Crisi e Italexit: è davvero tutta colpa dell’euro?

(LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)

Era il primo marzo 2002, quando – dopo due mesi di convivenza con la lira – l’euro divenne ufficialmente la moneta con cui effettuare ogni tipo di pagamento in Italia e molti Paesi dell’Unione Europea. Il cambiamento venne salutato con entusiasmo, che col passare del tempo è andato scemando e anzi adesso da più parti viene chiesta una sorta di Italexit, ovvero un ritorno alla sovranità monetaria. Per testare il polso della situazione, il settimanale ‘L’Espresso’ si è rivolto a 52 tra industriali, economisti, imprenditori e sindacalisti, per chiedere loro un’opinione rispetto alla possibilità che il nostro Paese esca all’euro.

Quasi all’unanimità vi è contrarietà davanti a questa ipotesi, anche se – scrive il settimanale – “gran parte degli interpellati ha scelto di sfuggire alla semplificazione che caratterizza la battaglia fra ‘pro’ e ‘contro’ sui media, con le colpe delle difficoltà dell’euro attribuite univocamente alla Germania e alle sue scelte di austerità, oppure alla mancanza di barriere per proteggere le industrie nazionali”. Sotto accusa finiscono invece l’assenza di una vera politica fiscale comune e l’incapacità della classe politica del nostro Paese di portare a termine riforme che ci renderebbero competitivi. Ai movimenti politici anti-euro viene invece fatto osservare che il ritorno alla sovranità monetaria potrebbe comportare rischi sociali e politici che vengono sottovalutati.

In ogni caso, molti degli intervistati attribuiscono all’euro molte responsabilità rispetto a una crescita economica che procede a rallentatore. Fulvio Coltorti, docente di Storia dell’industria alla Cattolica di Milano, entra nel merito della questione: “La bassa crescita dell’Eurozona è determinata dal prevalere delle politiche di austerità che hanno impedito ai Paesi europei di riprendere quota dopo la grande crisi finanziaria, come hanno invece fatto gli Stati Uniti e il Regno Unito adottando fin da subito politiche keynesiane di stimolo alla domanda aggregata”. Per Pietro Alessandrini, professore emerito di Politica economica all’Università Politecnica delle Marche, invece “l’euro è la vittima, più che l’artefice della crisi europea”.

Colpa del sistema Paese e non dell’euro

Insomma, stando a sentire le opinioni degli esperti, è colpa del sistema Paese piuttosto che dell’euro. Un concetto che spiega chiaramente Andrea Terzi, economista della Franklin University di Lugano: “A pesare sulla posizione relativa dell’Italia c’è la questione della scarsa efficienza del sistema Paese, che avrebbe bisogno di semplificare l’amministrazione, rendere più agile il sistema giudiziario, migliorare i trasporti. Su tutti questi fronti abbiamo elaborato un ritardo grave che, oltretutto, incide sulla nostra autorevolezza nella riformulazione delle politiche comuni”.

L’euro è assolto anche quando si parla del rapporto tra la moneta unica e l’aumento della disoccupazione: “Quella che l’euro abbia fatto aumentare la disoccupazione è una delle sciocchezze che cerco da tempo di denunciare”, dice Andrea Boitani, professore di Economia monetaria alla Cattolica, secondo il quale la crisi del mercato del lavoro è dovuta “all’insipienza di molti imprenditori italiani e all’incapacità della politica di investire dove davvero andava fatto, ovvero nella ricerca di base, che serve a creare le condizioni perché gli imprenditori trovino le idee da sviluppare commercialmente”.

Sindacati e imprenditori

L’euro viene assolto anche dai sindacalisti, come Marco Bentivogli, segretario dei metalmeccanici della Cisl: “Una valuta forte è stato uno choc per un Paese come il nostro, abituato a esportare giocando sulle svalutazioni e sui prodotti di bassa qualità. Ma è un punto di forza per un Paese manifatturiero che punta sulla qualità e sul futuro”. Per gli industriali, parla l’imprenditore vicentino Massimo Carboniero che ammette il danno iniziale del cambio lira-euro sopravvalutato, ma invita a pensare al futuro: “Per esportare, oggi i punti di forza sono tecnologia, qualità, servizio, flessibilità. Tutte doti che noi abbiamo, e che possiamo far valere grazie alla moneta comune, che rappresenta un vantaggio operativo, economico e industriale”.

Favorevoli a tornare alla lira

Chi tornerebbe alla lira è Carlo Alberto Baesso, amministratore delegato di Eurven, un’azienda trevigiana che produce macchine per riciclare i rifiuti: “L’attuale situazione europea è di demoralizzazione, sfiducia, decadenza. Non vogliamo più essere quell’Europa, siamo l’Italia e non dobbiamo temere nulla, siamo capaci, intelligenti, creativi e perspicaci. Siamo il faro e il riferimento a livello mondiale in quanto a stili, mentalità e design. Ma con questa Europa, che ci dice come dobbiamo comportarci e lavorare, non funziona e non funzionerà mai. Dobbiamo avere il coraggio di fare da soli con i rischi e i pericoli annessi e connessi. Serve il coraggio di cambiare e di assumersi le proprie responsabilità”. Non è il solo, evidentemente, ma sul ritorno alla sovranità monetaria senza dubbio è il mondo imprenditoriale quello maggiormente diviso.

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GM