Giappone: storia del teatro Kabuki dal Seicento ad oggi

TEATRO KABUKI – Uno dei pilastri della cultura giapponese è senza dubbio il teatro Kabuki. Tra la varie fome di teatro, presenti in Giappone, è sicuramente quello più conosciuto, anche a livello internazionale. E’ un teatro popolare che, sin dalla nascita agli albori del XVII secolo, rastrellò vasti consensi tra le fasce medie e basse della popolazione. In un periodo segnato dall’inizio dell’era Tokugawa, il teatro Kabuki era una delle pochissime distrazioni che il popolino poteva concedersi e che era autorizzato dal governo; ma il rapporto tra il potere e questo tipo di teatro fu burrascoso e lo fu per tutto il periodo di Edo. Nonostante il Kabuki fosse tollerato dai Tokugawa, una forte censura gravò sui testi rappresentati: non erano ammessi nè brani anti-governativi e nè rappresentazioni di eventi contemporanei. Il teatro Kabuki fece quindi largamente ricorso ad opere con soggetto storico e, come spesso accade in questi casi, si usò rappresentare avvenimenti del passato per lanciare critiche al governo e alla società del tempo.

Una delle particolarità di questo tipo di teatro, nella versione finale, è che tutti gli interpreti sono uomini: non esistono attrici, almeno nel Kabuki tradizionale. Curiosamente, però, una donna è considerata la fondatrice di questa forma di teatro: Izumo no Okuni.

Okuni era, secondo la tradizione, una sciamana, o sacerdotessa, del Grande Tempio di Izumo, uno dei più antichi e prestigiosi templi della religione scintoista. Vista la sua abilità nella danza e nel canto, venne mandata a Kyoto dove avrebbe dovuto danzare, cantare e recitare, in pubblico, al fine di ottenere delle donazioni per il tempio. Era il 1603, data che tradizionalmente indica la nascita del teatro Kabuki. Sul letto del fiume Kamo a Kyoto gli spettacoli di Okuni richiamarono subito una gran folla: eseguiva danze popolari, derivati da antichi canti religiosi, con frequenti allusioni sessuali e intramezzati da scenette comiche. Il successo fu immediato. Okuni, al termine del suo periodo di missione a Kyoto, decise di non tornare al tempio di Izumo; continuò a spedire i soldi ricevuti con le donazioni, ma decise di intraprendere un altro tipo di vita. Attorno a se radunò un gruppo di ragazze, tutte appartenenti ai livelli bassi della società, e molte di loro erano prostitute; insegnò loro il canto, la danza e l’arte della recitazione, e il successo non tardò ad arrivare. Si dice che Okuni vestisse in modo stravagante: come un uomo o con vesti occidentali, con tanto di crocefisso, in guisa dei primi missionari portoghesi arrivati in Giappone. Questa eccentricità nel modo di vestire, unita alla particolarità delle tematiche trattate negli spettacoli, valsero, a questo tipo di rappresentazione, il nome di “Kabuki”. Kabuki significa, appunto, “stravagante”, “eccentrico”, “al di fuori degli schemi”. Okuni, nel suo vestirsi, sembra che prese ispirazione dai Kabukimono, bande di ronin che, vestiti con colori sgargianti, con pettinature eccentriche e che spesso indossavano kimono femminili, imperversarono nel Giappone del XVI secolo. Gli spettacoli di Onna-Kabuki, come era detto il Kabuki femminile, attirarono un gran numero di spettatori, soprattutto uomini attirati dalle spesso frequenti allusioni sessuali dei testi e dalla presenza delle prostitute che, pur essendo ora attrici, cantanti o danzatrici, non avevano abbandonato il loro precedente mestiere. Anche il governo si interessò a questo tipo di spettacolo, ma il suo interesse portò presto alla proibizione dell’Onna-Kabuki; gli affollati spettacoli portavano a consequenziali seri problemi di ordine pubblico ed inoltre i testi vennero considerati immorali. In breve alle donne venne proibito di salire su un palco.

A seguito del successo di questo genere di spettacolo, sorsero altri gruppi per la gioia dei sempre più numerosi appassionati del Kabuki. Estromesse le compagnie femminili, a raccogliere l’eredità rimasero i gruppi formati da ragazzi molto giovani, che diedero vita al Wakashu-Kabuki. Questi ragazzi, per la loro bellezza ancora acerba e per il tono della voce ancora priva di quella mascolinità della maturità, erano i più adatti a sostituire, anche nel cuore del popolino, le prostitute dell’Onna-Kabuki. Essendo composto solo da maschi, alcuni si specializzarono nell’interpretazione dei ruoli femminili. Nacque così la figura dell’Onnagata che è presente ancora oggi. La vita del Wakashu-Kabuki fu piuttosto breve, come del resto fu per la versione femminile. L’erotismo presente nei testi, i tratti femminei di molti di questi ragazzini e le frequenti risse tra gli spettatori portarono le autorità a bandire anche questo genere di spettacolo. L’accusa era sempre la stessa: immoralità, problemi di ordine pubblico. Naturalmente non erano estranee le voci di omosessualità e di prostituzione che aleggiavano su questi spettacoli.

A metà del XVII secolo, dopo appena mezzo secolo, le prime due forme di Kabuki furono messe al bando dal governo Tokugawa. Ma quest’arte sopravvisse e si evolse nella versione finale che poi, con alterne fortune, è giunto fino ai nostri giorni: il Yaro-Kabuki rappresentato sempre da gruppi completamente maschili, ma con attori anagraficamente più maturi.

Il teatro Kabuki. Dal periodo di Edo fino ai nostri giorni

Prima dell’avvento del teatro Kabuki, in Giappone esistevano due forme di teatro: il Noh, con il suo contraltare comico, il teatro Kyogen, e il teatro di burattini, il Bunraku. Il teatro Noh era considerato una forma d’arte di elevata qualità e godeva dell’appoggio dei daimyo e dell’alta aristocrazia. Il Bunraku, invece, era un teatro più popolare che era in auge già durante il periodo Heian (794 – 1185). Il teatro di burattini e il Kabuki vissero un periodo di rivalità e collaborazione che portò, come vedremo, ad influenzarsi a vicenda.

Per il Kabuki, dopo la messa al bando dell’Onna-Kabuki e del Watashu-Kabuki, venne il momento di voltare pagina e di diventare più maturo, come lo divennero gli interpreti di quest’arte. Il cambiamento fu radicale, non solo anagrafico. Vennero abbandonate le scenette, gli sketch, i numeri acrobatici e di danza in favore di vere opere drammatiche, di largo respiro. La figura dell’Onnagata si perfezionò e nacquero attori specializzati nell’interpretazione di ruoli femminili. E’ in questi anni che furono costruiti i primi grandi teatri di Kabuki a Tokyo e nel Kansai. Le rappresentazioni si dividevano in tre grosse categorie: i drammi storici (Jidimono), la vita quotidiana dei popolani (sewamono) e spettacoli di danze (shosagoto). Per le restrizioni imposte dal regime Tokugawa, e fino all’avvento del periodo Meiji, vennero rappresentati prevalentemente drammi storici (in particolar modo la guerra Gempei e le avventure di Yoshitsune Senbon Zakura). Come i due suoi predecessori, il Yaro-Kabuki rimase fedelmente ancorato ai gusti popolari del ceto medio-basso. Ad Edo, teatri quali il Nakamura-za, l’Ichimura-za e il Kawarazaki-za vennero costruiti nel quartiere più popolare della capitale; un quartiere (Yoshiwara) ricco di bordelli e di Case del Thè, un quartiere che noi oggi chiameremo a “luci rosse”. Nel 1841 scoppiò un rovinoso incendio che rase al suolo i tre teatri. Lo Shogun colse la palla al balzo e, adducendo il mancato rispetto delle norme anti-incendio, non diede l’autorizzazione alla ricostruzione dei teatri che vennero perciò trasferiti in periferia ad Asakusa.

Nonostante il teatro Kabuki fosse tollerato dai Tokugawa, non corse mai buon sangue tra il potere e quest’arte popolare che riscontrava sempre maggior successo tra il popolo, ma che minacciava di diventare un fattore di destabilizzazione; inoltre il mercato della prostituzione, che ruotava attorno a questi teatri, era assai mal tollerato. Ad Asakusa, che divenne il centro nevralgico, il Kabuki vi rimase fino al termine dell’era di Edo; con l’avvento dell’epoca Meiji, i teatri ritornarono nel quartiere di origine. La dislocazione del Kabuki in una zona periferica non fu, come speravano i Tokugawa, un colpo mortale a questa forma d’arte, anzi; nella seconda metà del periodo di Edo, il teatro Kabuki visse il suo periodo d’oro: raccolse attorno a se artisti come Utagawa Hiroshige; nacquero le prime “star” di questa arte: gli attori Ichikawa Danjuro I (creatore dello stile Arogoto), Ichikawa Kodanji IV e Kawatake Mokuami, lo sceneggiatore Tsuruya Nanboku IV. Fu in questo periodo che si accentuò la collaborazione con il teatro Bunraku. In quegli anni sia il teatro Kabuki che il teatro Bunraku erano all’apice della loro storia e ambedue erano forme d’arte popolare che raccoglieva i consensi più entusiastici tra gli strati medio-bassi della società; sebbene fossero in competizione tra loro, non mancarono i punti di contatto per una proficua collaborazione e per un vantaggioso influenzarsi a vicenda. Il grande sceneggiatore Chikamatsu Monzaemon scrisse opere sia per il teatro Bunraku che per il Kabuki. Spesso fu proprio il Kabuki ad essere influenzato dal teatro di burattini. Opere che riscuotevano grande successo nel Bunraku, venivano poi adattate per il Kabuki. Queste due forme teatrali si influenzarono a vicenda anche negli accorgimenti tecnici, nello sviluppo delle storie; fu, insomma, una sana rivalità in cui sia il Kabuki che il Bunraku trassero profitto.

Era il periodo di massimo splendore per il teatro Kabuki. I più grandi attori e registi erano delle vere e proprie star e come tali osannati dal popolo. Addirittura alcuni attori, come, per esempio, Ichikawa Danjuro VII, furono banditi da Edo a causa della loro vita troppo lussuosa.

Sebbene i drammi storici erano quelli maggiormente rappresentati, molte furono le storie, spesso drammatiche, che riguardavano la vita quotidiana nella società medio-bassa; nacquero vari sotto-generi a seconda del tipo di storia: i Kizewamono in cui si descrivevano la crudeltà, la sensualità e la decadenza della bassa società del periodo Edo; i Kaidanmono erano le storie di fantasmi; i Shiranamimono erano drammi che raccontavano le gesta dei criminali. Sono solo alcuni esempi della creatività di quest’arte nel periodo di suo massimo splendore.

Con la fine del periodo di Edo, e con la caduta degli Shogun Tokugawa, per il teatro Kabuki arrivò un periodo di temporanea crisi. Il 1868 segnò la fine di un’epoca; finiva un isolamento quasi totale imposto dai Tokugawa. L’apertura all’esterno portò con se una grande curiosità dei giapponesi verso le mode occidentali e verso tutto quello che arriva da Oltremare. Per contro persero importanza, agli occhi dei giapponesi, tutti i riferimenti tradizionali e, con esso il teatro Kabuki. Ma il declino durò poco. Il Kabuki seppe resistere all’impatto con un nuovo mondo; nuove storie, più moderne, vennero incontro ai nuovi gusti del popolo. I grandi esponenti continuarono ad essere idolatrati ed, inoltre, questa forma di teatro, attirò l’interesse degli stranieri che ormai, sempre più massicciamente, arrivavano in Giappone. I grandi teatri di Asakusa tornarono nella loro sede originaria e, il 21 aprile 1887, per la prima volta nella sua storia, un Imperatore (Meiji) assistette ad una rappresentazione Kabuki.

Durante il periodo Meiji ci fu un notevole riavvicinamento tra il governo di Tokyo e questa arte della tradizione giapponese. Il Kabuki, a partire dagli anni ’30 del XX secolo, sostenne il governo militare. Poi arrivò la guerra e con essa la tragedia dell’atomica e la distruzione del Giappone.

Il dopoguerra fu difficile per il Kabuki; a causa dell’appoggio dato al governo militare, le autorità americane lo bandirono. Gli americani, inoltre, temevano che certi spettacoli, che glorificavano lo spirito dell’antico Giappone, potessero creare dei problemi di ordine pubblico. Il bando, però cadde presto, e, faticosamente, il Kabuki riprese con i suoi spettacoli; ma la popolazione, in quegli anni, era diversa da quella di prima della guerra. Quei primi anni del dopoguerra, furono molto difficili e la maggior parte della popolazione era costretta a lottare, giorno dopo giorno, per la sopravvivenza: aveva poco tempo, e poco interesse, per gli svaghi; oltretutto rifiutava tutto quello che, in qualche modo, era legato al passato. Ma il bando durò poco e, per gli inizi degli anni ’50, vennero ricostruiti i principali teatri. Una nuova generazione di attori si affiancò alle anziane star del Kabuki.

Nei decenni successivi molti attori Kabuki cominciarono a partecipare, come attori, anche in produzioni televisive e cinematografiche. Rompendo la tradizione, alcune compagnie assunsero anche attrici femminili, con buona pace dei puristi. L’Occidente non tardò a manifestare il suo interesse per quest’arte così tradizionale e affascinante; iniziarono le tournee mondiali che portarono gli spettacoli Kabuki negli Stati Uniti e in Europa, sempre con grande successo. L’introduzione di auricolari, per gli spettatori, ha contribuito alla diffusione di quest’arte scenica anche tra le persone impossibilitate a capire la lingua giapponese.

Oggi il teatro Kabuki, seppure lontano dai fasti della seconda metà dell’epoca di Edo, ha ancora un notevole seguito di entusiastici ammiratori: secondo le ultime stime sarebbero, in tutto il Paese, circa tre milioni i fan del Kabuki che, tra le varie forme teatrali del Giappone, rimane il più conosciuto, e seguito, in Patria e all’estero.

Dal 2005 il teatro Kabuki è stato inserito nella lista dei “Patrimoni orali e immateriali dell’immateriali” dell’Unesco.

 

Cristiano Suriani