MESSICO / Ciudad Juarez, il potere dei narcos sull’informazione: nel 2010 uccisi nove giornalisti

MESSICO – In Messico sono stati uccisi 29 giornalisti negli ultimi 10 anni, nove solo nel 2010. La Procura generale della Repubblica ha stimato che dal 2006 al 2009 sono stati registrati 74 casi di intimidazione a professionisti dell’informazione. L’ultimo in ordine di tempo ieri alla redazione del quotidiano ‘El Debate de Mazatlan’, nello Stato di Sinaloa, che già aveva ricevuto telefonate minatorie. Un commando ha sparato contro la porta d’ingesso della redazione. Nessuna vittima, ma la paura ormai ha preso tutti.

Il prezzo pagato dal mondo dell’informazione è sempre più alto e la pressione del crimine organizzato sulla libertà di espressione è schiacciante. I mezzi di comunicazione rischiano di diventare strumenti di propaganda dei narcotrafficanti. Fare informazione in questo contesto significa mettere sul piatto della bilancia anche la vita. Lo ha raccontato a NTNN Marcela Turati, giornalista della rivista ‘Proceso’ e fondatrice della ‘Red de Periodistas de a pie’.

Qual è il rapporto tra il mondo dell’informazione e il crimine organizzato?

“In alcune zone del Paese i giornalisti non possono informare, si autocensurano per paura o perché minacciati dalle gang criminali. In altre zone si può informare, ma non si possono fare nomi. Spesso sono governo e autorità locali a dare poche informazioni perché temono che le notizie sulla mattanza perpetrata dai narcotrafficanti possano compromettere gli interessi del Messico nei rapporti con il mondo esterno. Altre volte sono direttamente i cartelli a imporre che cosa devono dire giornali e televisioni”.

I criminali hanno contatti diretti con le redazioni?

“Ormai i narcotrafficanti sono organizzati come veri e propri uffici stampa. Hanno una strategia comunicativa e hanno i soldi per comprare tutti, anche i giornalisti. All’interno delle redazioni sono sempre più comuni i narco-periodistas. Sono giornalisti al soldo dei cartelli, che fanno da talpe. Vigilano sui movimenti dei loro colleghi e le gang li contattano per dirgli quello che si può o non si può pubblicare. In alcuni casi sono criminali che si sono avvicinati al giornalismo, in altri si tratta di professionisti che si sono venduti spontaneamente o perché minacciati. Sono loro che curano le relazioni pubbliche dei narcotrafficanti”.

Come funzionano questi contatti?

“I membri delle gang chiamano le redazioni o i loro narco-periodistas e gli dicono che in una certa strada c’è un cadavere e gli ordinano di pubblicare la foto del morto il giorno seguente in prima pagina. È la strategia del terrore ed è anche un modo per mandare messaggi alle bande rivali. Solo che a volte due cartelli nemici chiamano la stessa redazione dando ordini opposti e i giornalisti si trovano tra due fuochi”.

Ma c’è qualcuno che trova la forza di reagire?

“Qualche settimana fa il giornale ‘El Diario’ pubblicò un editoriale dal titolo ‘Che cosa volete da noi?’. Un’iniziativa disperata, provocatoria allo stesso tempo, con cui di fatto si chiedeva una tregua: pochi giorni prima era stato assassinato un secondo giornalista della redazione di Ciudad Juárez. E’ lo specchio di quello che sente la gente esasperata, è stato un modo per rendere visibile la sofferenza e denunciare quello che succede a Ciudad Juárez, dove nel 2009 sono state ammazzate 2.600 persone, dove ci sono 10mila orfani e dove il 40 per cento degli imprenditori paga il pizzo. In due anni 230mila persone hanno abbandonato quella che è considerata la città più pericolosa al mondo. In altre zone del Paese, le redazioni si stanno organizzando, facendo fronte comune, per garantirsi la sicurezza. Ma neanche noi eravamo preparati a questa ondata di violenza”.

Che risposte avete avuto dal governo?

“Il governo non ha preso alcuna iniziativa e anzi ha criticato ‘El Diario’ perché ha detto che non si può trattare con i narcos. Secondo il governo non si dovrebbe parlare tanto della mattanza del narcotraffico perché si dà una cattiva immagine del Paese e i media distorcono la realtà dando una percezione sbagliata di ciò che avviene. Il messaggio che si vuole fare passare è che la violenza non è poi così diffusa e, soprattutto, non è circoscritta al Messico, ma si ritrova in molti altri Paesi, compresi gli Stati Uniti”.

La popolazione si sente abbandonata?

“La gente sta cercando di organizzarsi. Molte famiglie delle vittime si sono unite per portare avanti la loro battaglia per la verità e perché i responsabili siano puniti. Finora il governo ha risolto solo il 3 per cento dei casi di omicidio avvenuti a Ciudad Juárez. Anche le famiglie dei desaparecidos si sono organizzate per chiedere giustizia. La società comincia a vigilare sull’operato del governo e dei militari e si sta creando una rete spontanea di sostegno. Ci sono molti gruppi di psicologi che in maniera autonoma hanno deciso di lavorare con i familiari delle vittime per aiutarli a superare il dolore, mentre alcuni sacerdoti sono impegnati nella protezione dei migranti e cercano di riscattare quelli che sono stati sequestrati dalle bande di criminali”.

Come si è arrivati a questo punto?

“L’inizio della campagna contro il narcotraffico lanciata nel 2006 dal presidente Felipe Calderón è coincisa con le divisioni interne del cartello di Sinaloa e con la scissione dei Los Zetas dal cartello del Golfo. Quindi con l’arrivo dell’esercito si è scatenata una guerra di tutti contro tutti. I capi dei narcotrafficanti hanno cominciato a lottare tra di loro per la supremazia e per la successione e, dal canto suo, l’esercito ha commesso molte leggerezze ed errori, per esempio ha ucciso diverse persone che non si sono fermate ai posti di blocco. Questo non fa altro che alimentare la violenza”.

Secondo lei come si può uscire da questa situazione?

“Molta gente pensa che l’unico modo per risolvere la situazione sia cambiare strategia. A quella militare, che è risultata fallimentare, bisogna sostituirne una che colpisca l’aspetto economico e politico delle organizzazioni criminali. Serve un’azione che colpisca le infrastrutture e la logistica, i santuari e i percorsi della droga. La forza militare può contribuire con la sua presenza, ma non può essere lo strumento principale della lotta al narcotraffico”.

NTNN