Oggi è San Valerico: santo del giorno 12 dicembre 2010

SAN VALERICO SANTO DEL GIORNO 12 DICEMBRE 2010 – Nel Santuario della Consolata di Torino sono venerate le reliquie dell’Abate S. Valerico, proclamato Compatrono della Città durante l’epidemia di peste del 1598. Dal “Chronicon Novaliciense” (scritto da un monaco anonimo nel 1060 circa, ora conservato nell’Archivio di Stato di Torino) apprendiamo che le sue spoglie furono portate in città nel 906 dai Benedettini, i quali, fuggiti dalla Novalesa a causa delle scorribande saracene, trovarono rifugio nell’Abbazia di S. Andrea (oggi è il noto santuario mariano).

Valerico nacque nel 565 nell’ Auvergne, una regione montuosa del centro della Francia. La sua era una famiglia di umili pastori che non aveva certo il denaro per farlo studiare. Il nostro pastorello però si ingegnò: fece incidere su alcune tavolette di legno le lettere dell’alfabeto e, badando solitario al gregge, cominciò a leggere imparando a memoria un salterio che si era fatto prestare. Partecipando in modo più attivo alle sacre funzioni sbocciò la vocazione religiosa. Poco distante sorgeva un monastero benedettino in cui vi era uno zio e Valerico pensò a quel luogo come la dimora ideale per trascorrere in preghiera il resto della vita. Di nascosto dai genitori vi chiese asilo ma dovette subito lottare contro il padre che non si rassegnava a perderlo. Anche i monaci cercarono di persuaderlo a mutare idea ma, irremovibile, diede prova della propria vocazione.

Era un modello di umiltà, bontà, mitezza, candore di vita. Per un assurdo controsenso questi doni fecero sì che per tutta la vita dovesse poi trasferirsi da un’abbazia ad un altra perché, giunto in un luogo, diffondendosi la fama della sua santità, era compromessa la tranquillità sua e dei confratelli. Per qualche tempo visse nel monastero di St. Germain d’ Auxerre dove, tra l’altro, divenne il padre spirituale di Bobone, un nobile del luogo. Questi, abbracciando poi la regola benedettina, seguì il maestro nel successivo trasferimento a Luxeuil (Borgogna) in cui il celebre S. Colombano d’Irlanda (fondatore in seguito dell’Abbazia di Bobbio presso Piacenza) era a capo di circa duecento monaci. Il nostro Valerico ebbe inizialmente l’incarico di ortolano ma il suo carisma non tardò a manifestarsi procurandogli incarichi di responsabilità. S. Colombano esigeva un severo stile di vita: un’equilibrata combinazione di preghiera e lavoro, seguendo appieno il motto “ora et labora”. Tappa successiva fu il Monastero di Fontanes dove la sua saggezza gli valse l’amicizia del Re Teodorico che tornò utile contro l’usurpazione delle terre dell’abbazia ad opera di signorotti locali.

Testimoniò sempre il Vangelo andando incontro a coloro che ancora non conoscevano Gesù. Insieme ad un compagno di nome Valdoleno si diresse verso nord alla corte di Clotario, Re di Soissons, dove erano ancora presenti molti pagani. Ottenne un luogo solitario, in una boscaglia ombrosa, in cui fondare un nuovo cenobio: questa località era detta Leuconaus e si affacciava sul canale della Manica. Anche qui, autentica calamita, attirò a sé quanti avevano sete di Dio.

Ebbe il dono dei miracoli, della profezia, di scrutare i cuori. Donò la sanità a un paralitico di nome Blitmondo che, professata la Regola, diverrà suo successore nella carica di Abate. L’Abbazia si ingrandì anche grazie all’aiuto del Re Dagoberto. Le giornate trascorrevano intense: lunghi viaggi, spesso a piedi, per portare a tutti la Lieta Novella, alternati a ritiri solitari di preghiera. Operò molte conversioni, risvegliò la fede sopita nei villaggi in cui predicava, tanto che si metteva poi mano alla costruzione di edifici sacri o alla ristrutturazione di quelli in abbandono.

Consumò tutta la propria esistenza al servizio della Chiesa con gli occhi rivolti sempre all’Altissimo.

Una settimana prima di morire indicò ai fratelli il luogo in cui voleva che la nuda terra accogliesse il proprio stanco corpo mortale: sotto la quercia in cui amava maggiormente colloquiare col suo Dio. La chiamata venne il 12 dicembre 622, aveva 57 anni. Oggi è ancora ricordato come l’Apostolo “delle scogliere” e due cittadine portano il suo nome: St. Valery en Caux e St. Valery sur Somme.

Un anno dopo la morte il monastero venne devastato dai pagani, il Vescovo di Amiens si preoccupò che non andassero profanate le sacre spoglie. Il 1° aprile 628 fu costruita una prima cappella che divenne meta di pellegrinaggi. Il corpo vi rimase per circa due secoli ma, aumentando i pericoli di profanazione, l’abate Domniverto della Novalesa in Valsusa reclamò a sé le reliquie col permesso di Carlomagno (Chronicon III 15). Nel 906 furono trasferite definitivamente a Torino.

Nella capitale subalpina il culto sarà costante per raggiungere l’apice nel 1598 allorquando fu eletto Compatrono della Città contro le pestilenze: memorabile la processione con le reliquie per le vie cittadine e tra i lazzaretti che accoglievano i contagiati. Proprio il 12 dicembre di quell’anno Papa Clemente VIII approvò il culto.

Il Consiglio Comunale il 17 giugno 1599 rese pubblica riconoscenza al santo finanziando la costruzione di un nuovo altare di patronato municipale, nel 1601 Don Lorenzo Surio scrisse una biografia. Il suo patrocinio venne nuovamente invocato, insieme a quello di S. Rocco, nel 1629 e nel 1657 quando la peste tornò a mietere vittime.

Nel 1898 una nuova campana intitolata a S. Valerico venne collocata nell’imponente campanile del Santuario costruito poco dopo l’arrivo delle sue reliquie in città. Queste sono oggi venerate nella cappella a lui dedicata, la prima a sinistra di quelle realizzate nel 1904 durante la ristrutturazione del Santuario voluta dal Rettore Beato Giuseppe Allamano.