Cisgiordania, migliaia di palestinesi rischiano la deportazione

Decine di migliaia di palestinesi potrebbero finire deportati dalla Cisgiordania a opera delle forze di difesa israeliane (Idf).

A lanciare l’allarme sono una decina di organizzazioni per i diritti umani, che hanno inviato una lettera al ministro della Difesa Ehud Barak in cui puntano l’attenzione su una nuova ordinanza dell’esercito, che – a partire da domani – consentirà di definire “infiltrato” chiunque si trovi in Cisgiordania senza un regolare permesso israeliano.

Secondo le ong (tra cui figurano HaMoked, Betselem, l’Associazione per i diritti civili in Israele e Rabbis for Human Rights), le misure potranno avere “gravi conseguenze” per la popolazione dei Territori occupati, colpendo in particolar modo i tanti palestinesi che provengono dalla striscia di Gaza o che hanno una carta di identità di uno dei paesi arabi vicini.

In base alle nuove norme, i militari dell’Idf potranno deportare un palestinese dalla Cisgiordania in meno di 72 ore.  In più, i sospetti dovranno pagare le spese della propria deportazione e potranno essere tenuti in carcere per un periodo che può arrivare fino a sette anni.


Ordinanza vecchia

L’Idf ha risposto alle accuse affermando che quella in questione è un’ordinanza vecchia (scritta nel 1969), che è stata emendata di recente per dare maggiori garanzie al procedimento giurisdizionale che accompagna l’estradizione degli eventuali infiltrati.

Le ong, tuttavia, affermano che gli emendamenti recenti consentiranno di “colpire” un numero maggiore di persone, compresi i palestinesi originari di Gaza.

Infatti, mentre nel ’69 la definizione di “infiltrato” si riferiva a “una persona che è entrata nella zona in maniera consapevole e illegale, provenendo dalla sponda orientale del Giordano, dalla Siria, dall’Egitto o da Libano”, adesso comprende chiunque “sia entrato nella zona illegalmente”, o “chi è presente nella zona e non possiede un regolare permesso”.

“L’ordinanza – si legge nella lettera inviata dalle ong a Barak – è scritta in maniera tale da consentire teoricamente all’esercito di svuotare la Cisgiordania di quasi tutti i suoi abitanti”.

“Queste misure – ha affermato il Palestine Center for Human Rights (Pchr) – fanno parte della politica criminale che Israele ha sviluppato negli anni contro I palestinesi, e che combina occupazione apartheid, colonizzazione e sfollamento formato della popolazione”.

Secondo il Pchr, con queste norme lo Stato ebraico intende “controllare e alterare la composizione demografica dei Territori occupati, con lo scopo ultimo di imporre una maggioranza ebraica”.

Durissimo il commento del capo negoziatore palestinese Saeb Erekat ha parlato di misure “razziste” e “proprie di uno Stato basato sull’apartheid”, e ha invitato la comunità internazionale a fare pressione su Israele perché le rimuova.


Migliaia di persone a rischio

Tra le persone a maggiore rischio di deportazione vi sono coloro che provengono da Gaza e che oggi vivono in Cisgiordania, compresi i loro figli. Il tutto nonostante gli Accordi di Oslo del 1993, secondo cui Gaza e la Cisgiordania costituiscono un’entità statale unica.
Il secondo gruppo a rischio è rappresentato dalle donne che hanno sposato dei palestinesi e che sono entrate in Cisgiordania con un visto temporaneo, ma che poi sono rimaste senza tuttavia ottenere alcuno status officiale.

Dal 2000 – ricordano le ong – Israele non consente a queste persone di mutare lo status indicato sui propri documenti. La conseguenza è che attualmente nei Territori occupati vi sono decine di migliaia di persone prive di un permesso ufficiale.

Carlo M. Miele

OsservatorioIraq

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