Albert-Fish


Albert Fish è l’ennesimo film che ricalca la biografia di uno dei più efferati serial-killer della storia.
Diretto da John Borowski (autore di altre opere su serial killer quali H.H.Holmes e Carl Panzram) per questo film è stata scelta la strada del documentario puro. Lo sviluppo della storia mescola immagini di repertorio a interviste reali e a queste sono aggiunti piccoli frammenti recitati che danno una tinta macabra.
Snodo centrale dell’opera è la lettera che Albert Fish scrisse ai genitori della sua prima piccola vittima : “Mi ci vollero nove giorni per mangiare il suo intero corpo. Non l’ho scopata anche se avrei potuto se lo avessi voluto. Morì vergine”.
Borowski riesce a creare un clima di continua tensione puntando l’ago della bilancia verso la compassione che ci spinge verso la commiserazione delle piccole vittime. Albert Fish si sentiva un predestinato dal Signore come lo era Abramo. L’eroe biblico fu messo a prova da Dio e gli fu commissionata l’uccisione di suo figlio. Il Signor Fish reinterpretò a modo suo la parabola credendo di dare la gioia eterna alle sue prede. Non risparmiò se stesso infatti quando fu catturato aveva 27 aghi conficcati nell’addome e per sua stessa ammissione disse di essersene infilato uno anche nello scroto togliendolo poi per il troppo dolore che gli rendeva insopportabili le giornate.
A parte lo spunto di sceneggiatura, scritta sempre da Borowski, che è interessante la pellicola ha dei risvolti che ci possono aiutare a riflettere. Lo stile di regia mira più a calarci nella situazione, nei luoghi frequentati dall’assassino e nel suo modo di pensare che verso i crimini veri e propri. Come spesso capita (stesso discorso fatto per Ed Gein) l’efferatezza dei delitti viene tralasciata per raccontare un fatto di cronaca che colpisce perché preso dalla realtà. La violenza in questo caso è superfluo anche perché già di suo le notizie sono terrificanti. Il fatto di pensare a un uomo che tortura e mangia bambini basta come concetto non serva di certo rappresentarlo. In questo l’esperimento di Borowksi possiamo dire che è riuscito. Albert Fish non ci annoia anzi con lo scorrere del timing ci avvolge fino a farci diventare protagonisti di un fatto che scuote gli animi.
La fotografia curata da Eric Richter stupisce per lo studio delle diverse gradazioni di opaco in cui viene raccontata la storia dell’assassino. Impressionante la scena in cui Fish accompagna, per poi giustiziarla, la povera Grace. Il mistero ci attanaglia e fuori campo la simulata voce del killer ci mette i brividi. Le sue parole ci perseguitano per tutto l’evolversi del racconto e le vittime in un qualche senso siamo anche noi di un uomo che non lo era.
“Siamo quasi arrivati sono sicuro che avranno della torta e del gelato per te” , non sarà la torta e il gelato ad attendere la malcapitata.

Matteo Fantozzi

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