Scomparsa di Yara Gambirasio: Mohammed Fikri racconta l’incubo del carcere

SCOMPARSA DI YARA GAMBIRASIO – «Mi chiamo Mohammed Fikri, sono un ragazzo di 23 anni che vive e lavora onestamente, in Italia, da tempo. Con la scomparsa di Yara Gambirasio non c’entravo proprio nulla. Ho vissuto un incubo. Spero tanto che la ritrovino immediatamente. Sana e salva».

Così in un’intervista al ‘Corriere della SerA’ parla Mohammed Fikri, il giovane marocchino che a seguito di una traduzione errata di una sua frase carpita da intercettazioni telefoniche era stato fermato perchè sospettato essere coinvolto nella scomparsa di Yara Gambirasio, a Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo. «Quando ti accade una cosa del genere è difficile anche solo mangiare o prendere sonNo perchè, purtroppo, ti cambia la vita – continua Fikri – Mi ero imbarcato sul traghetto che mi avrebbe finalmente riportato in Marocco. A casa. Come avevo concordato con il mio datore di lavoro stato ritornando dalla mia famiglia per un periodo di riposo. Nessun equivoco sulla data di partenza: inizialmente dovevo andare via il 18 dicembre, ma poi, visto che con il maltempo il nostro lavoro si ferma, avevo deciso di prendere l’aspettativa e imbarcarmi il 4 dicembre».

Ero tranquillo dopo essermi imbarcato a Genova – racconta ancorqa Fikri – poi si sono avvicinati due ufficiali della nave e mi hanno chiesto i documenti. Glielo dati e poi mi hanno chiesto di seguirli nella cabina di comando. Ho trovato dei militari italiani che mi hanno fatto delle domande. Non avevo mai sentito il nome di Yara e tantomeno l’avevo mai vista. E poi mi sono ritrovato in cella a Bergamo e da quel momento mi è crollato il modno addosso. Sono passato dalla gioia di pensare a riabbracciare i miei genitori allapaura delle ore trascorse da solo in una cella».

«L’idea di trascorrere tanti anni da innocente in cella mi toglieva il respiro. Ho pensato al peggio – prosegue il giovane marocchino – Ma poi ho convinto i magistrati con la forza della verità. Ho risposto a tutte le domande. Mi dovevano credere. Poi, meno male hanno riascoltato la telefonata ed hanno capito bene le parole che avevo pronunciato nel mio dialetto». «Non serbo rancore – afferma ancora Fikri – sono musulmano e la mia religione mi impone di chiedere perdono anche per chi ha sbagliato. Io ho già perdonato. E vorrei che l’Italia mi restituisse la dignità».

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