Red Bull vuola acquistare il Toro, tifosi granata mettono le ali?

L'austriaco Dietrich Mateschitz, proprietario della Red Bull

TORINO – Martedì scorso il general manager della Red Bull Italia, il portoghese Pedro Silva Nunes, è stato a Torino per preparare un dossier che a settembre consegnerà a Dietrich Mateschitz, padrone della multinazionale con sede a Salisburgo. Titolo del dossier: «Possibile acquisto del Toro».

Nunes ha compiuto coi tecnici del Comune un sopralluogo allo stadio Olimpico e al Filadelfia. Ha mangiato una pizza «da Davidone», davanti al Fila, dove ha chiesto di bere una Red Bull, incassando la battuta speranzosa del cameriere («Magari ci comprassero!»), che era ignaro di trovarsi davanti a un importante dirigente del gruppo. Poi Nunes ha incontrato Giuseppe Sbriglio, assessore comunale allo sport, per fare il punto della situazione su stadi e potenziali investimenti. L’incontro, positivo, è stato seguito da un rapido saluto al presidente regionale Cota, che ha dato il suo incoraggiamento. Il referente italiano della Red Bull ha ancora incontrato altre persone legate al Toro e ha raccolto materiale (libri, foto, statistiche e bilanci) per compilare un dossier da consegnare a Mateschitz tra un mese.

Un sogno, ancora tutto da concretizzare, ma un sogno che può mettere letteralmente le ali ai tifosi granata. La Red Bull, multinazionale produttrice dell’omonima bevanda energetica, sta studiando seriamente la possibilità di entrare nel calcio italiano. E per farlo ha individuato nel Toro il veicolo migliore: non solo per una questione di nome, ma per la passione, la storia e la forza dei suoi tifosi. Il progetto è serio, ma la prudenza è d’obbligo quando si parla di Torino.

Meglio non farsi illusioni perché la possibilità della clamorosa accoppiata Red Bull-Toro è legata alla scelta finale del magnate austriaco Mateschitz. Solo lui potrà dare l’ok al progetto che gli verrà presentato nella riunione mondiale della Red Bull. Nunes proporrà al «grande capo» lo sbarco nel mondo del pallone per allargare gli affari nel Belpaese e conquistare nuove fette di mercato. Questo perché la Red Bull crede molto nella pubblicità (il 30% del suo fatturato, che si aggira intorno ai 3 miliardi di euro annui) e nell’unione con lo sport: dopo aver investito in Formula 1 (scuderie Red Bull e Toro Rosso), nelle moto e negli sport estremi, ha aperto al calcio. Il Salisburgo è stata la prima squadra (e Trapattoni l’ha anche allenata), poi si è aggiunto il New York (con l’ingaggio fresco fresco di Henry) e due squadre satellite in Ghana e Brasile.

L’accostamento della Red Bull al Toro era già trapelato due mesi fa, ma non aveva mai trovato conferea. Nel dubbio, migliaia di tifosi avevano spedito email di incoraggiamento al sito dell’azienda. La «corte virtuale» non è passata inosservata e ha ulteriormente stimolato nel conoscere la realtà Toro. Di tutto questo il presidente granata Urbano Cairo ovviamente non sa ancora nulla, perché non c’è stata nessuna offerta e nessun contatto: il progetto della Red Bull è ancora tutto da completare e soprattutto senza l’ok della casa madre austriaca, nulla si farà. «Non succede, ma se succede», già canta qualcuno.

LaStampa