il documento evidenzia l’insofferenza della popolazione somala per le vittime civili per mano del contingente Amisom che la propaganda degli islamisti definisce invasori.

Per Yusuf Hassan Ibrahim, ministro degli Esteri somalo, è necessario dare sostegno all’esercito che, secondo il rapporto ottenuto dalla ‘AP’, non avrebbe neanche basi.

Secondo David Shinn, ex ambasciatore Usa in Etiopia, l’attuale situazione del Paese non esige una più vasta operazione di peacekeeping. Non funzionerebbe come già accaduto negli anni Novanta per le forze di pace delle Nazioni Unite, sotto la guida statunitense. Dopo quasi tre anni, nel 1995 la missione dovette ritirarsi dal Paese senza aver ottenuto l’obiettivo di stabilizzare la situazione. L’operazione, conosciuta anche con il nome di Restore Hope, si risolse in una guerra contro i miliziani che fece decine di morti sia tra i combattenti sia tra i civili.

Gli ha fatto eco sul ‘New York Times’ Bronwyn Bruton, autrice del rapporto ‘Constructive disengagement’ per l’organizzazione statunitense Council on Foreign Relations. La signora Bruton sostiene che non ci sia una strategia indolore per pacificare la Somalia, ma la cosa migliore sarebbe ritirare le forze di pace e lasciare che il governo di transizione cada, come è ovvio che accadrebbe, e che al Shabab prenda il controllo del Paese. Ci penseranno i clan e la società civile a cacciarli e il risultato sarebbe un governo più stabile, che non ha bisogno del sostegno internazionale per esistere. Una prospettiva che certo non piace agli americani.

NTNN