Medio Oriente: palestinesi delusi da Hillary Clinton, incapace di convincere Israele a nuova moratoria edilizia sulle colonie

NEGOZIATI IN MEDIO ORIENTE: DELUSIONE PALESTINESE SU DISCORSO CLINTON – RAMALLAH, 11 DIC – Sono di delusione le reazioni palestinesi al discorso con cui ieri il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, intervenendo a un forum del Brookings Institute di Washington, è tornata a invocare un rilancio del processo di pace in Medio Oriente, malgrado il fallito tentativo di convincere Israele a una nuova moratoria edilizia nelle colonie.

«Hillary Clinton, ancora una volta, non è stata capace di indicare la responsabilità di Israele per il ‘no’ a quella moratoria che la comunità internazionale al completo e la stessa amministrazione americana avevano sollecitato per mesi», ha commentato un esponente dell’entourage del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen (Mahmud Abbas), parlando all’ANSA da Ramallah sotto condizione di anonimato.

«In quel discorso non sembra ci sia nulla di incoraggiante e nulla di concreto», ha concluso. Clinton ha in effetti chiesto nuovi sforzi sia agli israeliani sia ai palestinesi per riprendere le fila del negoziato e affrontare i dossier chiave del contenzioso, ribadendo il sostegno di Washington, ma anche la responsabilità prioritaria della due parti in causa. Non ha tuttavia fornito alcuna indicazione nuova, al di là di un richiamo all’obiettivo finale della «nascita negoziata» di uno Stato palestinese indipendente: approdo che ha definito «inevitabile», nel quadro di una soluzione fondata sul principio dei ‘due Stati per due popoli‘ che a suo giudizio costituisce l’unica garanzia di sopravvivenza anche per Israele. A margine del forum, il segretario di Stato ha incontrato, fra gli oratori presenti a Washington, il premier dell’Anp, Salam Fayyad, e il capo negoziatore Saeb Erekat, nonché il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, il negoziatore Yitzhak Molcho, e la leader dell’opposizione centrista, Tzipi Livni. Ma anche da questi colloqui non sono emerse svolte. Erekat lo dichiarato apertamente, sottolineando di non poter dire in questo momento se e quando i negoziati potranno riprendere e ripetendo che secondo l’Anp un congelamento degli insediamenti ebraici nei Territori occupati resta premessa irrinunciabile di qualsiasi progresso. «Israele – ha deplorato il dirigente palestinese – doveva scegliere fra le colonie e la pace e ha scelto le colonie».

A irritare l’Anp ha contribuito in queste ore pure il numero due del Dipartimento di Stato, William Burns, che dall’America Latina ha liquidato come «prematuro» il riconoscimento formale del futuro Stato palestinese entro i confini internazionalmente accettati del 1967 (che comprendono Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme est) concesso giorni fa da Brasile e Argentina. E che Ramallah vorrebbe invece anche dalla Casa Bianca. Mentre non pare poter intaccare lo scetticismo generale l’apertura riproposta al Brookings da Barak su un’ipotesi di spartizione futura di Gerusalemme. Ipotesi – notano analisti di entrambi i fronti – che in realtà rappresenta solo le posizioni della componente minoritaria laburista dell’attuale governo israeliano, dominato dalla destra. E che d’altronde Barak aveva avanzato già a settembre, senza scalfire la posizione contraria della maggioranza degli altri ministri o dello stesso premier, Benyamin Netanyahu.

Fonte: Ansa (di Alessandro Logroscino)