Nacque durante uno sbarco, per l’Italia è un fantasma

La neomamma dopo lo sbarco (MARIO LAPORTA/AFP/Getty Images)
La neomamma dopo lo sbarco (MARIO LAPORTA/AFP/Getty Images)

Lo scorso maggio era tra i 654 migranti recuperati in 4 interventi di soccorso dal pattugliatore Bettica, Stephanie, la 25enne nigeriana che diede alla luce una bimba, chiamata Francesca Marina, in onore del Santo Padre e degli stessi militari che avevano compiuto l’intervento di salvataggio, e subito divenuta una sorta di simbolo di quell’ondata di sbarchi. Quella che venne ribattezzata come la “royal baby” dei profughi, in analogia con la secondogenita di William e Kate, nata nelle stesse ore, ha però un destino tutt’altro che certo.

Quattro mesi dopo la sua nascita, infatti, come racconta ‘Repubblica’, la bimba è un vero e proprio “fantasma” per lo Stato italiano. Nessuno infatti ne ha segnalato l’accaduto all’anagrafe, né l’ospedale di Ragusa dove madre e piccola vennero ricoverate per due settimane, né gli assistenti sociali che stanno seguendo il caso. Nessuna dichiarazione di nascita è giunta poi dal comandante della Bettica o dalla Capitaneria di Porto di Pozzallo.

Tante le domande che si pone oggi Antonio La Monica, responsabile del centro d’accoglienza dove sono ospiti madre e figlia: “Dove è nata esattamente? In acque internazionali? In Italia? E di che nazionalità è visto che lo ius soli non è ancora legge e che la madre nigeriana non ne ha dichiarato la nascita? Tutte domande che, senza risposta, non consentono alla bimba di avere documenti, un codice fiscale, una tessera sanitaria, di essere vaccinata, di poter essere iscritta al nido”.

La madre, intanto, si prepara per portare la sua storia nella commissione che dovrà decidere della sorte sua e della sua bambina, e racconta: “Io vengo da un villaggio vicino a Benin City, lì abita la mia famiglia, e non lontano quelli di Boko Haram hanno rapito centinaia di ragazze. Io avevo paura, lavoravo in un negozio di parrucchiere e quando la signora che lo gestiva ha deciso di andar via in Libia, l’ho seguita. Abbiamo trovato un passaggio in macchina e in tre giorni siamo arrivate lì”.

Ovvero dove ha trovato l’uomo che l’ha messa incinta, ma del quale ora non vuole saperne nulla, perché “mi ha messo di forza su un barcone e mi ha detto che mi avrebbe raggiunto in Italia”, cosa che poi avvenne effettivamente. Ma per la giovane donna lo choc del viaggio e del parto sono stati troppo forti da non permettere alcuna riconciliazione con quell’uomo.

GM