Insulti di Calderoli alla Kyenge, per il Senato non è razzismo

Cecile Kyenge (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)
Cecile Kyenge (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

L’Aula del Senato ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere contro il senatore della Lega Nord Roberto Calderoli per gli insulti all’ex ministro del governo Letta, Cecile Kyenge. I fatti, come noto, risalgono a luglio 2013 quando l’esponente del Carroccio disse alla festa del suo partito a Treviglio, riferendosi alla Kyenge, oggi eurodeputata: “Quando la vedo non posso non pensare a un orango”. Si scatenò una durissima polemica e Calderoli chiese anche scusa pubblicamente.

Anche un portavoce dell’Alto commissario Onu per i diritti umani, Rupert Colville, sottolineò: “E’ un’affermazione assolutamente scioccante per chiunque la faccia, ma ancor di più se a formularla è una persona che è stata ministro del governo in passato e che ha un ruolo importante. La forte reazione in Italia, anche tra politici di alto livello è però incoraggiante”. Acquisite le registrazioni di quegli insulti, nel novembre 2013, la Procura di Bergamo aveva chiesto il giudizio immediato per l’ex ministro con l’accusa di diffamazione aggravata dall’odio e dalla discriminazione razziale, ma per il Senato non sussistono i presupposti, come spiegato anche nei mesi scorsi dal senatore dem Giuseppe Cucca.

Già a febbraio, la Giunta delle immunità parlamentari del Senato aveva respinto la proposta avanzata dal senatore del Movimento 5 Stelle, Vito Crimi, di concedere l‘autorizzazione a procedere contro il vicepresidente dell’Aula di Palazzo Madama. Decisivi furono i voti di alcuni senatori del Pd, tant’è che la Kyenge si disse “sorpresa” e “triste” per quanto avvenuto, spiegando: “Vorrei uscire da questa logica perché non stiamo valutando Calderoli come persona. Io lui l’ho perdonato. Quello che bisogna capire è se queste parole possano essere usate in un dibattito politico normale o se siano semplicemente espressioni razziste”. Oggi la nuova decisione: per l’Aula di Palazzo Madama c’è diffamazione, ma non istigazione all’odio razziale. Per il primo reato, però, la Kyenge non ha mai sporto querela, quindi Calderoli non può essere processato. Anche in questo caso, decisivo è stato il voto del Pd, che ha salvato l’esponente leghista.

GM