Riforme, è braccio di ferro sugli emendamenti

Pietro Grasso (TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)
Pietro Grasso (TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)

E’ previsto per il 13 ottobre il voto finale dell’Aula del Senato sul ddl riforme: lo ha annunciato il presidente dell’Aula di Palazzo Madama, Pietro Grasso, che ha definito gli 85milioni di emendamenti presentati dalla Lega Nord una “offesa alla dignità delle istituzioni”. Parole a cui ha replicato il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli: “Gli consiglio di leggere il regolamento, dove non c’è un tetto al numero di emendamenti, pertanto tutto quello che è consentito si può fare”.

Intanto, però, sia da parte della Lega Nord, che di Sel c’è un passo indietro proprio sulla mole di emendamenti presentata: il Carroccio ne ha ritirati già undici milioni, mentre dei suoi 62mila il partito di Vendola ne lascia in piedi soltanto 1.100. Ha spiegato all’Ansa Roberto Calderoli: “Io e la Lega abbiamo ritirato ufficialmente circa 10 milioni e ne abbiamo mantenuti 19 all’articolo 1 e sei all’articolo 2. In tal modo è stato sventato il golpe di Renzi”.

Il passo indietro di Sel è stato così giustificato dalla capogruppo Loredana De Petris: “Abbiamo ritirato i nostri emendamenti per rispetto verso il presidente Grasso. E apprezziamo lo sforzo fatto dal presidente Grasso che ha fissato la data del voto finale al 13 ottobre, mentre la maggioranza voleva quella dell’8”. Dunque, si rivela fondamentale la mediazione del presidente Grasso, che di fronte alla volontà della maggioranza di forzare le tappe e anticipare di cinque giorni il voto finale ha sentenziato: “È una proposta che non si può accettare, io non passo e non sarò il boia della Costituzione”.

Il Pd intanto dibatte sulla legittimità degli emendamenti presentati dal Carroccio, come spiega Francesco Russo: “È stata verificata la firma autografa dei senatori della Lega sotto gli 85 milioni di emendamenti depositati? O è stata espressa una deroga? Perché in tal caso gli emendamenti sarebbero irricevibili”. Secca la replica leghista: “Tutti letti e firmati”.

Polemica Boschi-opposizioni

Di fronte alla mole di emendamenti, il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, ha polemizzato: “Abbiamo sempre riconosciuto il valore sacro del Parlamento, ed è un valore di sicuro più alto del generare automaticamente degli emendamenti, crediamo nel Parlamento e non in un algoritmo”. Ancora una volta a replicare è Calderoli: “Il suo intervento non so se mi ha ricordato di più una lettura di una paginetta di Wikipedia sulla storia della Costituzione o la discussione di una tesina di laurea”.

Anche Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, dà ragione al Carroccio: “Contro un obbrobrio come il ddl Boschi ogni arma è lecita. Soprattutto se i garanti della Costituzione perdono improvvisamente la lingua. Non abbiamo visto nessun membro del Pd scandalizzarsi o stracciarsi le vesti quando sulla legge elettorale o su altri provvedimenti cari al governo sono state imposte al Parlamento fiducie, canguri e tagliole. Nessuna parola, nessuna reazione”. Voce fuori dal coro il leader leghista, Matteo Salvini, che chiede di lasciare “per cose più serie” la valanga di emendamenti.

In questo clima, l’ex segretario Pd, Pierluigi Bersani, evidenzia: “C’è chi fa circolare retroscena totalmente inventati. Volevamo un Senato elettivo e non costruito a tavolino. Il Senato sarà elettivo e già con alcune funzioni di garanzia rafforzate. C’è ancora del lavoro da fare, ma fin qui questi sono i fatti, nudi e crudi. Chi parla di un cedimento di chi dissentiva ribalta semplicemente la realtà. Chi parla di trattative laterali per questo o quel posto, semplicemente diffama”.

GM