Caso Aldrovandi: al via il processo per presunti depistaggi nell’inchiesta

Federico Aldrovandi

ALDROVANDI: PARTE PROCESSO SU DEPISTAGGI NELL’INCHIESTA – È tornato in un’ aula di tribunale il caso Aldrovandi. A Ferrara è cominciato l’ultimo processo dell’inchiesta Aldro-bis, relativa a presunti depistaggi della polizia durante le indagini per la morte del ragazzo, appena diciottenne, durante un intervento di polizia. Imputato Luca Casoni, ispettore di polizia accusato per la telefonata del 25 settembre 2005, in cui avrebbe invitato il collega del 113, Marcello Bulgarelli, a non registrare la chiamata perchè si parlava della morte di Federico, avvenuta pochi minuti prima. A conclusione di una intensa giornata, con la sfilata dei testimoni, il tribunale ha rigettato la richiesta dell’accusa di eseguire una perizia tecnica sulla registrazione della telefonata incriminata tra Casoni e Bulgarelli (già condannato in abbreviato). Il pm Proto ha chiesto di periziare quella telefonata per avere indicazioni tecniche precise: chiedeva di stabilire se il rumore del ‘clic’ che vi si percepisce sia da addebitare alla cornetta appoggiata che chiude la chiamata, oppure dall’azionamento del tasto per interrompere la registrazione. I giudici hanno ritenuto non influente ai fini del giudizio la perizia, bocciandola. Si tornerà in aula il 27 gennaio, con la discussione, dichiarazioni spontanee dell’imputato e la sentenza. In aula c’era anche Lino Aldrovandi, anche se per la prima volta la famiglia non ha nessun ruolo formale nel processo, non essendo più parte civile dopo il risarcimento deciso dal Ministero degli interni a favore della famiglia. E il padre ha ribadito: «Ora il testimone lo abbiamo passato allo Stato e alle sue istituzioni in cui abbiamo piena fiducia. Sarà lo Stato ora ad assicurarci giustizia per tutti i patimenti e le sofferenze subite non solo per la perdita di Federico ma per tutti quelli che sono stati i depistaggi conseguenti». A cinque anni dai fatti, il padre si è detto sorpreso dalla scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere deciso da Casoni e da Bulgarelli. E dei testimoni che hanno condito con tanti «non ricordo» le testimonianze: «Mi sarei aspettato di sapere la verità su quella telefonata – spiega -, così come da Raucci (Andrea, uno dei testimoni, ndr) di sapere di più. Proprio lui ha continuato a dire, ricordando quella mattina, che era ‘morto un ragazzò, non che era stato ucciso come hanno sentenziato i giudici. A mio avviso probabilmente è lo stesso atteggiamento di sempre, quello di voler proteggere colleghi: non posso accettare che nessuno dica che mio figlio è stato ucciso. Come non posso ancora oggi accettare che le persone che hanno ucciso mio figlio vestano le divise». A Lino Aldrovandi, che a sua volta veste la divisa della polizia municipale, i giornalisti hanno fatto notare che la sentenza non è definita: «Abbiamo già avuto due processi e vedremo gli altri gradi. So che mio figlio aveva 54 lesioni sul corpo, due buchi in testa, che un giudice ha condannato quattro agenti e un altro ha detto che altri tre hanno detto il falso: io, umanamente, non li chiamo poliziotti».

Fonte: Ansa