Psicologia, Università di Chicago: Lavorare rende felici

Ecco la classica notizia che farà storcere la bocca a molti: lavorare rende felici? Ma stiamo scherzando? Eppure secondo la scienza è così che stanno le cose: più si lavora, meglio si sta, e non solo dal punto di vista economico. La gaiezza che un’agenda fitta di impegni regala è diversa da quella che si prova quando si va in vacanza, è una gioia pacata che nasce dalla soddisfazione quotidiana, ma non necessariamente è meno utile o piacevole. Anzi, è questo il carburante di cui ha bisogno l’essere umano, l’unico “animale creatore” che, come scriveva Nietzsche, per essere felice deve ricostruire se stesso ogni giorno.

Le teorie del filosofo tedesco hanno trovato conferma in uno studio dell’università di Chicago pubblicato su Psychological Science, secondo il quale una vita di impegni, lavoro e responsabilità mette il cervello al riparo da depressione, angoscia, rabbia e apatia. Ne sanno qualcosa gli ex lavoratori che dopo aver perso il posto sprofondano in un buco nero o i pensionati che dopo una vita di lavoro continuano a svegliarsi con la voglia di andare in ufficio. Il malessere di queste persone, secondo lo psicologo comportamentale Christopher Christopher Hsee che ha condotto lo studio, non nasce solo da problemi di ordine pratico ma neurologico. Ritrovarsi di colpo senza impegni “svuota” letteralmente il loro cervello, lasciando via libera ai pensieri negativi.

Hsee e colleghi hanno analizzato le reazioni di 98 studenti ai quali era stato chiesto di completare due questionari a distanza di 15 minuti l’uno dall’altro. Per ottenere il secondo elenco di quesiti i volontari avevano due opzioni: o farselo consegnare direttamente a mano, o andarlo a prendere in un altro ufficio. Naturalmente, il 68% di loro ha scelto l’opzione “pigra” e gli scienziati hanno poi verificato che coloro che invece avevano scelto di fare due passi erano anche quelli che, stando alle risposte del questionario, si dichiaravano più felici. La conclusione di Hsee è che chi vive in modo più attivo e preferisce fare una cosa piuttosto che non farla, è anche più soddisfatto della propria vita.

Una teoria simile a quella emersa anni fa da un altro studio, iniziato da un gruppo di antropologi, psicologi e neuroscienziati dell’Harvard Study of Adult Development nel 1937 e proseguito fino al 2009. La maxi-ricerca ha preso in esame 268 matricole di sesso maschile del prestigioso ateneo, monitorandone l’evoluzione fisiologica e psichica nel corso degli anni. I dati raccolti hanno dimostrato che è più felice chi riesce ad adattarsi, indipendentemente da ciò che gli capita lungo il cammino. Nell’adattamento sta il segreto di una buona vita, e quindi anche nella volontà di andare a lavoro ogni giorno, magari rinunciando alle ferie per stare con i figli o i genitori. L’importante è non perdersi, avere le idee chiare, mettere a frutto quelli che Anna Freud, figlia di Sigmund, aveva battezzato “meccanismi di difesa”, riempiendo la quotidianità con una concquista al giorno. Seguendo una tecnica simile, il British Household Panel Survey, nel 2003, è arrivato alla conclusione che gioventù non equivale affatto a contentezza, e questo proprio perché da giovani non si lavora, o comunque si ha molto più tempo libero a disposizione.

“L’iperattività – spiega lo psichiatra Alessandro Meluzzi – produce l’eustress, letteralmente il “giusto stress”, una sindrome di adattamento a qualsiasi evento perturbatore dell’equilibrio di un organismo. Questa reazione è molto importante, perché l’essere umano ha bisogno di vivere concentrato sul presente: avere molto tempo libero spinge a pensare al passato e al futuro, e a vivere rispettivamente nella nostalgia o nell’angoscia. Il lavoro ci costringe a vivere giorno per giorno, ed è questo il segreto della felicità”.

Lo psicologo e saggista Martin Seligman, direttore del Centro di psicologia positiva dell’università della Pennsylvania, ha escogitato una batteria di esercizi per incrementare la felicità, finendo col delineare una “science of happiness” che ha nell’autostima, nella cortesia e soprattutto nel lavoro duro i suoi punti cardine. Secondo Seligman, considerato il fondatore della psicologia positiva, per curare la società bisogna occuparsi prima delle persone sane e poi di quelle malate. E a quanto pare la medicina più efficace starebbe proprio in quel cartellino che ogni giorno siamo costretti a timbrare.

Repubblica.it