In Italia almeno 35.000 persone (generalmente migranti) sono ancora sfruttate dal caporalato

migrante (getty images)

Si chiama “Gli invisibili delle campagne di raccolta” ed è un progetto di monitoraggio organizzato della Flai Cgil per raccogliere dati sul fenomeno del lavoro sotto caporalato attivo nei terreni di una grossa fetta del Sud Italia e presente anche in certe regioni del Nord. I lavori di ricerca e di osservazione sono iniziati circa un anno fa e, dopo 12 mesi di supervisioni, i primi risultati sono stati resi noti.

Si tratta di dati parziali, data la difficoltà di mappare la presenza sul territorio italiano di lavoratori senza contratto e senza alcun tipo di garanzia, ma pur sempre preoccupanti, in quanto denunciano uno sfruttamento che, nonostante il decantato grado di civiltà acquisito, persiste immutato rispetto a decenni or sono.

Il fenomeno del caporalato sembra essere ancora utilizzato per normare le prestazioni di lavoratori migranti (spesso provenienti dall’Africa e dall’Europa dell’Est) nel settore della raccolta in campo agricolo. Circa 30.000 persone, giunti in Italia da paesi come la Nigeria, la Sierra Leone, il Mali, l’Uganda, il Burkina Faso, la Romania, la Polonia, la Bulgaria, lavorano nel settore dell’agricoltura pugliese senza aver firmato alcun tipo di contratto, percependo uno stipendio che non rispetta minimamente i minimi sindacali imposti dalla legge, alloggiando in baracche o in bivacchi (anche all’aperto) di fortuna, subendo quotidianamente le vessazioni dei caporali. 5.000 migranti dello stesso tipo sarebbero attivi in Basilicata.

Le coltivazioni nelle quali sono impiegati sono quelle dei pomodori (soprattutto in Puglia e Basilicata – si ricorda a questo proposito lo sciopero di Nardò del 2011, durante il quale i lavoratori denunciarono lo sfruttamento), quelle di agrumi (Siracusa,Gioia Tauro), olive (Salento), patate (Sicilia), pesche (Caserta), uva (Veneto), mele (Trentino).

 

Redazione online