KASHMIR / India-Pakistan, una polveriera nel cuore dell’Asia

KASHMIR – Mentre gli Stati Uniti cercano di definire una “exit strategy” in Afghanistan, ed intensificano gli attacchi nelle regioni tribali del Pakistan mettendo a rischio il loro già contrastato rapporto con Islamabad, a est dell’area di crisi ormai universalmente nota come “Af-Pak” un’altra potenziale fonte di instabilità si è insistentemente riproposta all’attenzione (finora alquanto svogliata) dei media internazionali: la recrudescenza della ribellione nel Kashmir indiano.

Alcuni incidenti avvenuti lo scorso giugno tra la popolazione locale e le forze di sicurezza indiane hanno fatto scoccare la scintilla della protesta, che è dilagata negli ultimi quattro mesi. La reazione dura e scomposta della pessimamente addestrata Central Reserve Police Force (CRPF) indiana, che ha portato all’uccisione di più di un centinaio di civili, non ha fatto altro che far infuriare ulteriormente la popolazione, alimentando ancor di più i disordini.

Paradossalmente, uno degli episodi che sono stati maggiormente divulgati dai mezzi di informazione occidentali – le rabbiose manifestazioni di condanna scoppiate nella regione in conseguenza degli appelli a bruciare il Corano pronunciati dal reverendo Terry Jones negli Stati Uniti – pur avendo portato alla morte di una ventina di persone negli scontri con le forze di sicurezza indiane, rappresenta una vicenda alquanto marginale nel contenzioso tra la maggioranza sunnita della valle del Kashmir ed il governo centrale indiano.

Le manifestazioni contro la possibile profanazione del Corano sono scoppiate infatti in gran parte nelle aree sciite del Kashmir, che non avevano invece preso parte alle precedenti proteste, e sono state il risultato dei reportage trasmessi nella regione dal canale satellitare iraniano “Press TV” (le autorità indiane hanno successivamente oscurato il canale iraniano, e ciò ha provocato uno “screzio” tra Teheran e Nuova Delhi).

Questo episodio, che dunque ha un ruolo secondario nella storia delle rivendicazioni kashmire nei confronti dell’India, è però emblematico sotto due punti di vista: innanzitutto conferma come nel mondo di oggi questioni globali possano influenzare situazioni locali, e viceversa come queste ultime possano avere un impatto a livello globale. (Da questa osservazione segue dunque che anche la questione locale del Kashmir può avere importanti ripercussioni regionali e globali, soprattutto in virtù dell’importanza che essa riveste nell’ambito del contrastato rapporto indo-pakistano).

In secondo luogo, tale episodio apre uno scorcio sulla complessità etnica e confessionale che caratterizza la regione del Kashmir – una complessità di cui è necessario tener conto per comprendere la storia di questa regione e per trovare una soluzione ai problemi che l’attanagliano.

Il Principato del Jammu e Kashmir, conteso tra India e Pakistan al momento della partizione avvenuta nel 1947, era uno stato privo di un’identità univoca, abitato da musulmani, da indù e da sikh, oltre che da popolazioni di religione buddista, culturalmente ed etnicamente tibetane.

La guerra del 1947-48 tra India e Pakistan portò alla spartizione del Principato: un cessate il fuoco sotto gli auspici dell’ONU fu raggiunto mentre il Pakistan controllava le attuali regioni dell’Azad Kashmir e del Gilgit-Baltistan (quest’ultima nota in Occidente soprattutto in quanto meta di coloro che vogliono compiere la scalata al K2, la seconda montagna più alta del mondo), mentre l’India aveva il controllo sull’attuale stato del Jammu e Kashmir (pari ai tre quinti del territorio complessivo dell’ex Principato).

La risoluzione 47 dell’ONU prevedeva che il Pakistan ritirasse tutte le proprie truppe e milizie dalla regione, che l’India riducesse al minimo la propria presenza militare, e che la popolazione decidesse tramite un referendum a quale dei due paesi aderire.

Ma questo referendum non ha mai avuto luogo. La regione contesa fu all’origine di altre due guerre fra India e Pakistan, nel 1965 e nel 1999, in entrambi i casi a seguito di tentativi pakistani di infiltrare proprie forze oltre la linea del cessate il fuoco. Nel corso di oltre sessant’anni, i due paesi hanno continuato a fronteggiarsi lungo questo confine, formalizzato come confine ‘di fatto’ (la cosiddetta “Linea di Controllo”) da un accordo del 1972.

A partire dagli anni ’90, l’India cominciò a costruire una barriera di separazione, elettrificata e dotata di sofisticati sensori, lungo 550 dei 740 km della Linea di Controllo. Quest’ultima termina a nord nei pressi del ghiacciaio Siachen, ad oltre 5.000 metri di altitudine, dove l’esercito indiano e quello pakistano si sono confrontati a partire dal 1984 (il ghiacciaio è stato definito il campo di battaglia più alto del mondo).

Negli anni, l’India ha inviato migliaia di soldati in Kashmir, rendendo la regione una delle zone più militarizzate del mondo (attualmente le stime parlano di un numero compreso fra i 600.000 ed i 700.000 uomini). La sistematica “manipolazione” delle elezioni locali, l’imposizione di uno stato di polizia, e l’applicazione di un errato modello di sviluppo hanno contribuito ad aggravare la situazione nella regione.

Nel 1987, l’ennesimo svolgimento di elezioni truccate portò ad una sollevazione popolare. Negli anni successivi, la protesta popolare kashmira si trasformò progressivamente in una rivolta armata caratterizzata dal ricorso a metodi terroristici.

Tale trasformazione fu una conseguenza delle politiche adottate dai militari pakistani e dall’ISI (Inter-Services Intelligence), il servizio segreto pakistano, i quali promossero la costituzione di gruppi militanti islamici che addestravano guerriglieri per poi mandarli a combattere il jihad contro l’India.

Queste politiche pakistane – incentrate sull’impiego di gruppi estremisti come strumenti di politica estera – a loro volta trassero la loro origine dalle scelte del dittatore Zia ul-Haq (che fu alla guida del Pakistan tra il 1978 ed il 1988), il quale per legittimare il proprio potere aveva intrapreso una campagna di islamizzazione della società pakistana, e si era lanciato – con il sostegno degli Stati Uniti – nella guerra afghana contro i sovietici puntando sulla militanza religiosa per combattere il comunismo.

All’inizio degli anni ’90, quando i sovietici erano ormai stati scacciati dall’Afghanistan, e lo stesso blocco comunista era crollato e non rappresentava più alcun problema per Washington, gli Stati Uniti furono sul punto di dichiarare il Pakistan uno stato protettore del terrorismo, dato che i guerriglieri che colpivano nel Kashmir indiano avevano le loro basi in Pakistan. Ciò spinse Islamabad a spostare queste basi in Afghanistan, sotto la protezione dei Talebani.

La dura reazione indiana per contrastare la guerriglia kashmira negli anni ’90 causò almeno 70-80.000 morti fra la popolazione kashmira. Un’intera generazione crebbe in un clima di repressione e di violenza. Questo periodo culminò con la guerra del 1999, la cosiddetta “guerra di Kargil” fra India e Pakistan, due paesi che avevano acquisito lo status di potenze nucleari l’anno precedente.

Dopo il 2001, le pressioni USA nei confronti del Pakistan obbligarono quest’ultimo a ridimensionare il proprio appoggio ai gruppi militanti che operavano nel Kashmir indiano.

Nel 2003 l’allora primo ministro indiano Atal Bihari Vajpayee, invocò un miglioramento delle relazioni con il Pakistan ed un approccio pacifico al conflitto del Kashmir. Un anno dopo, ebbero inizio i colloqui tra il governo indiano e l’All Parties Hurriyat Conference, che riunisce alcuni dei principali gruppi separatisti kashmiri.

Verso la fine del 2008, mentre si consumavano gli attacchi terroristici di Mumbai (di cui fu accusato il gruppo militante Lashkar-e-Taiba, uno dei principali gruppi pakistani che alimentarono l’insurrezione in Kashmir a cavallo del 2000), i kashmiri si recarono in massa alle urne (l’affluenza arrivò al 68%) per eleggere il nuovo governo regionale, nel corso di una consultazione elettorale finalmente libera dalle pressioni del governo centrale di Delhi, alimentando così le speranze in una progressiva normalizzazione del Kashmir.

Le proteste di massa della seconda metà del 2010 rappresentano dunque il crollo di quelle speranze, e la fine del periodo di distensione apertosi nel 2003.

Numerosi analisti ritengono che grosse responsabilità ricadano sul governo di Delhi, che in questi anni non è stato in grado di ricucire il rapporto con la maggioranza musulmana che abita la valle del Kashmir.

La brutale reazione delle forze di sicurezza indiane, il durissimo coprifuoco imposto sulla regione, e l’indecisione del governo centrale (che solo in settembre ha inviato una delegazione di parlamentari in Kashmir, ed ha approntato un pacchetto di proposte, peraltro rifiutato dai principali gruppi separatisti kashmiri) si sono rivelati del tutto inadeguati a rispondere ad una protesta di massa che si differenzia nettamente da quella degli anni ’90.

Infatti, sebbene i politici di Delhi abbiano ancora una volta accusato in primo luogo il Pakistan di fomentare i disordini in Kashmir, le manifestazioni popolari attualmente in corso nella regione – a detta di tutti gli osservatori – non sono “ispirate” o alimentate dall’esterno, ma sono il risultato dell’insoddisfazione di una generazione che è stanca della disoccupazione, delle promesse di sviluppo non mantenute, e soprattutto dei soprusi e delle quotidiane umiliazioni che le vengono inflitte dalle forze di sicurezza indiane.

Invece di imbracciare i kalashnikov, come i loro predecessori negli anni ’90, questi giovani marciano scandendo slogan e lanciando pietre, ed amano paragonare la loro protesta alla prima Intifada palestinese, che fu per l’appunto una rivolta di massa, non armata.

Molti dei manifestanti non chiedono più, come una volta, l’annessione al Pakistan, ma l’indipendenza. Un sondaggio della Chatham House di Londra, risalente alla primavera scorsa, indica che una quota compresa fra il 74 ed il 95% dei residenti della valle del Kashmir (ovvero della regione a maggioranza musulmana dello stato indiano del Jammu e Kashmir) in un eventuale referendum voterebbe a favore dell’indipendenza.

La situazione è tuttavia complessa. L’attuale protesta è infatti portata avanti essenzialmente dalla componente musulmana sunnita del Jammu e Kashmir. Fra le altre componenti etniche e confessionali di questo stato indiano il sostegno all’indipendenza cala drammaticamente.

E’ dunque opinione prevalente, fra gli analisti, che un dialogo per risolvere la questione del Kashmir dovrebbe avvenire a più livelli: a livello bilaterale, fra India e Pakistan; a livello nazionale, fra il governo centrale indiano, il governo regionale ed i rappresentanti della società civile del Jammu e Kashmir; ed a livello interetnico ed interconfessionale, tra le varie componenti che abitano le tre regioni principali del Jammu e Kashmir (Kashmir, Jammu, e Ladakh).

Non bisogna poi dimenticare che esiste un movimento separatista anche nelle regioni kashmire attualmente sotto il controllo del Pakistan, che proprio in questi giorni sta cercando di organizzare delle forme di protesta analoghe a quelle in corso nel Kashmir indiano.

Alla luce di queste complessità, l’indipendenza dell’intera regione del Kashmir (sia indiano che pakistano), o addirittura una sua totale annessione al Pakistan, potrebbero non essere vie percorribili, poiché rischiano di provocare nuovi sconvolgimenti locali e regionali.

Un’altra via potrebbe essere quella del riconoscimento di una reale autonomia di queste regioni all’interno degli stati attuali. Ma perché ciò possa avvenire, è indispensabile che questi ultimi collaborino in maniera attiva e costruttiva.

Purtroppo, l’apertura di un dialogo appare improbabile, in assenza di una previa demilitarizzazione del Jammu e Kashmir da parte dell’India, e senza la revoca dell’odiato Armed Forces Special Powers Act (AFSPA), la legge che conferisce poteri speciali alle forze di sicurezza indiane dispiegate in Kashmir, la quale di fatto permette loro di compiere ogni forma di soprusi senza dover rispondere a nessuno.

Inoltre, le attuali proteste di piazza nel Kashmir indiano giungono malauguratamente in un momento in cui i colloqui tra India e Pakistan sono in una fase di stallo totale (l’ultima conferma di ciò l’ha data il mancato incontro fra i ministri degli esteri dei due paesi a New York, a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU).

Il protrarsi delle manifestazioni e dei disordini in Kashmir, con il rischio di nuove vittime civili, potrebbe portare ad una nuova radicalizzazione della protesta, la quale potrebbe assumere forme più violente.

Sebbene sia opinione diffusa, tra gli analisti, che il Pakistan difficilmente possa permettersi di adottare nei confronti del Kashmir indiano una politica analoga a quella seguita da Islamabad negli anni ’90 (a causa delle difficoltà interne al paese e della stretta sorveglianza americana), esistono nel subcontinente indiano numerosi attori non-statuali – ed in particolare la galassia dei movimenti riconducibili in un modo o nell’altro al marchio di al-Qaeda – che, anche indipendentemente dal governo pakistano, potrebbero tentare di sfruttare questa situazione per reclutare militanti e per destabilizzare ulteriormente la regione con nuovi attacchi terroristici (eventualmente sullo stesso suolo indiano).

Va poi ricordato che, sebbene il Kashmir sia un elemento chiave all’interno del contrastato rapporto indo-pakistano, esso fa parte di un insieme di contrapposizioni ben più vasto che divide Delhi da Islamabad.

Il “peccato originale” del subcontinente indiano è la partizione del 1947, a sua volta figlia di due secoli di dominio britannico in India. Con il tramonto di questo dominio, i musulmani indiani – che un tempo erano stati i signori dell’India – si trovarono di fronte alla prospettiva di vivere da subalterni in uno stato a maggioranza indù, dopo essere già stati asserviti agli inglesi.

Questi ultimi, al momento di abbandonare il subcontinente, non si curarono di risolvere questo dilemma. Nacque dunque l’idea di una “nazione musulmana” separata dall’India indù. Tuttavia, come ha scritto il giornalista pakistano Ahmed Rashid, “la ‘teoria delle due nazioni’, che avrebbe formato la base del movimento per il Pakistan, ignorava le differenze etniche e linguistiche” esistenti fra i musulmani del subcontinente, ritenendo che “un’identità religiosa separata fosse sufficiente a creare una nazione”. Ciò pose le premesse per le future “crisi di identità” del Pakistan e per i suoi numerosi conflitti interni.

L’India Independence Act promulgato dal parlamento del Regno Unito nel 1947 sancì la partizione, con la creazione di uno stato pakistano spezzato in due tronconi: il Pakistan occidentale (che corrisponde al Pakistan attuale), ed il Pakistan orientale (che corrisponde all’attuale Bangladesh). Inoltre gli inglesi lasciarono indefinito lo status del Kashmir (e ciò portò immediatamente alla prima guerra indo-pakistana).

Tra i dodici e i quattordici milioni di persone abbandonarono le loro case: indù e sikh passarono dal Pakistan all’India, mentre milioni di musulmani indiani emigrarono in Pakistan. Questo esodo di massa fu accompagnato da violenze settarie che provocarono centinaia di migliaia di vittime. India e Pakistan vennero battezzati nel sangue dell’odio etnico e religioso.

Ancora oggi, la politica di sostegno ai Talebani portata avanti dal Pakistan in Afghanistan è motivata dall’ossessione di Islamabad per la “profondità strategica” e dalla sua paura nei confronti del “nemico indiano”. Dal canto suo, l’India accusa regolarmente il Pakistan di molti dei suoi problemi interni, ed in particolare delle ricorrenti tensioni intercomunitarie fra musulmani e indù (una “minoranza”, spesso discriminata, di circa 140 milioni di musulmani vive tuttora nello stato indiano).

Soprattutto, Delhi accusa Islamabad di proteggere ed allevare gruppi estremisti anti-indiani che compiono attacchi terroristici sul territorio indiano. Fu così per l’attentato al parlamento indiano del 2001, come per gli attacchi a Mumbai nel 2008.

Tuttavia, se è vero che il Pakistan ha spesso intrecciato legami con gruppi terroristici – o addirittura con la stessa mafia musulmana in India – per combattere un nemico militarmente molto più potente, è anche vero che gran parte delle tensioni intercomunitarie fra musulmani e indù in India sono tipicamente un problema indiano interno.

La distruzione della Babri Masjid (un’antica moschea nello stato dell’Uttar Pradesh) nel 1992 e i disordini che ne seguirono (in cui rimasero uccise circa 2.000 persone), gli attentati di Mumbai nel 1993, che rappresentarono la “vendetta” musulmana per i massacri compiuti nella città tra il ’92 e il ’93, e i disordini del Gujarat nel 2002, rappresentano altrettante esplosioni di radicate tensioni intercomunitarie – tensioni che l’India ancora oggi fatica a lasciarsi alle spalle.

Gli estremisti indù spesso mettono in dubbio il “patriottismo” dei musulmani indiani, e li considerano “pakistani”. D’altra parte – a confermare ancora una volta il legame apparentemente indissolubile che continua ad unire India e Pakistan malgrado la partizione del 1947 – molti musulmani indiani hanno realmente familiari o parenti che sono cittadini pakistani. Del resto, fra i due paesi esistono infinite affinità storiche, culturali, linguistiche.

Da quanto detto appare dunque evidente come il vero problema che continua a lacerare il subcontinente indiano sia la ferita ancora sanguinante della partizione. Questa drammatica ferita è alla base delle profonde diffidenze esistenti fra due paesi che sono potenze nucleari, e sul cui territorio vivono rispettivamente oltre 170 milioni, ed oltre un miliardo di persone. Questa ferita è alla base di gran parte della scellerata politica pakistana in Afghanistan. Essa è alla base della tragedia del Kashmir.

Se la comunità internazionale non aiuterà India e Pakistan a risolvere i loro problemi ed a rimarginare questa ferita, il subcontinente indiano rimarrà sempre una polveriera sul punto di esplodere.

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