Aisha a 18 anni mutilata dai talebani, compare sulla copertina del Time


Ci sono parole che non potranno mai avere la stessa forza ed efficacia di un’immagine dura e cruda sbattutta in prima pagina.

Una foto con un titolo semplice e diretto vale più di tante inutili frasi che spesso diventano retoriche ed insignificanti.

Esse ristagnano sulla superficie senza andare oltre, mentre un’immagine in primo piano come quella di Aisha, scava nel profondo delle coscienze, tocca il cuore e l’animo della gente.

La faccia di Aisha messa così, senza alcuna censura fotografica, sulla copertina del Time è un pugno dritto alla bocca dello stomaco, uno schiaffo violento in pieno volto per tutti i lettori.

Quegli occhi tristi e il volto deturpato spiegano molte più cose di interminabili quanto sterili discussioni che non portano a nulla di concreto, soprattutto riguardo ad un tema estremamente delicato come quello della situazione delle donne in Afghanistan.

Il 9 agosto esce in edicola il prossimo numero del Time che racconta la storia di Aisha, e di altre donne afghane, la cui sopravvivenza è legata al successo della missione internazionale in Afghanistan.

Il noto settimanale americano chiede cosa succederebbe, in particolare alle donne, se le truppe lasciassero il paese e pubblica in copertina l’immagine a dir poco shockante di Aisha, 18 anni, mutilata dai Talebani.

Le hanno tagliato il naso e le orecchie, e poi l’hanno abbandonata tra le montagne della sua terra, credendo che non avrebbe avuto scampo e che sarebbe morta dissanguata.

Invece è riuscita a salvarsi miracolosamente grazie al soccorso di alcuni militari. Qual’è stata la sua colpa per aver dovuto subire una tale atrocità?

La giovane ragazza aveva deciso di fuggire da suo marito e dai suoi suoceri che quotidianamente la picchiavano e la insultavano, tenendola relegata in casa a serva, umiliata dall’intera famiglia a svolgere lavori faticosi e degradanti.

Abusata, sfruttata, percossa; la vita di Aisha a soli 18 anni era già un Inferno tanto che il pensiero di togliersi la vita era diventato sempre più forte nella sua mente.

La sua colpa, è di aver tentato la fuga nella disperata speranza di trovare uno spiraglio in quella coltre nera che era diventata la sua vita. Il desiderio di libertà si è però ben presto trasformato in una condanna a morte.

Una volta catturata, Aisha è stata poi portata al cospetto del capo-villaggio talebano, che dopo aver consultato attentamente le regole tribali di quel popolo lontano anni luce dalla civiltà, l’ ha giudicata colpevole di essere scappata al marito e di averlo rifiutato.

La punizione è stata quella della mutilazione, cosicchè chiunque l’avesse vista avrebbe capito immediatamente della vergogna di cui s’era macchiata ed inoltre il suo volto deturpato l’avrebbe resa inavvicinabile per qualunque altro uomo.

Aisha ha raccontato, ancora visibilmente sotto shock, che mentre il cognato le teneva ferma la testa, il marito la sfregiava, senza impietosirsi nemmeno per un attimo nonostante le suppliche e le grida.

La terribile esperienza di questa giovane afghana non è altro che un esempio di tutto ciò che accade in quella terra abbandonata da Dio e intrisa di sangue e di lacrime di dolore.

Basterebbe questo a spiegare perché è ancora necessario rimanere laggiù. Ritirare le truppe dall’Afghanistan equivale praticamente a lasciare l’intero paese nelle mani lerce dei talebani e di condannare a morte milioni di altre donne come Aisha.

Per chi ancora non lo sapesse, le donne in quel luogo di morte sono trattate peggio delle bestie. Non hanno alcun diritto, non possono uscire di casa se non accompagnate da un componente maschile della propria famiglia.

Non possono truccarsi e per chi mette lo smalto è prevista l’amputazione delle dita. Non possono stare senza il burqa che rappresenta una vera e propria tortura medievale.

Il burqa è lo strumento più infimo creato dai taleban, viene imposto a tutte le donne dandogli una motivazione religiosa. In realtà è lo strumento di repressione per eccellenza.

Il burqa copre totalmente le donne dalla testa alle caviglie, neanche gli occhi lascia intravedere, nascosti, come sono, dietro una fitta retina. Le donne fin dalla pubertà sono costrette a vedere il mondo dietro una retina e a muoversi intrappolate da quel pesante tessuto.

Il burqa porta all’azzeramento totale della persona. Passeggiando per le strade di Kabul si vedono tanti “fantasmi” scivolare silenziosi sul suolo arido e polveroso; sono le donne in burqa, le donne-fantasma.

E’ vomitevole che davanti a tutto questo, ci siano ancora delle persone che giustificano tali angherie e sopprusi, riducendo tutto ad un discorso religioso e culturale.

Nessun credo religioso o usanza popolare può giustificare il trattamento disumano riservato a quelle povere donne.

Inviterei quelle persone che spingono a far andare via i soldati e a lasciare che quelle popolazioni se la sbrighino da soli, di andare lì di persona e passare qualche giorno in quell’incubo, dove non c’è libertà di stampa e di pensiero, dove c’è la privazione di ogni diritto.

A quelle persone ricorderei che anche noi italiani, nella Seconda Guerra Mondiale, siamo stati liberati dalle truppe americane, e che senza il loro intervento saremmo stati spacciati.

La guerra in Afghanistan, è sicuramente dura, difficile, drammatica. Molti (troppi) i soldati morti in quelle lande desolate. Ma è una guerra necessaria, è una guerra per la civilità.

Non si possono ignorare le storie orrende come quella che ha avuto come protagonista la giovane Aisha. Bisogna continuare la battaglia contro i talebani, contro i terroristi per riportare la normalità in un paese che ormai di normale non ha più nulla.

Fabio Porretta