Vivono in casa con il padre morto 12 anni fa, la bizzarra tradizione Toraja

 tradizione Toraja
Mamak Lisa si prende cura del padre morto 12 anni fa in attesa di essere pronta emotivamente e finanziariamente per i funerali (BBC News)

La morte è un argomento delicato, che molto spesso spaventa, perciò noi occidentali ne parliamo il meno possibile, soprattutto se riguarda qualcuno a noi caro. Per una tribù in Indonesia invece, la morte è parte integrante della vita di ogni giorno. La famiglia di Paulo Cirinda, morto 12 anni fa, vive ancora insieme a lui, nella stessa casa. La tribù dei Toraja, il cui nome in lingua locale significa “gente dell’altopiano”, vive nell’isola di Sulawesi e mantiene ancora le antiche tradizioni relative al culto animista. La morte per i Toraja, e quindi per la figlia di Paulo Cirinda, Mamak Lisa, non è un evento improvviso, ma un processo graduale. Finché non vengono celebrati i funerali, il defunto non viene considerato tale, bensì malato o addormentato. Il rito funebre è molto elaborato e costoso e serve ad assicurare che l’anima del defunto raggiunga la terra di Puya, terra delle anime o dell’aldilà. A causa della sontuosità dei funerali, famiglie meno agiate possono impiegare molti anni per mettere da parte i soldi necessari, come nel caso di Cirinda.

Nel frattempo i loro corpi vengono tenuti in casa e la famiglia se ne occupa come fossero malati. Viene portato loro cibo, acqua e sigarette due volte al giorno. Vengono lavati e cambiati regolarmente. Hanno anche una ciotola in un angolo della stanza da utilizzare per i “bisogni”. Inoltre, i defunti non vengono mai lasciati soli e quando cala il buio, viene accesa la luce nella loro stanza. La famiglia teme che se dovesse smettere di prendersi cura del defunto, i suoi spiriti causeranno loro dei problemi. Secondo la tradizione, per preservare il corpo si utilizzano speciali foglie ed erbe. Oggi però, si utilizza la formaldeide, una sostanza chimica che serve da potente battericida e conservante.

Mamak Lisa afferma di avere ancora una forte connessione emotiva con il papà defunto. “Nonostante siamo tutti cristiani”, racconta la donna, ”parenti e amici ancora vengono a trovarlo o mi chiedono come sta al telefono perché crediamo che ancora ci può sentire e che è qui intorno”. Lisa sostiene che avere il padre morto dentro casa l’abbia aiutata ad elaborare il lutto. Le ha dato il tempo di abituarsi piano piano alla sua nuova identità – quella di uomo defunto. Neanche i funerali possono considerarsi però un vero e proprio addio. La relazione tra i vivi e i morti continua infatti a lungo grazie ad un rituale chiamato ma’nene, anche detto “la pulizia dei corpi”. Ogni 2 o 3 anni, le famiglie tirano fuori i corpi dei parenti defunti dalle tombe per una grande riunione. In queste cerimonie, famiglia e amici offrono al defunto cibo e sigarette, li puliscono, li cambiano e poi si mettono in posa per un ritratto di famiglia. E’ sicuramente un modo bizzarro di affrontare la morte ma chi può dire che sia sbagliato?

Lavinia C.

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