E’ troppo tardi, ormai. Anche per l’orgoglio di una gloriosa memoria di civiltà, ridotta a lacerti di sprezzo che rimbalzano senza sosta sulla stampa mondiale.

Vorrei fuggire altrove, l’hanno fatto in tanti. Tutti quelli con un cervello, stanchi di vederlo mortificato e stanchi di lottare. Mi vergogno per me, per l’eredità che lasceremo alle generazioni future. Mi vergogno: vedo cosa siamo diventati e mi sento impotente.

Cloni del latrin lover più famoso del mondo, mignotte in carriera miracolate e am-ministrate, guitti e lustrascarpe di palazzo, burattini dell’ambiguità e della corruzione, parolieri e menestrelli dell’insulto, ammanettatori di magistrati, adoratori dell’illegalità e dell’incostituzionalità, nepotisti, naftalinomani dell’università, della ricerca e dell’innovazione, sterminatori dei più capaci, osannatori dei più incapaci, mefitici collezionisti della monnezza e dell’ambientale bruttezza, tribalisti delle ronde, affamati di lavoro ingozzati di Ottimismo, oppositori senza Opposizione, obliatori della Storia che insegna dagli errori, anoressici della verità, obesi della menzogna, aguzzini della libertà, appaltatori dell’informazione, superlativi assoluti dell’accidia di pensiero, mafiosi, meschini, rassegnati senza sogni e menefreghisti votanti. Cosa resta ancora di cui andar fieri?

Cantava Gaber: Io non mi sento italiano/ ma per fortuna o purtroppo/ per fortuna o purtroppo/ per fortuna/ per fortuna lo sono.

Ciao Gaber, per fortuna, solo per tua sfacciata fortuna, sei morto.

Pietro Vanessi