Meningite: ecco come capire se si è a rischio

Profilassi contro la meningite (Kevork Djansezian/Getty Images)

I recenti fatti di cronaca, ultimo la notizia del decesso di una bimba di soli quattro anni, hanno riportato sotto i riflettori dei media nazionali (e non solo) l'”emergenza meningite”, un’infezione spesso sottovalutata e – nonostante i passi avanti compiuti dalla medicina in questi ultimi anni –  ancora letale. Sull’origine, i sintomi e la diagnosi di questa malattia, d’altra parte, si è fatta e si continua a fare molta confusione. E’ il caso dunque di ricordare che la meningite è un’infiammazione delle membrane di rivestimento del sistema nervoso centrale – dette appunto meningi – che avvolgono encefalo e midollo spinale. La malattia si può presentare in due forme, batterica o virale, entrambe mortali. Il contagio avviene per via aerea, ma è necessario un contatto molto ravvicinato con la persona infettata.

“Purtroppo, le meningiti sono malattie molto gravi, difficili da riconoscere nelle fasi iniziali – chiarisce Alberto Villani, responsabile di Pediatria generale e Malattie infettive dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma – . Anche quando la diagnosi viene eseguita tempestivamente, e la terapia antibiotica praticata subito e in maniera adeguata, la possibilità di guarire completamente è inferiore al 50%”. “Nella prima fase della malattia, le prime 7-10 ore, i sintomi sono quelli di una normale influenza – si legge in un comunicato diffuso dallo stesso ospedale -. Dopo 10 ore le manifestazioni cominciano a diventare più caratteristiche: mal di testa molto intenso, rigidità del collo e febbre elevata. Nell’ultima fase, tra le 20 e le 36 ore, si presentano i sintomi gravi e tipici della meningite: perdita di conoscenza, convulsioni, macchie sul corpo”.

I soggetti più vulnerabili

I soggetti più a rischio di contrarre una meningite sono i bambini nella primissima infanzia e i giovani dai 15-18 ai 24-25 anni. Dati alla mano, in Italia si registrano circa 1.000 nuovi casi di meningite ogni anno, e in 3 casi su 10 la vittime riportano danni gravi e permanenti, come seri problemi alla vista e deficit neuro-motori. “Malgrado i progressi della medicina nella rianimazione e nell’assistenza al paziente – fanno sapere ancora dall’ospedale romano -, la mortalità, pari a circa il 10%, non è diminuita”. E “L’unica arma per difendersi, per proteggere soprattutto i bambini e chi è più vulnerabile all’aggressione dei batteri, è la vaccinazione, che è fondamentale, e possibile a qualsiasi età – dichiara Villani – . Chi non si vaccina, infatti, non danneggia solo se stesso, ma mette a repentaglio anche gli altri. Attualmente accade anche che siano giovani adulti che non hanno effettuato i richiami vaccinali, o anziani non vaccinati, a contagiare bambini e neonati”.

Fortunatamente, oggi si può ricorrere a vaccini specifici per difendersi dalla meningite batterica da Haemophilus influenzae di tipo B e dalle forme causate dai ceppi principali del meningococco e dallo pneumococco (le più frequenti). Ma la ricerca deve ancora far luce su molti aspetti di questa malattia, a partire dal comportamento dei batteri che riescono a superare la barriera emato-encefalica, quella cioè che protegge il cervello da eventuali intrusioni nocive, sia di sostanze tossiche che di agenti patogeni, attraverso il torrente sanguigno. A questo proposito, uno studio svedese del Karolinska Institutet, pubblicato su Journal of Clinical Investigation, ha confermato l’ipotesi che lo pneumococco riesca a superare quella barriera sfruttando, come una sorta di “cavallo di troia”, le strutture proteiche presenti sulla superficie del microrganismo, dette “pili”. La speranza è che, a partire da questa e altre scoperte, si riesca a trovare il modo per debellare una malattia che, in questo primo scorcio di XXI secolo, ancora continua a mietere vittime.

EDS