“Voglio guardare negli occhi chi mi ha sfigurato”

La coppia dell'acido (foto polizia di Stato)

Lo scorso giugno, Martina Levato e Alexander Boettcher, la cosiddetta “coppia dell’acido”, sono stati condannati a 14 anni di reclusione per lesioni gravissime nei confronti di Pietro Barbini, l’ex fidanzato della giovane, aggredito a fine dicembre. Ieri invece ha preso il via il processo per l’aggressione al 25enne Stefano Savi, l’altra vittima della coppia, la quale ha peraltro avuto nel frattempo un figlio, la cui “sorte” è al centro di una querelle giudiziaria.

Savi ha voluto essere in aula per “guardare negli occhi chi è accusato di avermi devastato la faccia”, mentre i legali di Boettcher hanno chiesto che il loro assistito potesse uscire dalla gabbia riservata ai detenuti, per sedere al loro fianco, richiesta respinta dopo le rimostranze del pm Marcello Musso, il quale si è opposto sostenendo che l’imputato “è pericoloso e in aula c’è la vittima”. Il legale di Savi, Andrea Orobona, ha precisato che il suo assistito “ha voluto esserci, perché intende affrontare il processo e ottenere giustizia”.

Come ricostruito in aula da Maria José Falcicchia, dirigente della questura, il 25enne studente della Bicocca “è stato vittima di un errore di persona, solo perché somigliava fortemente a Giuliano Carparelli”, il fotografo vera vittima della “coppia dell’acido”, che poi riuscì a scampare a un agguato dei due. Savi, in sostanza, “ha avuto soltanto la sfortuna di frequentare gli stessi locali per studenti che frequentava anche Carparelli”. Per la dirigente di polizia, i due giovani e il presunto complice Andrea Magnani avevano costituito “una vera e propria associazione, con tanto di organizzazione, basi logistiche e mezzi economici”. Il movente erano esclusivamente “le relazioni occasionali che Martina Levato aveva avuto con alcuni ragazzi da colpire”.

GM