Inter, Flavio Briatore è critico: ”Thohir non basterà”

Flavio Briatore (Getty Images)

 

Flavio Briatore, dalle pagine di Tuttosport, commenta così l’ingresso in scena di Erick Thohir nell’Inter e parla dello stato finanziario del calcio italiano: ”Insieme a Juventus e Milan, l’Inter ha una struttura importante, ma non penso che l’ingresso di Erick Thohir possa migliorare il calcio italiano. Non basta un solo investitore, qui ci vogliono quelli seri, pronti a mettere tanti soldi in società. Ma gli Abramovich e i Mansour vanno in Inghilterra. Da noi ci sono tanti problemi da risolvere. Per migliorare la serie A non basta un solo investitore. Sotto questo aspetto, in Italia c’è molto da lavorare. Qui da noi ci sono molti problemi. Considero il campionato inglese quello più bello, lì c’è il football vero e lo puoi vedere in qualsiasi parte del mondo. Al contrario, non vedi quello spagnolo, italiano o francese. Se vai in Kenya, in albergo ti fanno vedere la Premier. In Italia c’è tantissimo lavoro da fare: da una legge sugli stadi a tutti i fattori organizzativi, che da noi mancano. Poi è anche una questione di soldi. Prima ho parlato dell’Inghilterra e lì c’è una diversificazione di proprietari non inglesi: al Fulham ci sono i pachistani, allo United ci sono gli americani, al City ci sono gli sceicchi e al Chelsea i russi, giusto per nominare qualche società. In giro ci sono capitali importanti e questi capitali finiscono tutti in Inghilterra. Da noi mancano gli investitori seri, quelli che mettono i soldi in società. Arrivano americani o indonesiani, ma mancano gli Abramovich o i Mansour. Se investirei nel campionato italiano? Una cosa del genere non esiste proprio. Ho fatto una bella esperienza in Premier, al Qpr. Ho preso questo club quando era in serie B e l’ho portato in A senza rimetterci nulla. Questo è stato uno dei miei più grandi successi. Per me è davvero impossibile investire nel calcio italiano. Lo puoi fare solo se hai una grande fortuna e vuoi farla diventare piccola. Nel senso che avrei molte perdite”.

Marco Orrù