10 anni dal G8 di Genova: per Amnesty “macchia intollerabile” l’impunità delle forze di polizia

Uno dei cortei contro il G8 a Genova nel 2001

G8 GENOVA 2001 – Il 19, 20 e 21 luglio del 2001 si celebrava a Genova il summit degli 8 “grandi” del mondo globalizzato; furono giorni rilevanti e delicati per la democrazia italiana, caratterizzati da una progressione mediatica  di notizie, immagini, foto e scene di forte impatto sociale e culturale (manifestazioni pacifiche, proteste, scontri con la polizia, morte di un ragazzo, botte, urla, lacrimogeni, manganellate, e ancora arresti, violenze, riprese inedite tra la folla, sangue versato e lacrime) che tutte insieme hanno finito per essere ricordate come “i fatti di Genova”.

Dieci anni senza un’inchiesta parlamentare indipendente e approfondita sulle operazioni di polizia condotte durante quel G8, quale mezzo più utile a garantire un accertamento delle responsabilità su molte violazioni commesse in quei giorni dagli agenti per le strade e poi nella caserma di Bolzaneto (dove furono portati decine e decine di manifestanti arrestati in quei giorni) e nell’attacco notturno alla scuola Diaz (sede dell’ufficio stampa del “Genoa Social Forum”), è quello che hanno lamentato in molti in questi anni, e quanto torna a lamentare oggi Amnesty Italia, che parla dell’impunità garantita di fatto nei processi agli agenti di polizia come una “macchia intollerabile nella storia dei diritti umani in Italia.

“I fatti di Genova – ha detto il portavoce di Amnesty Italia Riccardo Noury – sono il frutto di lacune e assenze sul piano legislativo tuttora in piedi, che hanno consentito il verificarsi di episodi gravi e che oggi in linea teorica potrebbero riprodurre violazioni dei diritti umani. Queste lacune si chiamano: mancanza del reato di tortura, e mancanza di un’autorità indipendente di vigilanza e monitoraggio sui diritti umani. Oggi – ha aggiunto – parte una campagna di Amnesty che chiede un riesame profondo di tutta la normativa, i regolamenti e le procedure in materia di ordine pubblico. Occorre ripensare le forme di addestramento ed equipaggiamento nelle operazioni di ordine pubblico”.

Tra le misure proposte c’è l’introduzione di codici di identificazione alfanumerici, da apporre sulle divise dei pubblici ufficiali, per identificare chi viola i diritti umani: “una garanzia per le vittime ma anche per gli agenti che compiono il loro dovere senza violazioni” ha spiegato Noury.

Annarita Favilla