“E’ un posto dove tutti i soldati sentono che stanno facendo qualcosa di sbagliato, diciamo cosí. Te ne accorgi e ti disperi. Giri armato in un posto dove cosí tante persone si odiano e entri nelle loro case. Entri nelle case. E’ il genere di provocazione che si vede di continuo: si entra nelle case per cercare qualcosa, come se niente fosse. Si sbattono fuori le persone. Ecco quello che ricordo di quei mesi di servizio”.

Hebron, cittadina della Cisgiordania, situata a una cinquantina di chilometri da Gerusalemme. Cittá a maggioranza musulmana, dalla quale gli ebrei furono cacciati in seguito a una rivolta araba nel 1929, per poi tornare a viverci sotto forma di settlements negli ultimi decenni.

Hebron, luogo simbolo dell’occupazione israeliana nella Westbank, dove la presenza israeliana e militare condiziona la vita quotidiana degli abitanti. Scenario di frequenti scontri e provocazioni quotidiane, la cittá che ospita il secondo luogo sacro per il giudaismo, la grotta dei Patriarchi, ai visitatori occidentali si presenta un po’ come una grande gabbia.

Agli estremi della cittá vecchia, dove si trova il souk palestinese, metal detector e check point sorvegliati da militari israeliani limitano e controllano l’accesso degli arabi alle zone abitate dai circa 400-500 coloni. Reti di ferro poste sopra i vicoli del centro storico proteggono i negozianti dagli oggetti che gli israeliani piú radicali lanciano su di loro.

Una cittá divisa, dove i bambini, ebrei e musulmani, studiano in scuole separate da filo spinato e crescono a contatto con migliaia di militari e in una realtá caratterizzata da costanti manifestazioni di odio e disprezzo tra i due gruppi che vi abitano.

Breaking the silence è un’organizzazione composta da ex-militari israeliani che ha ad oggi raccolto circa 650 testimonianze, perlopiú in forma anonima, di soldati che, dalla seconda Intifada in poi, hanno svolto il loro servizio nei territori palestinesi e in particolar modo a Hebron. Raccolgono e trasmettono dichiarazioni e racconti di abusi e violenze nei confronti di palestinesi, di distruzioni di proprietá e occupazioni forzate in molti casi altrimenti ignorati da cittadini e opinione pubblica.

“I soldati conoscono la realtá dell’occupazione, mentre la societá israeliana continua a far finta di niente, negando quanto viene fatto a suo nome”, spiegano i portavoce dell’organizzazione. Le testimonianze sono a dir poco agghiaccianti. C’è il soldato che ricorda le sue prime uscite armato, raccontando di bambini palestinesi che scappano piangendo, e quello che spiega la sindrome da burnout: “Non c’è bisogno di essere cattivi, odiare gli arabi. Dopo un po’, dopo giorni di servizio a pattugliare strade dove spesso non succede niente, non capisci piú niente. Basta un minimo gesto da parte di un arabo e punti la pistola”.

Poi c’è chi spiega che non ha senso trattare i musulmani in maniera gentile, che bisogna essere duri, urlare, pretendere disciplina, onde evitare di non essere ascoltati e compromettere la propria missione. E ancora, racconti di macchine sequestate e mai restituite, di invasioni di case palestinesi da parte di settlers israeliani, di controlli casuali ai passanti. “La struttura della cittá, putroppo, non permette un divisione netta tra i due quartieri come in altre localitá, con un filo spinato, ad esempio” si legge in un’altra dichiarazione rilasciata da un ex-soldato che ha scelto di mantenere l’anonimato. “Le case sono attaccate, certe strade abitate sia da israeliani che da palestinesi, c’è paura. Controlli e verifiche molte volte sono necessari”.

Sono frasi e ricordi che denunciano situazioni affrontate quotidianamente da militari, palestinesi e settlers, ma che raramente vengono riportate dai media. Sono frasi e ricordi, che, come dichiarato in una lettera aperta scritta dai soldati di Hebron nel 2004, dovrebbero raggiungere anche quegli israeliani che vivono lontano dalla Westbank, lontano dall’occupazione e dalla vita circondata da telecamere e militari. “Abbiamo deciso di parlare. Abbiamo deciso di raccontarlo. Hebron non è il nostro posto. Si trova a un’ora da Gerusalemme. Ma ad anni luce da Tel Aviv. Quello che dovete fare è venire qua. Vedere. Ascoltare. E capire quello che sta succedendo”.

Michela Perathoner
(da Gerusalemme)

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