NEIL YOUNG / Le Noise, nuovo disco del musicista rock canadese: amore e guerra nelle sue canzoni

NEIL YOUNG – Un nuovo disco del musicista canadese: otto canzoni di suoni delicati e ruvidi, immacolati e sporchi, sovrani e perdenti. Sono un mischiarsi di opposti che si bilancia in un equilibrio degno di una composizione pittorica. Otto tracce solcate da un’esigenza viva e percepibile fin dal primo ascolto: quella di fare qualcosa di veramente nuovo rimanendo fedeli a se stessi.

Solo, come più gli piace restare, Neil Young è tornato. Soltanto lui e la sua chitarra suonano in questo disco assoluto e fragile, Le Noise, prodotto con una finezza magistrale da Daniel Lanois, già U2, Bob Dylan, Peter Gabriel, Brian Eno. Sono otto canzoni di suoni delicati e ruvidi, immacolati e sporchi, sovrani e perdenti. Sono un mischiarsi di opposti che si bilancia in un equilibrio degno di una composizione pittorica. Otto tracce solcate da un’esigenza viva e percepibile fin dal primo ascolto: quella di fare qualcosa di veramente nuovo rimanendo fedeli a se stessi. La cosa più difficile del mondo.

Solo, lui e il suo cappello da cowboy, l’artista canadese è entrato in studio senza sapere esattamente cosa avrebbe fatto. Un disco folk, pensava vagamente. Lanois invece aveva le idee molto più chiare. Gli ha messo in mano una chitarra speciale, costruita apposta per lui. Non sei semplici corde, ma uno strumento capace di emettere più strati di suoni, risultato di anni e anni di studio nella tranquillità di casa sua. Il resto è più o meno venuto da sé. «Ha preso quello strumento che conteneva davvero tutto – racconta Lanois – un suono acustico, elettronico e di basso, e ha capito, non appena ha iniziato a suonarlo, che stavamo per portare le potenzialità della chitarra acustica a un nuovo livello. È difficile arrivare a realizzare un nuovo suono dopo cinquant’anni di rock’n’roll, ma penso che ce l’abbiamo fatta».

«Rock ‘n roll can never die, il rock ‘n roll non può morire» cantava Young nel 1979. Sapendo, da musicista posseduto quale è, che il rock all’essenza è un’attitudine: non una posa. Quindi rimane sempre, nonostante il mutare dei tempi. E lui, in continua ricerca di qualcosa capace di soddisfare la sua ansia creativa, è rimasto fedele a quell’enunciato. Azzeccando alcune mosse, sbagliandone altre: com’è normale che accada. «Questo – ha confessato – è il suono di chitarra più eccitante che io abbia mai prodotto». «Doveva essere un semplice disco acustico, poi Lanois mi ha lasciato da solo in una stanza con quella chitarra e tutto è cambiato». Quello che è successo, spiega Lanois in un’intervista, è «che potremmo aver reinventato il rock ‘n roll a un certo grado. Avere solo una persona e ottenere tutta questa potenza nella registrazione: ehi, è qualcosa!». In ogni caso «è la direzione opposta a quella che le altre persone stanno prendendo» racconta ancora Lanois. «La maggior parte delle produzioni rock mettono sempre più cose nella registrazione, comprimono di più ed equalizzano di più. Noi siamo andati nella direzione opposta. Abbiamo deciso di rappresentare il paesaggio, in modo che puoi vedere quale sia il centro».

Nel fondo emotivo del disco c’è un periodo sfortunato sia per Neil Young sia per Daniel Lanois. Il primo ha perso nel giro di pochi mesi un amico regista, Larry Johnson, e poi un membro storico della sua band, Ben Keith. Il secondo è stato vittima di un brutto incidente stradale, rischiando di perderla lui stesso, la vita. È successo mentre tornava a casa in moto. Ha evitato bruscamente una macchina che gli veniva addosso ed è finito sulla cabina dell’elettricità a bordo della carreggiata. Schizzando a quasi cento metri dal luogo dell’impatto. «Il mio incidente, la perdita degli amici: tutto è finito nel disco», dice Lanois. Spiegando che «fare un album non è qualcosa di lontano dalla realtà». Il lavoro che è venuto fuori però è avvolto dentro un’atmosfera spirituale, quasi mistica. Sembra osservare una legge del contrappasso. Più la realtà è dura e segnante, più il disco prova a elevarsi. S’inspessisce di significati, s’ingrossa d’intimità, tocca corde complicate e sottili, anche con durezza.

Amore e guerra

«Questo album ha molto a che fare con l’amore – dice Young -. L’amore è quasi in ogni canzone». Ma quando si tratta di capire cosa Young intenda esattamente per amore tutto diventa più confuso. In Love and War, il pezzo più seducente dell’album, ammette: «Quando canto di amore e di guerra, non so esattamente cosa dico». Quanto alla guerra, invece, che nella canzone fa da contrappunto all’amore, spiega: «Sembra che faccia parte della condizione umana fare guerre in continuazione. Ho le mie opinioni a riguardo ma non sono convinto siano corrette». L’unica cosa che rimane certa, allora, è il dolore sordo che procura la morte sul fronte: «Hanno provato a dirglielo, hanno provato a spiegarglielo, perché Papà non tornerà più a casa», canta la voce rugosa di Young. E poco importa la religione a cui una persona appartiene: in fondo, nella sofferenza, gli esseri umani sono tutti uguali: «Pregano Allah e pregano il Signore – borbotta la voce di Young nella strofa – ma per la maggior parte le loro preghiere sono sull’amore e la guerra».

C’è anche spazio per canzoni più personali, in questo disco. Hitchiker è una confessione di smarrimento. Il racconto nudo di quando Neil passava da una droga all’altra senza arrivare mai a niente. «Quando ho provato l’hashish, ne ho fumato un po’ e l’ho fatto ancora, e ancora una volta», canta. Per approdare poi a un altro luogo dello stordimento, «le anfetamine». Ma a quel punto la notte ha preso a non finire mai, la luce del neon era sempre accesa. L’insonnia aveva sostituito il piacere. La fragilità si era spogliata completamente. E al posto dello spacciatore sotto casa, Neil andava dal medico che gli ordinava d’inghiottire «valium». Ma nonostante ciò «non riuscivo a chiudere occhio, non riuscivo a chiudere occhio», mugugna dolorante al microfono. E conclude, senza lieto fine, mostrando le sue cicatrici: «Ho cercato di lasciarmi indietro il mio passato ma lui mi raggiunge sempre».

Eppure Neil Young è stato il cantante che quando l’eroina andava per la maggiore ha avvertito tutti con la sua bellissima The needle and the damage done, inclusa nell’album capolavoro Harvest: «Canto questa canzone perché amo l’uomo, so che qualcuno di voi non lo capisce… Ho visto l’ago e il danno compiuto, un po di questo è in ognuno, ma ogni drogato è come un sole che tramonta». Sempre contrario al risvolto autodistruttivo presente nell’edonismo degli anni Settanta, ne è stato da una parte spettatore ferito, vedendo morire molti dei suoi amici. Dall’altra è stato vittima anch’egli di quello spirito, pagandone un prezzo alto, ma maturando una capacità forse ineguagliabile di guardarci dentro, quel vuoto, e di cantarlo. Come quando compose la bellissima Sleeps with angels, in onore di Kurt Cobain, il più rivoluzionario musicista rock degli ultimi vent’anni. L’inventore del grunge, il cantante dei Nirvana. Morto nel suo appartamento. Suicida.

A lui era legato da una ammirazione musicale sincera nonché dalla capacità di capire che quel ragazzo biondo dagli occhi azzurri stava imprimendo alla musica una innovazione definitiva. Cosa ancora più importante se si pensa che la rivoluzione grunge si realizzava proprio contro il rock classico, di cui Young era un interprete affatto secondario. E lui, invece di chiudersi nel suo recinto, si mise in gioco. Fino ad arrivare al punto di ringraziare Kurt Cobain per avergli ridato l’ispirazione. Questa capacità di vedere l’altro da sé e di dargli spazio, in realtà, è una costante. Fu proprio lui a chiamare negli anni Novanta i Sonic Youth per aprire i suoi concerti. Per non parlare della collaborazione con i Pearl Jam, la band più classicamente rock di tutto il movimento grunge, con cui fece addirittura un intero disco, Mirror Ball.

Questo per dire che Neil Young appartiene alla categoria di quelli che sanno che il rock non è una posa: ma l’intenzione del cambiamento. Obiettivo che lui ha perseguito per tutta la carriera. Anche in quest’ultimo, delizioso disco.

Fonte: Terranews.it